di Daniela Mastracci – Politica è visione. E’ uno sguardo rivolto lontano. E’ dare un orizzonte. E l’orizzonte sa da sé come allargarsi: gli cammini incontro e lui indietreggia, non si lascia raggiungere. Continua a disegnare la meta, allude all’arrivo, lusinga il viaggiatore. Ma senza inganni, con trasparenza. Perché sta sempre lì aperto davanti ai suoi occhi. Si fa desiderare ma è già col viaggiatore perché gli ha donato le coordinate, perché non gli fa sbagliare strada. Non è un sentiero angusto. Nella larghezza ampia dell’orizzonte il rischio può essere quello di non rendergli giustizia. Anziché avere il torace rigonfio di grandi respiri, respiriamo con l’affanno dei principianti, con timori. Ma peggio sarebbe un respiro corto perché incapace di prendere aria fino in fondo. Incapaci o mediocri. Oppure costretti entro i confini di un individualismo gretto, di privilegi duri a morire, di spazi da difendere, di poteri piccoli e grandi da esercitare, di interessi da mantenere, della paura che quello spazio ampio dell’orizzonte avanti a noi sia occupato davvero da ciascuno; che ciascuno si possa mettere in cammino e riempirlo di idee e di azioni, che ciascuno se ne senta sovrano.
La guerra era l’orizzonte angusto, privo di respiro, soffocante come un macigno a schiacciare menti e cuori. Ma la guerra era finita perché in tanti hanno respirato a pieni polmoni nonostante il terrore, la morte, la fame, la spietatezza di dittature che si sono unite a distruggere il pensiero libero, ad uccidere chi osasse esercitarlo, ad annientare tutto e tutti nell’intento di erigere a sistema indistruttibile solo il comando del Capo: tutti muti, tutti morti, perché se non possiamo pensare e agire, qualcuno dice se non possiamo creare arte…allora siamo morti. Ma alla morte si sono ribellati e hanno vinto. I Partigiani. Hanno sconfitto il comando del Capo e il suo regime del terrore. E poi che cosa dovevano fare? Quando la lotta è finita e si fa mattino che si fa? E’ come l’inizio di un nuovo giorno, ci accingiamo a cominciarlo ma esso è inedito: nessuno dei precedenti lo eguaglia e forse nessuno dei successivi sarà come quello che sta iniziando. E’ un giorno unico e speciale: è il giorno in cui tutto comincia e cosa e come comincia dipende solo da noi. Non c’è più il comando del Capo. Non c’è più dittatura. Non c’è più terrore. Ma quella cosa che adesso c’è è così nuova, ancora come in fasce…odora di buono ma è così delicata. Che farne della Libertà?
Non sciupare il nuovo giorno
Non possiamo sciupare il nuovo giorno. Non possiamo rischiare di perdere la Libertà. Ma se non la proteggiamo essa può dissiparsi: è fragile ed effimera, non possiamo lasciarla essere senza darle sostegni e confini; non possiamo pensarla eterna ed immutabile, già solo per il fatto che essa viene al mondo, e per opera dell’uomo. Allora la Costituzione deve tenere conto di queste due fallibilità: da un lato scrivere la Carta fondamentale affinchè la libertà non esondi nell’anarchia e nella impossibilità di uno spazio comunitario; dall’altro lato la Carta deve proteggere la libertà dalla sua fine potenziale. La Carta deve darle un contorno perché non si disperda; deve darle fondamenta solide perché non si perda e muoia. Questo è l’orizzonte della Carta: è la fine della lotta per la libertà e l’inizio della lotta della libertà stessa affinchè nessun nemico la insidi e la indebolisca.
Siamo vissuti dentro questa visione, ma il nostro cammino è stato incerto. Se tanto ci hanno fatto fare alcuni strumenti che la Carta ci ha offerto, tanto però non abbiamo fatto. Non abbiamo respirato a pieni polmoni. E ora ci troviamo di fronte ad una visione pragmatica, ossimoro direi! Che dell’ampiezza dell’orizzonte non sa più che farsene: guarda all’immediato presente ed è capace solo di dire dobbiamo garantire la “governabilità”. E’ la vittoria dello status quo. Ed è la sconfitta di chi vorrebbe ancora guardare lontano.
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