di Mirko Ferrari (Economista) – Da economista mi trovo spesso a fare considerazioni sul modello economico che domina le nostre vite, i suoi effetti, inclusi quelli collaterali, i suoi pregi e i suoi limiti.
I concetti sui quali mi soffermo maggiormente sono sviluppo e benessere, apparentemente sinonimi.
Ciò che mi incuriosisce in particolar modo è la genesi e l’evoluzione di alcuni fenomeni tipici del modello economico capitalista e che tutt’oggi dettano il dibattito politico ed economico nel nostro paese e il nostro territorio non fa eccezione.
Dal dopoguerra in poi la nostra Ceccano ha vissuto, come il resto del Paese, un boom economico guidato dall’industrializzazione, fenomeno che ha permesso ai nostri nonni e ai nostri genitori prima di noi di ridefinire in maniera netta e spesso irreversibile gli stili di vita e i livelli di benessere.
Quella che era un’economia basata sulla sussistenza si è trasformata gradualmente nell’economia dello sviluppo industriale e della crescita della produzione e quindi anche del consumo, conosciuto fino a poco prima solo come auto-consumo.
Come a noi più giovani ricorda qualche persona con una memoria storica più lunga, in passato gran parte delle abitazioni era dotata di un orto nel retro e nel migliore dei casi anche di qualche animale; il tutto andava a costituire i sistemi economici nucleari dei nostri avi. Si auto-produceva, si auto-consumava e quello che era in eccesso si scambiava. Una filiera cortissima che lasciava poco spazio alla moneta, all’inquinamento, all’indigenza.
Questo sistema di nuclei economici familiari ha visto la sua disgregazione con lo spostamento dalle campagne alle città come luoghi dell’abitare e dai campi alle fabbriche come luoghi del lavorare, nel perseguimento di un’idea di sviluppo e di benessere incomparabile con quella precedente.
Così l’abitazione si è trasformata in appartamento, il lavoro in posto di lavoro, la sussistenza in consumo e i luoghi in spazi da occupare.
Proprio questo sistema, votato alla depauperazione delle risorse naturali, all’inquinamento, alla velocità a tutti i costi, alla produttività, allo stress, ci ha lasciato in eredità alcuni concetti che prima d’allora non conoscevamo, come quello di disoccupazione.
La disoccupazione è definita come la mancanza di un lavoro retribuito, non di attività lavorativa in generale. I nostri avi lavoravano la terra e non erano disoccupati; chi invece oggi lavora la terra senza produrre un reddito monetario, allora è disoccupato.
Risulta un po’ ridicolo quindi l’attuale perseguimento del mito della piena occupazione da parte degli economisti ortodossi in quanto quello che sembra un obiettivo da raggiungere era in realtà una condizione di base in qualsiasi società pre-industriale. Ebbene sì, la disoccupazione non esisteva.
Tanto nel nazionale, quanto nel locale, il dibattito sulla mancanza di lavoro ha una lettura quasi esclusivamente di tipo sindacale, quasi passiva direi. L’argomento più o meno suona così: dato che ho diritto al lavoro, e dato che prima ce l’avevo, ora che sono disoccupato ho diritto a un nuovo lavoro che qualcuno deve darmi così posso tornare alla mia vita normale.
Innanzitutto queste fluttuazioni di posti di lavoro sono create da un sistema industriale che utilizza i lavoratori non come asset fondamentali della propria visione, interpretando una propria vocazione sul territorio, ma come semplici pedine di uno scacchiere di pura convenienza.
Gli industriali, nel nostro territorio, non ci hanno mai veramente creduto. Finché la cassa del mezzogiorno permetteva di fare dumping fiscale e ambientale si investiva in Ciociaria, finita la spinta statalista del libero mercato (si noti l’ossimoro), altrettanto velocemente si sono dissolte le vocazioni imprenditoriali.
Le terre del dumping fiscale-ambientale-salariale oggi sono altrove e si delocalizzano di conseguenza le ambizioni del libero mercato.
Siamo passati dalla Ciociaria “Terra di Lavoro” alla Terra dei disoccupati.
Le voci recenti di un possibile sbarco di Amazon a Frosinone, e successiva ipotesi di spostamento a Rieti, hanno rialimentato il dibattito sull’industrializzazione della nostra provincia, forse perché da troppo tempo nessun big si era interessato al nostro territorio.
Personalmente ho accolto molto cautamente questa possibilità, proprio perché sarebbe stato un dare continuità a un modello di sviluppo che ci ha sfruttati sedotti e abbandonati, lasciandoci in eredità un territorio martoriato.
Amazon tra l’altro incarna alla perfezione l’ideale del mostro industriale sottoprodotto della globalizzazione: condizioni di lavoro disumane, umiliazione, controllo spasmodico del personale, costante percezione di precarietà. Tutte caratteristiche denunciate proprio dai suoi lavoratori ed emerse prima con il libro di Jean-Baptiste Malet e poi negli episodi più recenti che hanno costretto Amazon a prendere una posizione.
Purtroppo in questi casi si assiste a una sorta di investitura-legittimazione a poter abusare di noi e proprio da parte dei più deboli perché si preferisce l’umiliazione alla mancanza assoluta di lavoro salariato.
Dunque, come si può a un tempo criticare questi atteggiamenti di puro utilitarismo e al contempo elemosinare dagli stessi una nuova possibilità? Ci rendiamo conto che in questo modo l’unico risultato che si ottiene è la legittimazione di questo modello? La legittimazione a delegare la capacità di elargire lavoro a qualcuno più in alto di noi, accettando di conseguenza di subire tale processo.
L’unico risultato che queste battaglie ipoteticamente potrebbero raggiungere sarebbe quello di prolungare l’agonia per qualche altro anno.
A tal proposito Franco Zavagno scrive nel suo blog:
“Tra i problemi più acuti del momento storico attuale vi è quello che riguarda il lavoro: in tempi di crisi, molti lo perdono e la disoccupazione diviene uno spettro preoccupante che, come un’epidemia, si aggira contagiando un numero sempre maggiore di individui. In questa società perdere il lavoro si traduce, secondo una caratteristica serie di effetti a catena, in perdita dell’identità sociale e alterazione della percezione di sé. Oltre che, ovviamente, in difficoltà che investono pesantemente l’ambito della normale quotidianità.
Per chi riesce a mantenere una certa dose di compattezza e solidarietà di gruppo, la reazione, non sempre composta (ma potrebbe esserlo?), si esprime attraverso manifestazioni di protesta come l’occupazione di spazi, fisici e virtuali, rapidamente metabolizzati dal frullatore mediatico (il solito paradosso: una situazione negativa per alcuni diviene un’opportunità per altri). Questa forma di reazione, che non è però ribellione al sistema quanto, piuttosto, coerente con esso e funzionale al suo mantenimento, assume connotati che appaiono inadeguati e contraddittori. Infatti, è proprio assegnando un’importanza eccessiva al lavoro, in quanto tale, che si conferisce potere a chi fa, del ricatto occupazionale, un elemento fondante della propria strategia per assoggettare le persone.”
Come si può parlare di diritto al lavoro? Il diritto al lavoro non esiste in un modello del genere, e non esiste per definizione. L’attività imprenditoriale è caratterizzata dal rischio d’impresa, cioè chi la intraprende è consapevole che può andare bene e può andare male e la stessa consapevolezza deve averla chi lavora all’interno di queste attività.
Non ha senso pretendere che l’imprenditore di turno abbia l’obbligo di accollarsi il welfare di una società. L’unico stato sociale attuale ad oggi è quello che si attiva quando si devono salvare le banche e i grandi capitali, come lo definisce Alberto Magnaghi è un welfare del capitale (la mano invisibile… come no!).
Per quanto attiene la sfera pubblica invece credo che il ruolo dello Stato come grande mammella abbia fatto il suo tempo, a meno che non si aspiri a una società comunista.
Il vero salto mentale e filosofico che dobbiamo fare è quello di dissociare i concetti di lavoro e posto di lavoro. Ogni essere umano è in grado potenzialmente di lavorare e di rendersi utile alla comunità, con o senza un reddito.
Al contrario il posto di lavoro è una concessione di uno specifico modello economico che fornisce in cambio un reddito a patto che si diventi consumatori, presupposto imprescindibile alla sopravvivenza del sistema e all’alimentazione della religione della crescita continua e illimitata.
A tal proposito Ivan Illich nel suo celebre saggio Disoccupazione creativa affermava polemicamente:
“Il lavoro che si svolge al di fuori del ‘posto’ retribuito è malvisto quando non ignorato. L’attività autonoma minaccia il livello dell’occupazione, genera devianza e falsa il P.I.L.: è quindi improprio chiamarla ‘lavoro’. Lavoro non vuol più dire sforzo o fatica, ma è quell’arcano fattore che, congiungendosi col capitale investito in un impianto, lo rende produttivo. Non significa più la creazione di un valore percepito come tale dal lavoratore, ma più che altro un impiego, cioè un rapporto sociale. Non avere un impiego significa passare il tempo in un triste ozio, e non essere liberi di fare cose utili a sé o al proprio vicino.
[…]
Il lavoro domestico, l’artigianato, l’agricoltura di sussistenza, la tecnologia radicale, il mutuo insegnamento eccetera sono degradati ad attività per gli oziosi, per gli improduttivi, per i più diseredati o per i più ricchi.”
È per questo che giocare sul loro scacchiere è una battaglia persa in partenza.
Lungi da me augurare la chiusura di quel poco che è rimasto dell’infrastruttura industriale attiva (quella passiva invece domina spazi e panorami) e della grande impresa, sarebbe presuntuoso ed egoistico in particolar modo perché di questo modello sono figlio e ancor di più perché molte famiglie del nostro territorio si sostengono ancora grazie ad esso.
Quello che mi interessa è piuttosto l’avvio di un dialogo sui temi del localismo consapevole, dell’autosufficienza energetica e alimentare, della tutela dei beni comuni e dell’auto-organizzazione, tutti temi che poi a livello pratico possono declinarsi in una miriade di progetti-contaminazioni che ci possano portare verso una transizione progressiva e concordata.
Questa lunga premessa è servita per giungere con consapevolezza al bivio delle decisioni sul nostro futuro e soprattutto sul tipo di futuro che vogliamo.
Immaginiamo di continuare a rincorrere il modello industria-posto di lavoro-consumo-crescita e accettarne tutte le conseguenze, oppure siamo aperti a considerare ed esplorare anche delle alternative?
La riappropriazione della capacità di auto-determinazione è la chiave per interpretare un futuro prospero, non in senso materialistico, un futuro di transizione verso quella che è la nostra reale vocazione e cioè il ritorno a una società conviviale che poggi le basi su un modello socio-economico alternativo.
Queste parole possono essere sintetizzate meglio riprendendo due concetti del manifesto dell’anti-modernità di Massimo Fini:
• NO alla mistica del lavoro, di derivazione tanto capitalista che marxista.
• SI al ritorno, graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo.
Come farlo, quando, con chi sono tutte questioni secondarie rispetto al salto culturale da compiere e da metabolizzare in primo luogo.
Io ho lanciato lo spunto, c’è già una certa fertilità nei confronti di questi argomenti in un’ampia parte della nostra comunità e quando nel futuro molto prossimo si avvierà un momento preliminare di dibattito su questi temi, sarò lieto di discuterne.
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