di Ignazio Mazzoli – Il trionfo delle liste civiche. 52, nei nove comuni dove si è votato, quattro soltanto di partito e solamente a Ceccano dove, però, le civiche erano ben 24. Certo non è in crisi la voglia di votare, è in crisi il rapporto con i partiti tradizionali. Un antidoto all’astensionismo?
Cominciò il professor Giuseppe D’Onorio, in provincia di Frosinone a Veroli, raggiungendo un solido successo che portò alla guida del suo comune un giovane avvocato Simone Cretaro. Lo schema era semplice ed ora sembra che lo sia diventato ancora di più. Liste civiche in coalizione con una lista civica del candidato a sindaco che possiamo considerare quella di riferimento, l’articolazione delle liste ha due riferimenti principali, il territorio da coprire senza buchi e le attività lavorative o se si preferisce professionali. Dentro questi due assi portanti le esigenze del momento: facce nuove, giovani e tantissime donne.
Basta così per dire “il gioco è fatto”? No, non proprio. Non esistono atti palingenetici in politica, neppure le rivoluzioni lo sono. Collegamenti, relazioni, conoscenze, radicamento con tutte le aree del territorio sono le condizioni da cui non si può prescindere anche aldilà della bontà delle idee, quando ci sono. Ehhsssì perché saremmo ingenui se non guardassimo alle infinite possibilità di riciclaggio che questo schema di gioco offre. Un confine D’Onorio seppe individuarlo e porlo in opera.
Vediamo più in profondità, per esempio nel risultato del comune più importante dove si è votato (politicamente parlando per la sua vivacità di partecipazione), Ceccano. Basta guardare chi arriva al ballottaggio per capire che oltre ogni messaggio di cambiamento, senza ossature operative non si mettono insieme i voti necessari per stare avanti agli altri. Nel caso di Roberto Caligiore gli elementi strutturali sono due, il numero delle liste che sono sette per 112 candidati e fra queste c’è da annoverare quella che raccoglie l’esperienza di partito e la relativa organizzazione di Massimo Ruspandini, noto esponente di centrodestra: il peso della qualità organizzativa si legge anche nei numeri che portano le liste raccogliendo 5031 voti pari al 34% superando così anche se di poco i 4.901 voti del candidato a sindaco e la sua percentuale di 33,24%. Questa combinazione di risultato si ripete anche per il secondo arrivato Luigi Compagnoni e per il terzo Gianni Querqui. Di questi due, il primo prende 2613 voti e il 17,72% subito dopo le sue sei liste che totalizzano 2718 voti e il 18,87%; qui appare ben evidente il contributo decisivo di due strutture di partito come il PD e il Psi che da soli contribuiscono con 1762 voti al risultato finale. Il secondo dei due che avevano partecipato alle primarie del “centrosinistra”, Querqui, conquista 2091 voti e il 14,18% sui 2161 consensi e il 15,00% delle cinque liste che lo appoggiavano fra cui figuravano importanti spezzoni di partiti che si richiamano al centrosinistra. (anche nell’esperienza verolana pesarono le divisioni “organizzate” del PD e i risveglio del grande patrimonio di mobilitazione della ex-Dc) Per nessun’altro dei competitori si hanno dati analoghi se si fa eccezione.
Ma certamente non c’è solo “qualità organizzativa”. E’ passata una parola d’ordine. Il dato incontestabile è che il centrosinistra perde (“è ora di mandarlo a casa dopo tanti decenni”) nonostante il generoso e coraggioso tentativo di Manuela Maliziola che paga il prezzo del discredito che si sono conquistati i tradizionali partiti di centrosinistra. Non ultima la bravata degli 11 autodimissionari.
Manca all’appello una forza alternativa e su questo fronte i cambiamenti debbono essere radicali, nei comportamenti e nello stile, oltre che nei contenuti della politica, da solo il M5S non ce la fa. Sono le forze di sinistra che mancano allo scontro con il centrodestra, anzi, non solo e ben di più, accettano il suo terreno, teorizzandolo, del tutti contro tutti e perdono. Per ora è così. Il ballottaggio dirà qualcosa di nuovo? Questa sciagurata cialtroneria l’avevamo già conosciuta a Frosinone nel 2012.
Il dilagare di civiche è la manifestazione della sfiducia verso i partiti perché non più credibili, ma dai partiti non si prescinde, dicono i dati, per la conoscenza delle situazioni e l’esperienza organizzativa di cui dispongono. C’è da chiedersi fino a che punto potranno camuffarsi dietro volti nuovi o coalizioni multicolori questi partiti se non cambiano registro di comportamento e di rapporto con la società? Fra loro e la società c’è un vuoto per i comportamenti corrivi e corrotti venuti alla luce, ma soprattutto per le mancate risposte alle esigenze sociali a volte drammatiche. Sono visti soprattutto come comitati di affari. Questo schema di gioco è ipocrita perché introduce una semplificazione assolutamente ingannevole. Si regge sul seguente presupposto: “nelle liste civiche c’è una componente trasversale che permette di sganciarsi da ogni idea malsana dei partiti o di chi li dirige”. E chi lo dice se tanto dovranno a chi le ha supportate con le proprie strutture organizzative? Questa è inaccettabile semplificazione. Ben altro stile e ben altra lealtà aveva lo schema di Giuseppe D’Onorio che tenne sempre a dichiarare da che parte stava: il centrosinistra. Quella “trasversalità” in realtà si traduce nella cancellazione di ogni ancoraggio a dei valori. Aggiungiamo che non è e non sarà “nuovo” tutto quello che oggi luce, basterà qualche mese per accorgersene.
Rinunciare agli schieramenti serve solo a finire in quel qualunquismo “nobilitato” in cui vince l’uomo solo più forte di quel momento e senza sapere dove ci porterà a sbattere. In ogni caso servono forze politiche serie e organizzate Questo fai da te rischia di esser la parodia della politica.
Che fine faranno le nuove energie che sono impegnate in questa tornata elettorale al momento della delusione? unoetre.it li ha a cuore e assicurerà loro una tribuna da cui dire la propria opinione. In attesa di altro. Che verrà.
3 giugno 2012