di Ivano Alteri – Spesso si pensa, del tutto erroneamente, che un filo-marxista o comunista, cioè un “materialista”, sia un persona che bada solo al materiale, alle cose concrete, trascurando lo spirito, i sentimenti, le passioni umane. Tra coloro che pensano questo, ve ne sono alcuni che lo fanno in cattiva fede, al semplice scopo di dileggiare i comunisti; altri, in perfetta buona fede, allo scopo di rivendicare invece la propria spiritualità, il carattere più alto, “metafisico”, della propria esistenza. Solo a questi ultimi, vorremmo rivolgere la preghiera di riflettere un po’ meglio, per meglio giudicare e apprezzare coloro che, come noi, nonostante tutto continuano a definirsi e ad essere, appunto, comunisti e materialisti, pur considerandosi uomini e donne di grande umanità; sperando di poter evitare, così, di continuare a farci torto.
In vita nostra, ci è capitato d’incontrare comunisti col “cuore” talmente grande da poter contenere l’umanità intera. Dal più umile al più colto, la caratteristica che abbiamo sovente riscontrato in lui o in lei era la costante premura per il prossimo, l’ansia di non aver mai fatto abbastanza per migliorare le condizioni dei propri simili (per quanto poi contraddetti, come capita agli umani, dai propri stessi atti e caratteri). I sacrifici materiali che a volte essi sono stati capaci di compiere, nella storia di quest’immenso movimento planetario, ci sono parsi spesso paragonabili a quelli dei martiri cristiani; ma loro, per di più, altrettanto spesso non avevano la consolazione della fede in Dio, della resurrezione in “un’altra vita nell’Aldilà”; loro morivano e basta, o marcivano in galera, sacrificando l’unica vita che pensavano di avere. Gente così, non ha quasi niente di materiale; è quasi tutto spirito; eppure, dall’intellettuale all’operaio, si definivano e si definiscono “materialisti”.
Potrebbe sembrare un dispetto auto-inflitto, scegliere di chiamarsi così; o forse il nomignolo ce lo hanno affibbiato i nemici. Ma se anche fosse, vi sono delle ottime ragioni per definirsi tali. Quella che le contiene tutte è che la “lettura materialistica della storia” ha illuminato la storia come mai accaduto prima; da quel momento in poi, essa ha smesso di risolversi in una storiella più o meno articolata e pedante, ed ha iniziato a raccontare i fenomeni sociali “reali” che l’avevano prodotta e i loro perché “materiali”; senza orpelli, ipocrisie, eufemismi, paralogismi o vere e proprie bugie. Perché quel tipo di lettura nasceva dalla straordinaria scoperta di come tutte le espressioni umane, spirito compreso, siano determinate, “in ultima istanza” (e solo in ultima istanza!), dal livello di appagamento dei sei bisogni fondamentali, materiali, dell’uomo (e di tutti gli altri animali): respirare, mangiare, bere, dormire, mantenere costante la temperatura corporea, copulare. Da qui l’appellativo di “materialisti”. Come si potrebbe rinunciarvi, senza avere l’impressione di una mutilazione culturale? Ma come si può accettare, d’altra parte, di essere definiti persone materiali, privi di spirito umano, soprattutto quando non lo si è?!
Eppure si preferisce questo cruccio a quell’amputazione, forse perché pensiamo che sia meglio capire qualcosa di più, piuttosto che sembrare qualcosa di meglio. Per dire, noi consideriamo offensiva per la nostra e l’altrui intelligenza (e per il nostro spirito umano) la storiella capitalistica della “Epopea del West”, che fa passare per buoni gli aggressori e per malvagi gli aggrediti e poi sterminati; ma è, appunto, solo una storiella, materialisticamente smascherabile. Essa è efficacemente rappresentata dalla famosa frase di Jhon Wayne: “L’unico indiano buono è un indiano morto!”. Bene, ora provate a mettere la stessa frase nella bocca di un tedesco nazista, ponendo, al posto di “indiano”, la parola “ebreo”; la frase verrebbe così: “L’unico ebreo buono è un ebreo morto!”. Che effetto fa? Vi sembra ancora un’epopea, quella del West? Perché non si è chiamata “Olocausto del West”? Se Hitler avesse vinto, avremmo avuto “L’Epopea del Nazismo”? La nostra modesta capacità di lettura materialistica della storia, invece, ci spiega come evitare di cadere in queste trappole agiografiche; facendoci vedere, per restare al nostro piccolo esempio, come il fenomeno colonialistico degli europei nel continente americano e quello nazista in Europa abbiano ragioni di fondo del tutto simili: il mantenimento del sistema economico capitalistico e la lotta al suo interno per la conquista della primazia. Il primo, infatti, aveva lo scopo di conquistare nuove “terre vergini” da sfruttare capitalisticamente; il secondo quello di “preservare la moderna schiavitù del lavoro salariato” (schiavitù capitalistica), come esplicitamente propugnato da Hitler. Entrambe hanno raggiunto, per ora, lo stesso scopo, non escludendo neanche lo sterminio dei popoli, dall’arsenale dei mezzi utilizzabili; anche se, nella lotta interna, l’una parte (gli americani) ha poi sconfitto l’altra (i tedeschi di Hitler).
Cari amici, sinceri propugnatori dello spirito umano, noi sappiamo quindi che certe condizioni materiali, determinate da alcuni uomini su tutti gli altri, impediscono proprio quella libera espressione della natura umana che voi stessi propugnate; e giudichiamo ciò un crimine: come possiamo rassegnarci alla loro esistenza senza combattere? E come potremmo mai rinunciare a cotanto strumento di lettura, senza avere l’impressione di accecarci con le nostre mani? Come potremmo noi tornare a credere a quelle storielle, senza sentirci degli idioti o dei malvagi? Come possiamo fare, finalmente, per sfuggire al dileggio di chi, pur in buona fede, ci giudica persone materiali, senza spirito, sentimenti e passioni umane? Come possiamo far capire che il nostro materialismo non è affatto materialità, ma il suo esatto opposto? Perché, per mantenere la nostra brama di capire e il nostro senso di giustizia, dobbiamo rinunciare alla vostra indulgenza?
Frosinone 11 settembre 2015
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