
di Gianmarco Capogna* – Dopo la sentenza sulla Diaz è il momento di una legge sul reato di tortura.
Del G8 di Genova del 2001 ricordo le violenze, da tutti i fronti, ricordo una città messa ferro e fuoco, manifestanti che a tratti sembravano guerriglieri e poliziotti che in tante occasioni non sono stati da meno. Ricordo limpidamente, con un brivido perenne che scende sulla schiena, le immagini dell’assalto alla camionetta delle forze armate che portò all’uccisione di Carlo Giuliani. Ricordo la mattina in cui ci siamo svegliati e insieme al latte e al caffè abbiamo osservato attoniti i servizi riguardanti l’irruzione nella scuola Diaz. Avevo dodici anni, più o meno, ma quelle scene di sangue e violenza mi sono restate impresse come un segno indelebile, a differenza dei ricordi della vita quotidiana alle scuole medie di cui ho rarissima memoria.
Oggi a distanza di 14 anni la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha dichiarato che quanto accaduto nella scuola Diaz si classifica come reato di tortura. Un reato che in Italia non esiste e che determina una lacuna normativa che mette a rischio i diritti umani fondamentali di ogni essere umano. Un fatto grave che il nostro Paese, tra i fondatori del Consiglio d’Europa, della Corte di Strasburgo e firmatario della Convenzione europea dei diritti dell’uomo redatta proprio a Roma nel lontano 1950, non abbia mai legiferato recependo gli indirizzi espressi all’articolo 3 della stessa Convenzione che impone che Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti.
Da quasi due anni è in discussione in Parlamento una legge che introduca nell’ordinamento penale italiano il reato di tortura; dopo l’approvazione il 5 marzo 2014 al Senato dovrebbe approdare in aula alla Camera a giorni, ma anche in caso di approvazione dovrà tornare in seconda lettura in quanto è stata modificata. Tempi lunghi anche per l’approvazione di una norma di civiltà di fronte alla quale dovremmo essere tutti d’accordo. I diritti umani fondamentali vengono prima di ogni divisione politica e partitica e dovrebbero essere priorità trasversale di un Parlamento di uno Stato europeo e democratico.
L’approvazione del reato di tortura non può però considerarsi il traguardo finale ma una tappa iniziale: come ci ha descritto l’azione pluridecennale della Corte di Strasburgo sul tema, la tortura oggi giorno si manifesta in diverse forme e in maniera trasversale a tante situazioni. E’ tortura la condizione inumana nelle carceri, alcuni trattamenti riservati ai clandestini, alcuni comportamenti delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti. Allora la vera sfida è alzare l’asticella e chiedere che il Parlamento una volta approvata la legge si occupi anche di regolamentare le situazioni in cui tale reato si può verificare. Perché poi, dopotutto, anche questo ce lo chiede l’Europa.
In molti Paesi del vecchio continente ma non solo, i codici identificativi sui caschi delle forze dell’ordine in antisommossa sono realtà già da molti anni ad esempio. Su questo l’Italia è tra le poche realtà che non ha approvato una normativa che assicuri trasparenza e riconoscibilità degli agenti. Una questione che poi tocca l’etica di uno stato democratico che dovrebbe sempre salvaguardare il rispetto dei diritti umani dei cittadini assicurando libertà e sicurezza, compreso il diritto a manifestare senza correre il rischio, come avvenuto a Genova, ma anche a Roma nel 2012, di essere picchiati dalle forze dell’ordine senza alcuna possibilità di essere tutelati dalla legge.
Esiste dal 2001 un codice etico dell’Unione europea in merito alle forze dell’ordine che invita ad una polizia democratica e a ricorrere alla forza solo se strettamente necessario con il divieto di infliggere trattamenti inumani e degradanti e con la piena riconoscibilità degli agenti.
Un indirizzo comunitario disatteso da 14 anni dal nostro Paese, uno dei tanti mi verrebbe da dire. Uno di quei tanti temi sui quali vale la pena spingere, anche come Giovani Democratici, affinché il PD si dimostri coraggioso e capace di cambiare l’Italia avvicinandola sempre più all’Europa.
*Gianmarco Capogna – Responsabile Diritti, Politiche Sociali e Comunicazione GD Lazio
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