di Ivano Alteri – Chi pensa che il provincialismo sia caratteristica esclusiva dei provinciali, si sbaglia. Esiste, al contrario, un provincialismo metropolitano non meno pernicioso e superficiale, quando non ridicolo e tracotante. Rientra in questa specie il provincialismo di chi ritiene che niente accada fuori dal raccordo anulare romano, qual è il caso del TG3 Regionale, per esempio, che per occuparsi delle province occorre che qualcuno qui vi s’impicchi; o anche quello di Zingaretti, i cui pensieri, evidentemente, oltrepassano solo con gravi difficoltà i confini della cloaca maxima romana.
Per la verità, bisogna dire che questa è storia antica. Già ai tempi dello Stato Pontificio le cose andavano in questo modo; né l’andazzo è cambiato con l’annessione al Regno d’Italia, con l’avvento del fascismo, con quello della Repubblica ecc.; chiunque abbia detenuto il potere, nessuno ha saputo o voluto prescindere dal romanocentrismo. Ma questo tipo di atteggiamento, che nel corso degli anni e dei secoli ha enormemente danneggiato i territori regionali e il Paese, non ha mai giovato neanche alla città, che è passata alla storia moderna per le arretratezze, gli abusi e le disinvolture ai tempi del Papa Re; per gli scandali politici e finanziari post unitari; per le megalomanie e i soprusi mussoliniani; per gli intrallazzi e le ruberie repubblicane; fino ad arrivare alle decrepitezze e agli olezzi mafiosi odierni.
Sembrerebbe, insomma, che Roma, dal crollo dell’impero in qua, non abbia prodotto altro che classi dirigenti mediocri, raffazzonate, inadatte; avide sì, ma del tutto incapaci di concepire qualcosa di buono per la città e, tanto meno, per chi avesse la disgrazia di vivere oltre le sue mura. Una visione troppo ristretta del mondo, troppo provinciale, per essere all’altezza della memoria di Roma e della modernità.
La pochezza, l’avidità e il servilismo delle classi dirigenti
Occorre onestamente aggiungere, tuttavia, che a ciò hanno contribuito alacremente anche la pochezza, l’avidità e il servilismo delle classi dirigenti locali, economiche e politico-amministrative; quelle ciociare in particolare. Per queste, anzi, l’epiteto di provinciale risulta esser ancora insufficiente, non riuscendo esse a concepire niente che oltrepassi il proprio personalissimo Sé. Quelle di ieri, totalmente insensibili alle misere condizioni anche del proprio più immediato prossimo, si sono sovente lasciate calpestare da chiunque mettesse piede sul territorio, spesso in cambio di miserabili tornaconti personali; quelle di oggi, ridotte a congreghe di alzatori di mani nei consessi regionali ove gli interessi romanocentrici regnano, hanno totalmente abbandonato il territorio e la sua popolazione, prostrandosi al potere in cambio di posti remunerativi per sé e famigli.
Bisogna anche aggiungere, inoltre, che neanche noi cittadini ciociari siamo del tutto esenti da gravi responsabilità, se è vero che abbiamo continuato per anni a sostenere politicanti e amministratorucoli vari, palesemente ignari dell’interesse collettivo. Essi sono stati miracolati con straordinarie quanto ingiustificate carriere anche a causa della nostra insipienza; che ha fatto pensare loro di poterci ignorare, ingannare, tradire senza dover temere da noi alcunché; fino a convincerli definitivamente che le loro carriere dipendano esclusivamente dal capobastone romano. Forse il nostro senso critico non è stato all’altezza delle situazioni; certo la nostra fiducia è stata malriposta; forse le nostre ambizioni sono state troppo modeste per impedire che emergessero le più meschine.
Il provincialismo, e il suo estremo condensato che è l’egoismo, sono sintomo di pochezza morale, ma anche di stupidità; e fa un gran male accorgersi di non esserne immuni, né noi né questa nostra amata regione d’Italia.
Frosinone 11 gennaio 2016
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