murales 350 260

murales 350 260di Beatrice Sisti*L’arte, secondo un esponente del Dadaismo Man Ray, è dipingere ciò che non può essere fotografato, ciò che proviene dai sogni, dall’immaginazione o da un istinto inconscio. L’arte rispecchia noi stessi e ciò che riusciamo a vedere tramite i nostre stessi occhi, ciò che può essere giudicato ed interpretato in qualsiasi modo, dove, come affermava Gustave Courbet, l’immaginazione consiste nel saper trovare l’espressione più completa di una cosa esistente, ma mai nel supporre questa cosa o nel crearla

L’arte consiste nel dipingere secondo ciò che vediamo dentro di noi, ciò che pensiamo, ciò che immaginiamo e sognamo: non è più il dipingere la semplice realtà, tutto ciò che ormai la fotografia ci permette di avere e di ricordare in un modo istantaneo, ma una realtà distorta dal nostro essere, dalle nostre preoccupazioni e dalle nostre paure. La paura di non riuscire, di non essere mai abbastanza o di non essere ciò che gli altri vorrebbero che tu fossi. La paura di non essere amati, di non essere apprezzati e di non essere capiti. Le mie paure rispecchiano quelle appena citate, perché il mio dipingere proviene da un mondo immaginario, dove i sogni e le speranze fanno capolino, dove al centro vi sono mille problemi con cui combatto da tutta la vita. La mia insicurezza si percepisce dal momento in cui prendo in mano il pennello quando mi trema la mano mentre intingo la punta morbida nel colore, per poi portarla sul foglio e tracciare una linea leggera e distorta dai miei pensieri.
Il soggetto ricorrente che disturba la mia quiete, che non mi fa dormire la notte, che mi costringe a rimuginare sulle mie scelte, sulle mie parole; che distorce i miei sogni, che mi porta ad immaginare ciò che in realtà non c’è, non esiste, è lui. Lui è ciò che non può essere semplicemente fotografato, è il colore più vivo e misterioso che un artista possa aver visto. Non è semplice bellezza, ma è tutto ciò che lo circonda. Perché quando provi a sfiorargli la nuca, a scostargli i leggeri capelli dorati che gli coprono il viso, scopri quella piccola parte di lui che se fotografata non renderebbe l’immaginazione che lascia estrapolare dal tuo essere quando la guardi. I suoi occhi che non sono né verdi né azzurri, che non hanno nulla di particolare o diverso dagli altri, lasciano intravedere il loro interno, di un castano misterioso, che una volta che il suo sguardo si posa sul tuo, allora non riuscirai più a distoglierlo. Hai sete e fame di lui, hai voglia di scoprire ciò che si nasconde dietro a quell’intensità di colore. E ciò che sento, ciò che mi provocano quei suoi occhi, lo lascio intravedere in piccole opere che hanno significati enormi, opere che nessuno mai potrebbe trovare nella realtà, perché sono il puro frutto dell’immaginario.
Lui è come avvolto da un’aura celestiale, è colui che nasconde le sue grandi paure dentro di se, che non ti lascia avvicinare per non far scorgere questi suoi occhi cupi e intensi, questo suo vuoto che fa paura e ti lacera dentro con il passare del tempo, che solo lui può esprimere tramite la sua arte.
Quando mi si avvicina e devo alzare lo sguardo per osservare il suo viso solare; quando devo mettermi in punta di piedi per sfiorare le sue labbra con le mie, facendolo chinare verso di me; quando mi sfiora la mano per schiuderla nella sua ed intrecciare le dita nelle mie per non lasciarmi scappare; quando tremo in sua presenza; quando mi stringe a se e mi fa sentire protetta; quando mi bacia la nuca e mi accarezza i capelli; quando mi morde e mi assapora, mi trasmette emozioni che, senza neanche pensarci, senza volerlo, riesco a portare sul foglio, sulla tela bianca, attraverso la semplice matita o il colore. E quando non posso vederlo, quando non posso osservare i suoi occhi profondi, sfiorare i suoi capelli dorati ed ammirare la sua altezza, mi manca, mi manca più dell’aria, perché è colui che mi permette di creare qualcosa di nuovo, di diverso, di estremamente misterioso, cupo e solare allo stesso. Mi sento persa quando non riesco a capirlo; quando non si lascia avvicinare da me, quando mi priva di un suo sguardo, di una carezza, quando dice di star male, mi sento sola e chiusa in un angolo buio quando non si lascia osservare, quando sono tesa aspettando che lui mi lasci sfiorare il suo pennello intriso di un nero intenso, che mi trasmette paura e dolore.
Calde lacrime mi scorrono sulle guance mentre immergo le mani in barattoli di acrilico nero, e le porto sulla tela, sporcandola di quel colore cupo e triste, quel colore che mi ricorda lui quando penso a quanto possa essere stato difficile affrontare un’adolescenza che lo ha portato a non avere più fiducia nelle persone che vorrebbero aiutarlo, ma nonostante tutto, nonostante il grande peso che gli duole sulle spalle, continua a sorridere.
E attendo il momento in cui si fiderà di me tanto da lasciarmi vedere l’opera nascosta dentro di lui, quell’opera misteriosa che nessuno potrebbe mai fotografare, che in pochi potrebbero capire; un’opera rara e cosi bella che mi spinge verso di lui come api al miele. Quella grande, piccola opera che mi incuriosisce e che mi trasmette emozioni forti che lascio scorgere nella mia arte che non può essere fotografata.
Ed ora le mie guance rigate da strisce salate che mi scaldano le guance e il mio corpo che lascia segni neri su quel rettangolo bianco che simboleggia la sua luce, trascinano dolore e disperazione.

“E quando tutto sembra diventare difficile, cupo, insuperabile, c’è un rifugio in cui trovare forza e ristoro. Un luogo in cui si materializza l’impossibile: l’arte.” – Anton Vanligt

Quinta B VB Liceo Artistico A. G. Bragaglia

 

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