
di Federica Staccone – Primo maggio, festa del lavoro. Sfortunatamente non ci sarà molto da festeggiare nel Bel Paese. I dati ufficiali parlano di una disoccupazione totale che supera il 12% e di un tasso di disoccupazione giovanile che si aggira attorno al 40%*, senza contare il numero di aziende che chiudono ogni giorno ed i gesti estremi di chi vede nel suicidio l’unica via d’uscita.
L’OCSE ha previsto che per il nostro Paese si potrà iniziare a parlare di lenta ripresa solamente a partire da metà 2015, quando il PIL italiano dovrebbe tornare a crescere dello 0,2%, mentre per veder scendere il tasso di disoccupazione totale di alcuni punti decimali bisognerà attendere il 2016.
E’ indubbio che anche l’Italia stia pagando le conseguenze della globalizzazione e della recente crisi economica; tuttavia, a queste cause si aggiungono la poca lungimiranza, la scarsa capacità di pensare a lungo termine e l’inadeguatezza nel creare occupazione da parte dei Governi che si sono susseguiti alla guida del nostro Paese.
Attualmente risulta fondamentale un cambiamento nelle modalità di gestione delle questioni legate al lavoro. Non è più possibile continuare a pensare che sia sufficiente intervenire con gli ammortizzatori sociali ogni qualvolta la situazione divenga irrecuperabile; queste forme di sostegno al reddito dei lavoratori possono essere utili ad alleviare il bisogno che si viene a creare nell’immediato, dopodiché serve altro per consentire ai disoccupati di ricollocarsi nel mondo del lavoro oppure di entrarvi per la prima volta.
Certamente, non è smantellando l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che si riusciranno a creare nuove opportunità di occupazione; i colpi inferti a questa storica tutela del lavoro appaiono piuttosto come un rischio di aumento dell’incertezza occupazionale.
Occorrerebbe insistere su aspetti tradizionalmente deboli nel nostro Paese come la riduzione del cuneo fiscale (vedremo a cosa porteranno le novità in materia introdotte lo scorso mese dall’attuale Governo). Sarebbe utile consentire una maggiore facilità di accesso al credito per le imprese, permettendo a molte di esse di tornare a respirare dopo un lungo periodo di apnea. Sarebbe opportuno aumentare la spesa pubblica in ricerca, sviluppo ed innovazione per evitare la cosiddetta “fuga dei cervelli” verso altri Paesi, mantenendo così quelle menti, con il loro bagaglio di conoscenza e competenza, in Italia. Bisognerebbe favorire l’aumento del tasso di occupazione femminile, potenziare i servizi per l’ impiego che si occupano del collocamento, gestire in maniera migliore i fondi europei per creare nuove opportunità. Nel complesso, dunque, servirebbe una politica nazionale efficace, in grado di restituire competitività all’Italia in un’economia globalizzata e messa a dura prova dalla crisi economica.
Non festeggeranno questo primo maggio i disoccupati della cosiddetta “Vertenza Frusinate”, una idea che punta ad unire tutti gli ex lavoratori di quelle aziende un tempo fiori all’occhiello della provincia di Frosinone (Marangoni, Videocon, Ilva, Michelangelo e altre). L’obbiettivo principale di questa iniziativa è quello di arrestare la deindustrializzazione che da anni sta investendo la nostra provincia, dando così una seconda possibilità al nostro territorio.
Parlando con questi disoccupati emerge chiaramente come non si sentano gratificati né valorizzati nel percepire quei sussidi frutto di una logica assistenzialista ormai logora; ciò che queste persone vogliono e meritano è la certezza del posto di lavoro: solo garantendo occupazione, coloro che governano possono dimostrare di riconoscere e rispettare la dignità di questi disoccupati, innanzitutto come persone, prima ancora che come lavoratori.
Questa giornata sarà per tutti loro l’ennesima occasione di lotta per tenere accesi i riflettori sui loro diritti, sulla loro condizione quotidiana di incertezza riguardo il proprio futuro e quello delle loro famiglie, sulla necessità di intervenire al più presto per trovare una soluzione di politica industriale efficace.
Non ci sarà molto per cui festeggiare neanche per quei giovani che non sono mai entrati nel mondo del lavoro e che vedono come unica via di uscita l’abbandono del nostro Paese, nella maggior parte dei casi in direzione Nord Europa. Rischiano di essere ricordati come la generazione con il trolley sempre pronto, in bilico tra il giudizio di chi li addita come codardi e chi li considera coraggiosi per lo stesso motivo, perché scelgono di andare via.
* Il lavoro negli anni della crisi: l’Italia paga il conto, la disoccupazione è cresciuta del 108%, la disoccupazione giovanile nel Lazio meridionale è al 46% quella nazionale al 42,6% e il tasso di disoccupazione generale è ormai al 13%