di Valerio Ascenzi – Tagliare l’Imu è populismo alla Berlusconi? Si. Noi ne siamo sicuri. E se la memoria non ci inganna, quando si chiamava Ici, la stessa cosa la fece proprio il cavaliere per vincere le elezioni. Con l’arrivo di Monti, l’Italia si risvegliò dal torpore e scoprì che la tassa, anche sulla prima casa, si deve pagare. Secondo Monti e i suoi ministri ce lo chiedeva l’Europa, ma in verità lo chiedono i comuni che sono al collasso. Il ministro per le riforme costituzionali Maria Elena Boschi (come siamo messi!) sta girando per ogni festa dell’Unità, per spiegare che il governo non taglierà l’Imu per far collassare i comuni, perché ridurrà la spesa pubblica e non i servizi.
Dopo gli 80 euro, che molti hanno dovuto già ridare con il conguaglio fiscale, il governo si appresta a varare altri provvedimenti che definire populistici è un eufemismo. Un film già visto, quello del taglio dell’Imu: all’epoca la chiamavamo Ici. Quando è stata reintrodotta è stato un vero e proprio salasso per gli italiani. A risentirne sono sempre gli ultimi della società. E gli ultimi della società sono sempre quelli che i governi tengono a bersagliare senza scrupoli, facendo leva anche sul fatto che molti non approfondiscono ciò che sentono.
La tattica è sempre la stessa: parlare ai media, in determinati orari, anche senza sapere cosa si sta dicendo, tanto la massaia, la governante, l’italiano medio… non sanno di cosa parlano. Il loro tono alla “state sereni” basta a molti stare quieti e mansueti. Ma se avessimo tutti la capacità di analizzare le idiozie che escono dalla bocca dei nostri politici, forse sapremmo cosa fare. Forse, perché una vera alternativa attualmente non c’è.
Una dichiarazione fatta a sostegno dell’idea del taglio dell’Imu, che in sostanza spiega che non verranno fatti tagli ai servizi ma al massimo alla spesa pubblica è una idiozia megagalattica. Si ergono a salvatori della patria quando qualcuno più anziano gli fa notare di aver detto una stupidaggine, con una presunzione mai vista prima. Si autocaricano dicendo che “loro, i giovani, dovranno essere più saggi di quei senatori che vogliono spaccare il partito”. Resta un fatto: anche il più semplice manuale di economia, del più semplice esamino universitario di economia politica, di qualunque facoltà umanistica, spiega che con il termine si “indica il complesso di denaro di provenienza pubblica che viene utilizzato dallo Stato in beni pubblici e/o servizi pubblici finalizzati al perseguimento di fini pubblici”. Nella classificazione delle spese pubbliche troviamo le cosiddette Spese correnti, che servono al funzionamento dei pubblici servizi, e le Spese in Conto capitale, riferite a investimenti per scopi produttivistici. Le principali voci di bilancio e principali voci della spesa pubblica troviamo: le spese per i servizi pubblici primari o essenziali (infrastrutture pubbliche e trasporti… sotto questo profilo siamo da terzo mondo); le spese per i servizi pubblici offerti al cittadino dalla pubblica amministrazione (come governo, parlamento, ministeri, tribunali, regioni, province, comuni, Aziende sanitarie, comunità montane… anche qui: sembriamo un paese post bellico); spese per la pubblica istruzione (no comment!), spese assistenziali (ovvero la sanità pubblica… e stanto alle ultime dichiarazioni sui tagli alla sanità… di cosa vogliamo parlare?) e previdenziale (relativamente agli enti previdenziali quali INAIL, INPS, Casse di previdenza) (spesa sociale); spese per armamenti, difesa militare e pubblica sicurezza interna (per questa voce in verità, in Italia non si trova mai il modo di fare tagli… che sfiga!); spese per finanziamento di ricerca e sviluppo scientifico-tecnologico dei rispettivi enti pubblici di ricerca come Università, Cnr, Enea, Infn, Inaif, Ingv ecc. Anche qui: gran parte della ricerca è finanziata, purtroppo, tramite associazioni benefiche che fanno raccolta fondi, si vedano Airc e Ail. spesa per finanziamento, gestione e manutenzione di beni artistici e culturali, proprietà statali ecc. E ancora: spese per eventuali disastri e calamità naturali e ambientali; spese per la copertura e interessi sul debito pubblico in scadenza; spese per il servizio pubblico radiotelevisivo.
Quindi, riepilogando, non tagliano i servizi, ma tagliano tutto quello che abbiamo elencato pocanzi. Come dire: non preoccupatevi, non vi tagliamo una mano, ma le braccia e le gambe.
Queste dichiarazioni del ministro Boschi ci lasciano aperti molti dubbi, sulla sua laurea in giurisprudenza, sulle sue reali competenze in materia, sulla sua buona fede (può darsi che faccia queste dichiarazioni, consapevole di mentire). Su una cosa non abbiamo dubbi: un governo che distrugge lo Stato sociale, che attacca la scuola, che non si occupa degli ultimi, non è un governo di sinistra. Un partito che si fa eleggere con un programma e poi mette in atto le riforme liberali di Berlusconi, deve andare a casa.
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