di Fausto Pellecchia – Palinodia di sinistra*. In un’intervista provocatoria di qualche anno fa, Massimo Cacciari, nel demolire la sintassi lineare della dicotomia destra/sinistra, concludeva: «Essere è fare, politica è actuositas. I veri rivoluzionari hanno sempre pensato questo: io sono quel che faccio. Il viceversa, faccio perché sono, faccio quello che sono, è la radice dei totalitarismi». Molti spunti contenuti in quell’intervista non mi hanno mai convinto. Ma l’assunto metodologico di Cacciari mi è tornato alla mente durante le riunioni con i “compagni” di quelle che un tempo si sarebbero chiamate le “desjecta membra” – e che oggi, con più verosimiglianza, dovrebbero chiamarsi le frattaglie- della sinistra politica.
Perchè non si arriva mai al “che fare”?
Oggetto di discussione avrebbero dovuto essere progetti e programmi per le prossime elezioni amministrative. Ma il sussiego degli articolatissimi interventi di alcuni – tutti amici di vecchia data e persone di limpida onestà intellettuale – una volta snocciolato il rituale rosario sul senso e sui valori sempiterni della sinistra, paradossalmente si arenava impietrito dinanzi all’antico interrogativo leninista “che fare?”. Il tema più frequentato non era infatti costituito dal gioco delle differenti visioni ideologiche o dal calcolo tattico delle alleanze e dei processi di aggregazione da perseguire, e tanto meno dalle strategie di comunicazione politica più efficaci per raggiungere il proprio target elettorale. Nulla, dunque, che potesse riguardare la sfera del “fare”. Piuttosto, il nodo irrisolto delle perplessità, il bersaglio sempre puntato e mai centrato dalle prolisse discettazioni si annidava tra i sospetti e le reciproche diffidenze sul “chi siamo?” dei differenti gruppi di militanza; cioè, sulla “cultura antropologica” delle trascorse appartenenze di ciascuno e, soprattutto, sulla “natura di classe” come unica possibile legittimazione delle candidature e autentico marchio di fabbrica del made in the political left. Ed è proprio su questo terreno che, in assenza del benché minimo tentativo di analisi della nuova composizione della divisione sociale, la questione della rappresentanza è stata interamente risolta (o piuttosto aggirata e dissolta) nel registro di un’ottusa ontologia sociale, tutta giocata sulle comode mitologie delle masse “operaie e proletarie” e dei padroni della borghesia.
La prudenza tatticista e l’acquiescenza alle logiche di appartenenza politica sono il viatico per l’irrilevanza
I cascami di una terminologia pseudo-marxiana venivano perciò ingenuamente esibiti come filtro selettivo per preclusioni e sofismi, spacciati per intransigente “filologia” classista. Un esempio per tutti: l’uso inconsapevole del termine “borghese” come sinonimo di “filisteo”, secondo l’accezione introdotta dagli studenti tedeschi già nel corso del XVII sec., per indicare sprezzantemente i ceti piccolo-borghesi, attaccati alle tradizioni e diffidenti di ogni innovazione e che Goethe divulgò alle soglie del romanticismo. L’incapacità di formulare e interpretare progetti politici all’altezza dell’epoca, l’assenza di strategie e di indicazioni programmatiche realisticamente innovative, veniva rimossa e coperta dietro il paravento di nostalgie ideologiche. Guai, infatti, a rammentare che, in Marx, le classi sociali non sono un dato statistico o una categoria sociologica: esse non esistono come inerte risultato di un censimento socio-economico (come gli “stati generali” pre-rivoluzionari), ma unicamente come effetto di un conflitto in atto che attiene ad interessi condivisi. Nell’analisi marxiana, infatti, le classi sono generate di volta in volta dall’antagonismo che le oppone storicamente l’una all’altra. Il semplice assioma secondo il quale è il dinamismo della “lotta di classe” che definisce l’ambito specifico della divisione in classi viene così rovesciato nell’idea secondo la quale sarebbe l’appartenenza alla classe il presupposto dal quale dovrebbe generarsi (magicamente) la “lotta”. Di qui l’inutile e puerile ricerca delle caratteristiche di “purezza ontologica” per selezionare la rappresentanza, e la rinuncia preventiva all’azione in grado di produrre conflitti, di svelare e indicare una consapevole alternativa di direzione politica. Per abbracciare queste possibilità, è necessario il coraggio di intraprendere cammini inesplorati, di sperimentare strategie innovative che disegnino appartenenze e coinvolgimenti ancora intentati tra le mobilissime stratificazioni che solcano il panorama sociale attuale. In questo contesto, la prudenza tatticista fa il paio con l’acquiescenza alle consuete logiche di preventiva divisione della sfera politica. Ed entrambe forniscono il migliore viatico per un rassegnato destino di irrilevanza.
*Palinodia: Componimento poetico o discorso nel quale si ritrattano opinioni già professate, illustrando i motivi del cambiamento
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