Protezionedalterrorismo 350 260

Protezionedalterrorismo 350 260di Fausto Pellecchia – Spaventose protezioni e rassicuranti minacce. Nei sondaggi commissionati, soprattutto all’approssimarsi di consultazioni elettorali, è sempre più frequente imbattersi – a proposito delle esigenze prioritarie manifestate dai cittadini – nella richiesta assillante di maggiore “sicurezza”. Anche nelle città di piccole dimensioni, come Cassino, dove la vita – se si eccettuano alcuni episodi criminali, su cui si esercita l’inesausta vena narrativa dei cronisti di “nera”- sembra scorrere con il ritmo placido e sonnolento della provincia, le istituzioni pubbliche sono investite da una crescente domanda di protezione. L’effetto delle notizie quotidianamente diffuse dai media su (reali o potenziali) attentati terroristici, unito all’incertezza esistenziale prodotta dalla lunga crisi socio-economica, sembra esasperare il timore per il rischio di radicali sconvolgimenti delle nostre abitudini di vita.
Questo dato offre la misura di come la frequente invocazione dello «stato di emergenza» stia facendo evolvere le democrazie occidentali verso una condizione politica tipica dello «Stato di sicurezza» («Security State» , come dicono i politologi americani). Il termine «sicurezza» è diventato una parola d’ordine del discorso politico contemporaneo, nel quale le «ragioni di sicurezza» hanno preso il posto di ciò che un tempo veniva nominato, con espressione non meno enigmatica, «ragione di Stato».

La paura reciproca e la guerra di tutti contro tutti

Nel modello di Thomas Hobbes, che ha così profondamente influenzato l’intera filosofia politica occidentale, il contratto che trasferisce i poteri al sovrano presuppone la paura reciproca e la guerra di tutti contro tutti: lo Stato si costituisce come lo schermo tutelare che, espropriando la naturale potenza dei singoli, pone fine alla paura e al caos del conflitto permanente. Nell’attuale «Stato di sicurezza», questo schema si rovescia: lo Stato, cioè – svanita definitivamente ogni missione storico-politica – si fonda durevolmente quasi soltanto sulla paura e deve, ad ogni costo, perpetuarla, dal momento che da essa trae la sua funzione principale e la sua permanente legittimazione. Michel Foucault, del resto, ha già mostrato che, quando la parola «sicurezza» apparve per la prima volta in Francia, nel discorso politico dei fisiocratici, prima della Rivoluzione, non si trattava di prevenire le catastrofi e le carestie, ma di lasciarle accadere per poter in seguito governarle e orientarle nella direzione che si riteneva più favorevole.
Analogamente, la sicurezza di cui si fa questione oggi non mira a prevenire gli atti di terrorismo (cosa, del resto, assai difficile, se non impossibile, poiché le misure di sicurezza sono efficaci solo a posteriori, e il terrorismo opera, per definizione, con una serie di atti imprevedibili) ma a stabilire una nuova relazione tra gli uomini, che autorizza un controllo generalizzato e senza limiti – donde la particolare insistenza sui dispositivi che permettono il controllo totale dei dati informatici e comunicativi dei cittadini, ivi compreso il prelievo integrale e la schedatura dei personal computer.
La democrazia politica si espone così ad un rischio di secondo grado, che paradossalmente sorge proprio dall’espansione smisurata dei meccanismi di difesa preventiva contro i rischi possibili . Questo rischio è, in primo luogo, rappresentato dall’attuale tendenza verso una relazione inscindibile tra terrorismo e «Stato di sicurezza»: se lo Stato ha bisogno della paura per legittimarsi, allora, al limite, bisogna che il terrore divenga condizione permanente e ineliminabile. Non meraviglia perciò che i Paesi occidentali attuino una politica estera che alimenta quel medesimo terrorismo che si deve combattere all’interno, intrattenendo fitte relazioni commerciali (anche di armi) con Stati che sono diretti finanziatori di organizzazioni terroristiche.

Nello «Stato di sicurezza», si assiste ad una progressiva depoliticizzazione dei cittadini

Un secondo punto importante è il cambiamento di statuto politico dei cittadini e del popolo, che era ritenuto un tempo il titolare della sovranità. Nello «Stato di sicurezza», si assiste ad una progressiva depoliticizzazione dei cittadini, la cui partecipazione alla vita politica si riduce per lo più ai sondaggi elettorali. Questa inquietante deriva era stata già teorizzata dai giuristi nazisti che definivano il popolo come un elemento essenzialmente impolitico, al quale lo Stato ha il compito di assicurare protezione e crescita. Secondo questa teoria, c’è un solo modo di rendere politico questo elemento naturaliter impolitico: attraverso la valorizzazione della discendenza e della razza, che lo distingue dallo straniero e dal nemico. Non si tratta qui di confondere «Stato nazista» e «Stato di sicurezza» contemporaneo: ciò che va compreso è piuttosto che, se si depoliticizzano i cittadini, questi non possono uscire dalla loro passività se non in quanto vengono mobilitati mediante la paura contro un nemico straniero, che non sia soltanto avvertito come estraneo ma anche come potenzialmente inassimilabile [di questo si alimenta l’odierno neo-razzismo contro i migranti e i mussulmani che invadono il “sacro suolo della patria” e, mentre “rubano il lavoro” degli autoctoni, godono delle tutele securitarie del loro “stato sociale” ]

Quali criteri stabiliscono la verità e la certezza giuridica nella sfera pubblica?

Un terzo elemento prognostico consiste nella trasformazione radicale dei criteri che stabiliscono la verità e la certezza giuridica nella sfera pubblica. Mentre nello Stato di diritto un crimine non può essere accertato se non mediante un’inchiesta giudiziaria, sotto il nuovo paradigma ci si deve accontentare di ciò che ne dicono la polizia e i media al seguito – cioè, due istanze che sono state sempre considerate di scarsa affidabilità. Di qui l’oscillazione continua e le patenti contraddizioni nelle frettolose ricostruzioni giornalistiche degli avvenimenti, che eludono accuratamente ogni possibilità di verifica e di falsificazione e che somigliano più a resoconti basati su dicerìe che ad accertamenti risultanti da indagini. Ciò significa che lo «Stato di sicurezza» ha interesse a che i cittadini – dei quali deve assicurare la protezione- restino nell’incertezza su ciò che li minaccia, poiché l’incertezza e il terrore si alimentano a vicenda. È la stessa incertezza che si ritrova nel nuovo Testo unico di pubblica sicurezza in cui diviene perseguibile «ogni persona al cui riguardo esistono serie ragioni di pensare che il suo comportamento costituisca una minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza»: tale formula infatti non ha alcun senso giuridico e, in quanto rinvia all’arbitrio di colui che «pensa», può applicarsi a chiunque in ogni momento. Ma nello «Stato di sicurezza», queste formule indeterminate, da sempre considerate dai giuristi come estranee al principio della certezza del diritto, diventano la norma.
La stessa imprecisione e gli stessi equivoci ritornano nelle dichiarazioni dei politici, secondo le quali saremmo in guerra contro il terrorismo. Una guerra contro il terrorismo è una contraddizione in termini, perché lo stato di guerra si definisce precisamente mediante la possibilità di identificare in maniera certa il nemico che si deve combattere. Nella prospettiva securitaria, il nemico – al contrario – deve restare nel vago, per chiunque – tanto all’interno, quanto all’esterno dei confini nazionali.
Mantenimento di uno stato di paura generalizzato, depoliticizzazione dei cittadini, rinuncia a ogni certezza del diritto: tre caratteri dello «Stato di sicurezza» che costituiscono altrettante minacce. Ciò significa, da una parte, che lo «Stato di sicurezza», in cui stiamo irresponsabilmente scivolando, realizza il contrario di ciò che promette: infatti, se sicurezza vuol dire etimologicamente sine cura, esso deve piuttosto alimentare in permanenza paura e terrore. Lo Stato di sicurezza è, perciò, una nuova forma dello Stato di polizia: mediante l’eclissi del potere giudiziario, generalizza il margine di discrezionalità della polizia che, in uno stato d’emergenza diventato la norma, agisce sempre più come il vero sovrano . Mediante la depoliticizzazione progressiva del cittadino, diventato quasi un terrorista o un criminale in potenza, si esce dal dominio finora conosciuto della politica per transitare in una zona incerta in cui il pubblico e il privato si mescolano e si confondono. Ed è proprio qui, del resto, che – come Kafka aveva lucidamente profetizzato- le aule dei tribunali e i luoghi istituzionali confinano direttamente con il boudoir delle maîtresses e le camere da letto.

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