di Antonella Necci – “Ezechiele 25:17″. «Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti.» ( citazione dal film PULP FICTION)
Nella vita c’è sempre la possibilità di attaccarsi ad una speranza che non ci faccia affondare.
Cercare la morte per porre fine ad una esistenza piena di sconfitte ed errori è, in sé, l’errore più grande.
Dio non vuole questo, poiché ci ha donato la vita e ci ha chiesto di viverla.
Ecco il messaggio che scaturisce prepotentemente dalla rappresentazione teatrale di sabato 3 settembre in piazza Innocenzo III ad Anagni.
Pippo Franco, nel ruolo di Brancaleone, guidato dalla regia di Giacomo Zito, ha dato vita ad una farsa della vita condita da nobili citazioni insieme a rifermenti grossolani e, a tratti, di indubbio gusto. Ma tant’è. Eguagliare la forza e la nobiltà di Brancaleone – Vittorio Gassman sotto la sapiente guida di Mario Monicelli non sarebbe stato comunque possibile. E gli stessi artisti, di questo consapevoli, non ci hanno nemmeno provato.
L’opera messa in scena, in parte vicina alla dicotomia di un canovaccio da Commedia dell’arte, è stata, a mio giudizio, rovinata da alcune citazioni filosofiche tratte dalle opere di Nietzsche, e che nulla avevano a che vedere con Brancaleone. Tantomeno con l’idea di eroe medioevale, indipendente, svincolato dalla chiesa, arruffone ma nobile di animo e di cuore che fece la fortuna del film di Monicelli.
Mettere in bocca a Brancaleone un passo di Nietsche che poneva in risalto l’intelligenza dell’anima, come espressione più forte e nobile dell’uomo a scapito dell’intelligenza che proviene dal ragionamento, che fa scaturire il servo del potere, non è sbagliato in sé, ma è sbagliato quando il personaggio si comporta in modo esattamente opposto a quanto prima predicato. Brancaleone ha un suo codice cavalleresco, e di certo non va a combattere perché il Papa glielo ordina. In questo può essere considerato Nietschiano, nonostante, ricordiamo, Nietsche, filosofo tedesco , è vissuto alla fine dell’ottocento, e Brancaleone, personaggio di fantasia, rappresenta i valori cavallereschi medioevali di una Italia ancora ben lontana dal divenire.
Il continuo ripetere della medesima citazione mi ha davvero infastidito, ma presumo, vista la folta affluenza di pubblico, di essere stata in minoranza nell’averla notata. Il pubblico, infatti, si è divertito alle facili battute di Pippo Franco e a quelle del resto della compagnia. E non credo si sia soffermato a ragionare sulle incongruenze di comportamento, come ho fatto io.
Ma un’ultima considerazione mi preme annotare: la tradizione tutta italiana della Commedia dell’Arte dovrebbe essere esaltata, e mai ancorata a concetti e citazioni provenienti da altre culture e che possiedono un significato solo se legate a quelle culture.
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