di Ermisio Mazzocchi – Il voto di domenica 25 maggio assegna al PD responsabilità e compiti che vanno oltre il ruolo tradizionale di forza istituzionale e della sinistra italiana. Il rapporto ISTAT del 28 maggio rileva la fine della recessione, ma una stagnazione della crescita. La disuguaglianza rimane “consistente” e rimane significativa anche dopo l’intervento pubblico. La povertà aumenta.
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L’Italia non cresce e il PIL aumenta di poco. Il Mezzogiorno è la parte più arretrata dell’Italia. Una rappresentazione delle condizione del paese drammatica e ricca di incognite. La soluzione di questi problemi comporta interventi che devono ristrutturare tutto il sistema socio economico, attuando in modo deciso e tempestivo una politica riformista che interviene su i meccanismi del mercato, del lavoro, del welfare. In definitiva costruire un nuovo modello della società italiana, incardinata su quelle che dovrebbero essere le rinnovate politiche europee, che sono state al centro della proposta del PD in campagna elettorale. Una costruzione riformista si rende possibile per una forza come il PD che supera il 40% in cui gli elettori indicano una disponibilità a seguire e sostenere il cambiamento di cui il PD si è fatto promotore e garante in una dimensione europea. Sorprende, ma non più di tanto, la uniformità del voto al PD su tutto il territorio nazionale di cui si comprendono le ragioni e allo stesso tempo rafforzano l’impianto riformatore del PD e la modernizzazione del paese. Un PD nazionale, obiettivo che non era riuscito a nessun partito della storia repubblicana, che rappresenta una saldatura sul patto del cambiamento tra i ceti sociali stratificati nella società italiana. In sostanza un intero popolo ha ritrovato un orgoglio della sua capacità di affrontare il fronte della crisi su una piattaforma riformista che non dovrebbe escludere nessuno e a ciascuno riconosce i suoi diritti. Merito del PD quale conferma di irrinunciabile funzione democratica del partito e dei partiti.
E’ avvenuto qualcosa di profondo. La crisi picchia duro qui e in Europa, non esclude nessuno. A fronte di avventure, del dissolvimento di un centro politico, alla confusione parolaia, è prevalsa una saggezza del popolo italiano, radicata nella sua storia dalla rinascita del dopo guerra alla costruzione di un paese moderno, non ultimo la lotta al terrorismo. Il baratro era davanti a tutti. Occorreva trovare un comune denominatore che unificasse quelle energie disponibili a sacrifici per cambiare il paese e mandare un preciso segnale all’Europa. La soluzione è stata trovata nel PD che ha una offerta di governo possibile e un progetto per il rinnovo della politica europea. Una convenienza che ha soddisfatto i piccoli imprenditori, i ceti autonomi, i liberi professionisti, gli artigiani, i giovani. Insomma una parte della struttura portante della società: quella che si definisce laboriosa e ingegnosa. Quel 40% si è schierato per accompagnare una politica del cambiamento, in cui sono presenti interessi diversi, talvolta di alcuni prevaricanti rispetto ad altri e conflittuali tra loro. Non siamo alla pace sociale. Le nuove politiche riformiste comportano riequilibri sociali e garanzie di egualitarismo sociale, che richiedono una grande capacità di governo politico per non colpire ancora una volta le parti più deboli della società. Le riforme devono produrre per un partito di sinistra, progressista, democratico condizioni vantaggiose e migliorative per l’insieme della società. Non si dovrebbe avere timore che a dover pagare questa legittima e necessaria modificazione debbano essere le parti più consistenti della società, anche bloccando le speculazioni finanziarie. Molti, che certamente non si sono convertiti in modo così repentino al PD, hanno individuato nel PD uno strumento politico in grado meglio di altri di agire in modo giusto ed equilibrato, con una politica ancorata a quell’Europa, che si intende modificare. Altrimenti non si spiegherebbe l’affermazione del PD in aree ostili come il Nord-est e la riconquista del Piemonte dopo la Sardegna e dell’Abruzzo. Il voto del 25 ha spazzato via credenze e categorie politiche che avevano imbrigliato e diviso il paese senza consentire una prospettiva di cambiamento radicale, profondamente e rigorosamente riformista. Il concentrato di interessi della società italiana trova sbocco in un coinvolgimento su un progetto per il cambiamento che il PD ha presentato e reso praticabile. E’ indubbio che ci sono rischi e difficoltà. La modificazione dell’orientamento elettorale, non sottovalutando anche la sua fluttuazione ed in particolare l’alta astensione (altro 40%), la compattezza e la qualità del voto riducono il livello di rischio di avvio di un riformismo sostanziale.
{tab=Nel frusinate}
Qui entrano in gioco gli elementi che hanno determinato l’omogeneità del voto al PD e la sua ampia consistenza. Il partito, la sua struttura, la sua dinamicità e il suo definitivo assetto dopo le primarie per la elezione del segretario hanno permesso di svolgere un lavoro senza interruzione di continuità su una base di concordia unitaria, non tralasciando i positivi distinguo nel confronto interno, e di presentarsi, a differenza di altri scomposti e frazionati, stabile e determinato. Una combinazione vincente. Come è stato. In questo inedito capitolo della storia italiana si inserisce con le sue peculiarità il voto di questa provincia, che non è immune dalle considerazioni fatte per il resto del paese.
Il PD raccoglie in questa provincia un consenso ampio con una percentuale (37,09%) superiore di gran lunga alle precedenti consultazioni (nelle politiche del 2008 ebbe 97.194 voti ma si fermò al 30,3%) e distacca notevolmente tutto il frantumato centrodestra e lo stesso M5S. Un voto che lo pone nella condizione favorevole per intraprendere una politica rivolta alla causa della trasformazione socio-economica del territorio. Un voto europeo ma dai contorni fortemente territoriali che inducono a ponderare con sapienza le forze in campo per affrontare una crisi che travolge profondamente il tessuto produttivo provinciale. Rimangono aperti i temi della FIAT, del’Accordo di programma, della crisi di settori decisivi dell’economia provinciale. Il 37% rappresenta per il PD una opportunità per andare oltre quel voto e avviare una sua politica territoriale capace di trascinare quel consenso sul terreno delle riforme e su quello di un sostegno a progetti di rimodulazione della struttura produttiva. Quel voto non deve rimanere inerme. Ha bisogno di contenuti, di proposte che il PD dovrebbe ridefinire, obbligato da quel voto a uscire dalla stagione molto travagliata della sua vita interna. Tanto più che la responsabilità del PD è cresciuta con il voto amministrativo che ha visto moltissimi comuni essere conquistati o riconfermati nell’alveo del centrosinistra, con numerosi sindaci del PD. Una nuova generazione di amministratori del PD assume la responsabilità del governo pubblico, che esprime le proprie convinzioni in modo libero, svincolato, in piena autonomia. Un patrimonio di immenso valore, che potrebbe spazzare via quelle logiche correntizie che hanno anestetizzato energie vitali per il partito. Se il voto europeo è stato piuttosto omogeneo su tutto il territorio provinciale, non abbiamo nelle amministrative una stessa uniformità. Il PD e il centrosinistra riconquistano comuni al nord della provincia e perdono al sud. E’ evidente che si apre un problema di contenuti della politica su questa area territoriale e di modalità di scelta dei candidati. Su questo scenario europeo e amministrativo si apre un ruolo del PD, dei suoi dirigenti, dei suoi rappresentati istituzionali che non ha precedenti a condizione che non riaffiorino aspettative personali, appetiti correntizi, rivalità che non dovrebbero avere accoglienza in un partito cui i cittadini di questa provincia hanno affidato il proprio futuro. Si presenta con urgenza una ripresa del governo del partito a fronte di questa ventata di novità capace di valorizzare significativi risulti come nel caso di Cassino e di Sora con una esaltante affermazione del PD, che seppellisce definitivamente gli insuccessi delle passate stagioni politiche, ma richiede risposte e nuovi progetti. Quel 37% ci assegna la questione del partito, del suo ruolo, della sua qualità. Non possiamo pensare di sopportare quel carico di responsabilità uscito dalle urne senza una aggiornata struttura organizzativa che valorizzi il nuovo gruppo dirigente che si è misurato in questa competizione elettorale. Ed è stato premiato. Dobbiamo concorrere tutti a trovare soluzioni più utili al bene del partito che deve attrarre e ricomporre quanti si sono allontanati e quanti vogliono ritrovare una centralità della politica del partito e non del personaggio di turno. L’orizzonte è ampio. Il PD in questo realtà ha un lavoro di costruzione con la partecipazione delle forze della sinistra come il PS, compartecipe nel voto europeo, con cui continuare un dialogo costruttivo e di prospettiva unitaria, di quelle progressiste e di chi guarda al PD, anche in questo territorio, come una forza che ha avviato un processo inconvertibile e accelerato del risanamento del paese.
Frosinone 30 maggio 2014
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