elezioni generali 350 260
elezioni generali 350 260di Michele Prospero da Il Manifesto – Dopo l’incostituzionalità del Porcellum, di fronte a una nuova legge elettorale con gli antichi vizi, tocca al Quirinale ripristinare le condizioni di un confronto democratico
Può un paese, che ha appena rice­vuto la con­danna della corte di Stra­sburgo , per­met­tersi di gio­care sulle deli­cate mate­rie elet­to­rali e costi­tu­zio­nali affi­dan­dosi alla giu­liva esu­be­ranza di Boschi e di Renzi, che scom­met­tono sull’adozione in ogni angolo del con­ti­nente delle loro splen­dide riforme illiberali?
Per ora l’Europa, nel campo del diritto pub­blico, ha rice­vuto dalla poli­tica ita­liana solo la rie­su­ma­zione della tor­tura di Stato, la fio­ri­tura delle leggi ad per­so­nam , la com­parsa della giu­sti­zia penale con ben scol­pito un volto di classe. Un’ennesima legge elet­to­rale di segno illi­be­rale e com­pleto sarebbe il qua­dro della deriva dell’ordinamento.
Al posto di tante chiac­chiere di mini­stri e rela­tori incom­pe­tenti chia­mati a redi­gere le nuove norme per il voto, il par­la­mento dovrebbe con­fe­zio­nare una legge elet­to­rale non sulla base dei sogni di suc­cesso del lea­der attuale, ma avendo un qual­che dise­gno di sistema. I cal­coli di inta­scare una vit­to­ria certa, mano­vrando a pia­ci­mento le tec­ni­che elet­to­rali, peral­tro non por­tano bene.
Ne fece le spese già un De Gasperi minore, che pagò la for­za­tura illi­be­rale della legge truffa (pre­mio del 65 per cento dei seggi al “poli­par­tito” coa­liz­zato) con una scon­fitta, che acce­lerò il tra­monto di un leader.
In nome della demo­cra­zia pro­tetta e dello Stato forte, aveva sospinto il paese nelle incer­tezze di un con­flitto radi­cale (clima di stato d’assedio a Roma, inci­denti alla camera, Ingrao fu man­ga­nel­lato dalla celere , i depu­tati d’opposizione abban­do­na­rono l’aula can­tando l’inno della repub­blica). E anche la strana cop­pia Occhetto-Segni, che aveva otte­nuto il per­messo di scri­vere la nuova legge elet­to­rale sotto det­ta­tura refe­ren­da­ria, uscì di scena con le prime con­sul­ta­zioni mag­gio­ri­ta­rie. All’ingegneria elet­to­rale di Cal­de­roli non andò meglio.
Una demo­cra­zia malata che scrive tre leggi elet­to­rali in vent’anni, e che da dieci lustri con­vive con una for­mula giu­di­cata dalla Con­sulta inco­sti­tu­zio­nale, dovrebbe muo­versi con ben altra respon­sa­bi­lità e cul­tura delle regole.
Il tempo per un con­senso allar­gato del par­la­mento dovrebbe essere un impe­ra­tivo irri­nun­cia­bile. E invece il mestiere delle riforme è appal­tato a poli­tici dell’improvvisazione che pre­ten­dono, con il 25 per cento dei voti, di imporre ad ogni costo, al restante 70 per cento, la regola del gioco fon­da­men­tale, quella elet­to­rale esco­gi­tata per vincere.
Qual­che solerte giu­ri­sta all’odor di regime inco­rag­gia il pre­mier ad affron­tare lo scon­tro in campo aperto, non esi­tando a ricor­rere al voto di fidu­cia, che sarebbe un pas­sag­gio legit­ti­mato dal pre­ce­dente della legge truffa, quando peral­tro il par­la­mento aveva altri rego­la­menti. E’ vero che De Gasperi in aula pose la que­stione di fidu­cia ma, con il suo gesto (si appellò a «impel­lenti ragioni di calen­da­rio» e a «cir­co­stanze straor­di­na­rie»), pro­vocò una crisi isti­tu­zio­nale lace­rante, che nes­suno sta­ti­sta lun­gi­mi­rante può per­met­tersi di sca­te­nare. Lo stesso pre­si­dente del con­si­glio rico­nobbe che «la fidu­cia su un dise­gno di legge non appar­tiene alla pro­ce­dura usuale». Il pre­si­dente del senato Para­tore lo inter­ruppe scan­dendo: «e non costi­tui­sce precedente!».
Col­pito dalle accuse del governo, in merito ai suoi sforzi di media­zione, e anche ai suoi cenni di aper­tura all’ipotesi di un refe­ren­dum ven­ti­lata da Togliatti (si avviò la rac­colta di 500 mila firme per la richie­sta del refe­ren­dum, da abbi­nare alle ele­zioni poli­ti­che con la scelta affi­data agli elet­tori tra l’attribuzione dei seggi secondo la nuova o la vec­chia legge), Para­tore ras­se­gnò le dimissioni.
Secondo il governo d’allora, il senato avrebbe dovuto limi­tarsi a pren­dere atto della legge che riguar­dava solo le moda­lità di ele­zione della camera dei depu­tati. Ma, come ram­mentò Umberto Ter­ra­cini, i pre­ce­denti sto­rici smen­ti­vano la fretta del governo. Nel 1881–82 il senato non solo discusse i ritoc­chi alla legge elet­to­rale ma votò emen­da­menti di cui fu tenuto conto. Le oppo­si­zioni si sca­glia­rono con­tro la pre­tesa dell’esecutivo cen­tri­sta di sta­bi­lire una data per l’approvazione del testo.
Il senso illi­be­rale della legge truffa, dise­gnata per argi­nare quelli che Scelba chia­mava «i mas­sicci par­titi tota­li­tari», lo colse in pieno il giu­ri­sta Vit­to­rio Ema­nuele Orlando che stig­ma­tizzò un’arbitraria pro­pen­sione del potere in carica, quella di inven­tare le nuove regole a ridosso delle con­sul­ta­zioni elet­to­rali (il pro­getto di legge fu pre­sen­tato solo il 21 otto­bre del 1952, con ele­zioni pre­vi­ste nella pri­ma­vera del 1953), che pur­troppo farà scuola. In una let­tera Orlando ammonì: «Con­si­dero come diso­ne­sta ogni legge elet­to­rale che sia pre­ce­dente imme­dia­ta­mente le ele­zioni». E aggiunse: «Ora sic­come il governo attuale vuole que­sto atto diso­ne­sto, pre­cede la mia ribel­lione su que­sto punto».
I riscon­tri sto­rici mostrano che non può esserci il sospetto, in un sistema demo­cra­tico appena decente, di scri­vere le regole “diso­ne­ste” della con­tesa sull’abito delle con­ve­nienze del deten­tore con­giun­tu­rale del potere.
Le riforme, soprat­tutto se varate da un par­la­mento ille­git­timo quanto alla sua com­po­si­zione alte­rata dal pre­mio di mag­gio­ranza, non si defi­ni­scono seguendo le sirene del trionfo annun­ciato ma ipo­tiz­zando anche argini alla bana­lità del male. In un sistema tri­po­lare, con par­titi liquidi e forze a voca­zione anti­si­stema, è segno di pura inco­scienza con­tem­plare la pos­si­bi­lità che dal bal­lot­tag­gio esca con i gal­loni del comando una for­ma­zione con il 20 per cento o anche meno dei consensi.
Nell’attuale sistema tutto si è sciolto e non esi­stono le con­di­zioni reali per una com­pe­ti­zione bipo­lare. Per que­sto la tro­vata del bal­lot­tag­gio di lista perde ragio­ne­vo­lezza, effi­ca­cia. Lo sci­vo­la­mento ple­bi­sci­ta­rio del Pd, che invoca i pre­sunti man­dati impe­ra­tivi sca­tu­riti dai gazebo, rivela un dete­rio­ra­mento del qua­dro istituzionale.
Costi­tui­sce «un pen­siero aber­rante», ha scritto Gian­franco Pasquino, l’idea di invo­care la disci­plina par­la­men­tare sulle riforme, come hanno fatto Renzi, Boschi, per­sino i gio­vani tur­chi. «La disci­plina di par­tito –spiega Pasquino– può essere richie­sta ai par­la­men­tari esclu­si­va­mente sulle mate­rie inse­rite nel pro­gramma che il loro par­tito ha sot­to­po­sto agli elettori».
Se non una deriva auto­ri­ta­ria, un grave clima di dege­ne­ra­zione dello spi­rito costi­tu­zio­nale è già ope­rante. Non c’è spe­cia­li­sta di sistemi elet­to­rali che non abbia mostrato i limiti strut­tu­rali dell’Italicum. Anche tra i giu­ri­sti non ostili verso il rifor­mi­smo di Renzi si rico­no­sce che l’Italicum «è molto simile al Por­cel­lum» e non supera «le obie­zioni sostan­ziali» mosse dalla Con­sulta, che anzi nel qua­dro tri­par­ti­tico «risul­tano forse aggra­vate» (A. Mar­rone, “Il Mulino”, 2014 n. 4, p. 555).
Senza par­titi fun­zio­nanti, in grado cioè di cen­su­rare il lea­der, di sfi­darlo alla pari e di non essere dei pas­sivi nomi­nati agli ordini di chi ha lo scet­tro, l’Italicum oscilla tra cadute assem­bleari e vel­leità cesa­ri­sti­che. All’elezione diretta del capo di governo, il con­ge­gno aggiunge anche il con­trollo del 55 per cento della camera deli­neando così un pre­mie­rato illi­mi­tato. Una post­mo­derna repub­blica delle banane con la lea­der­ship creata dai salotti della tv.
In que­sto qua­dro, è indi­spen­sa­bile la vigi­lanza cri­tica del Colle, che dovrebbe essere aller­tato dal costoso pre­ce­dente della man­cata cen­sura pre­ven­tiva che nel 2006 con­se­gnò il Por­cel­lum viziato dai gua­sti illi­be­rali denun­ciati dalla Consulta.
Non si tratta della con­sueta arte di tirare per la giacca il pre­si­dente coin­vol­gen­dolo nel gioco politico.
E’ invece l’attesa della rigo­rosa coper­tura del ruolo trac­ciato dalla Carta e che implica l’esercizio del rin­vio per regole che ema­nano il solo dub­bio di inco­sti­tu­zio­na­lità. Dinanzi alla volontà di potenza di un par­tito (diviso) del 25 per cento, che ripro­pone una legge con anti­chi vizi (nes­suna soglia è pre­vi­sta per l’accesso al bal­lot­tag­gio), tocca al Qui­ri­nale ripri­sti­nare le con­di­zioni mini­mali di un con­fronto demo­cra­tico così gra­ve­mente alterato.

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