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sergiomattarella 350 260di Donato Galeone*La “comunicazione” così solenne del 3 febbraio 2015 davanti ai Parlamentari e ai Delegati regionali “grandi elettori” del neo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, durata circa 35 minui e con 42 applausi, ha raggiunto un apice alto di ascolto. Mi è sembrata, quella comunicazione, come la messa a servizio, proclamata da un Capo di Stato, di una praticabile “cultura dell’incontro” tra cittadini e lavoratori – di ogni luogo – in “difficoltà” mediante il verbo “comunicare nel segno della speranza”.

Così è stato accolto e detto a Montecitorio – il 3 febbraio 2015 – condividendo in molti le dichiarazioni del Presidente Mattarella sia dentro il “palazzo” che fuori sia con l’ascolto via radio e TV che con la rilettura di quel messaggio presidenziale agli italiani. Io penso che dovremmo aggiungere dopo qualche giorno – rileggendo più volte il discorso programmatico del 12° Presidente della Repubblica Italiana – che quel “comunicare” solenne di 35 minuti potrebbe e deve essere – a mio parere – coniugato anche e insieme ai verbi : “ascoltare, dialogare, condiividere” .

Perchè si tratta di coniugare l’esercizio costituzionale della democrazia politica ed economica ad ogni livello istituzionale tanto nelle formazioni politiche(partiti) quanto tra parti sociali e produttive liberamente organizzate (sindacati e associazioni) priorizzando, essenzialmente, il “lavoro” che è diritto primario riconosciuto dalla nostra Costituzione più volte richiamata dal neo Presidente Mattarella e da lui stesso riconfermata e definita “strada maestra di un Paese unito”.

Ma quella strada maestra indicata dal neo Prdesidente, con la “immagine dell’arbitro e dei giocatori” significa – non solo con parole condivisibli – il ” riconoscere e rendere effettivo il diritto al lavoro” che già nelle lontane giornate di quel settembre-ottobre 1946 – nella prima sottocommissione costituente – Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti con Palmiro Togliatti e Giuseppe Di Vittorio sostennero e affermarono che “un posto di lavoro è equivalente ad una funzione nel corpo sociale e lo Stato italiano deve riconoscere la natura libera, naturale e sociale dell’uomo mentre la Costituzione tutela i diritti originari e imprescrittibili della persona umana e delle sue formazioni sociali”( associazioni di lavoratori).

Personalmente ho vissuto gli anni’ 50 in Toscana – dal maggio 1954 al febbraio 1957 – al CentroLettera di La Pira a Donato Galeone Studi Sindacali Cisl di Firenze con il Direttore Benedetto De Cesaris (poi negli anni ’80 eletto Sindaco di Guarcino suo paese di nascita e anche suo luogo di sepoltura) che, spesso, ospitava sia il Prof. Giorgio La Pira che Don Lorenzo Milani. Fui impegnato anche nelle strutture sindacali della Cisl, direttamente, tra i minatori del Monte Amiata e ho partecipato alle azioni conflittuali dei coloni-mezzadri per i “patti agrari”nella Provincia di Siena.

In quel triennio della seconda metà del secolo scorso ho avuto conoscenza e condiviso l’azione ideale e pratica di un “cattolicesimo democratico” con il gruppo di “Forze Sociali” di Giulio Pastore nella DC giovanile senese e con il gruppo di “Impegno Sociale” di Bruno Storti nel Lazio, priorizzando sempre, le più impegnate esperienze del sindacalismo democratico, solidale e libero, nel segno dell’unità sindacale associativa, non personalizzata o individualista, ma come azione necessaria e determinata di avvio verso la ricostruzione di “comunità responsabili” ad ogni livello territoriale con il “lavoro contrattatto e partecipato” nei luoghi di lavoro e con proposte e azioni sociali nei luoghi istituzionali.

E’ essenziale quanto indispensabile “comunicare, ascoltare, impegnare” i Comuni e Regioni, coinvolgendo Parlamentari sia congiuntamente che disgiuntamente – quali persone da noi delegate per rappresentarci verso i Governi di ogni livello e per chiedere loro di gestire – in senso comunitario quel diversificato e plurale “volto della Repubblica nella vita di tutti i giorni della gente” come efficacemente richiamato, dopo il 30° applauso, dal neo Presidenrte Sergio Mattarella.

Ma per rendere praticabile ed operativo anche quest’ultimo appello del Capo dello Sato italiano – partendo dal Sindaco del più piccolo Comune fino al Primo Ministro d’Italia Matteo Renzi e non escludendo i Presidenti delle Regioni – mi permetto di aggiungere una annotazione, per me incisiva, nel merito della condivisibile comunicazione del neo Presidente Sergio Mattarella, quale “cattolico democratico” che, dal 3 febbario 2015, rappresenta tutti gli irtaliani.

Con i miei lontani incontri fiorentini – continuati dal 1954-57 a Siena – molti di essi erano orientati verso il “come” rappresentare e gestire le comunità toscane, rappresentate diffusamente nei Comuni e al Parlamento dal PCI e dalla CGIL con l’eccezione, se ben ricordo, del Comune di Gaiole in Chianti. E furono anche incontri, volta a volta, con indimenticabili ascolti argomentati di un autentico cattolico democratico e umile persona di cristiano quale era il Prof. Giorgio La Pira Sindaco di Firenze – che vinse la sfida elettorale con il Sindaco uscente Fabiani del PCI.

Per noi giovani ventenni Giorgio la Pira rappresentava l’esempio limpido e battagliero di un rappresentante politico, eletto al Parlamento e già Sottosgretario al Lavoro nel 1948 e, poi, rieletto nel 1951 al Comune di Firenze da quei “volti” di cittadini – quale loro servitore – che in prima persona affrontava, con gli uffici pubblici e il Governo, i gravi problemi della sua comunità (disocupazione, sfratti e carenza di abitazioni, diffusa miseria) qualificando il Comune tanto nel ruolo concreto della vita sociale ed economica della città quanto come luogo istituzionale più attento ai ceti poveri.

Quel Sindaco eccezionale, illuminato dal dono della fede, nel corso della seduta di uno dei Consigli Comunali di Firenze, affrontando la crisi aziendale del Pignone aperta nel 1953 – fabbrica occupata – si schierò con i 1.750 operai e definì i licenziamenti quale “scomunica sociale”.
E e in quello stesso Consiglio Comunale dichiarò che “Voi Consiglieri avete nei miei confronti un solo diritto:quello di negarmi la fiducia. Ma non avete il diritto di dirmi: Signor Sindaco non si interessi delle creature senza lavoro( licenziati o discoccupati), senza casa (sfrattati), senza assistenza( vecchi, malati e bambini). E’ questo il mio dovere fondamentale: dovere che non ammette discriminazioni e che mi deriva prima dalla mia coscienza di capo della città e, quindi, di capo della unica e solidale cittadina e dalla mia coscienza di cristiano”.

Questa operatività politica e pratica del cattolico-democratico e cristiano, Giorgio La Pira, derivava, coerentemente, dai principi costituzionali da lui stesso proposti nel 1946 – attualissimi ancora oggi e non solo con l’articolo 2 che continua a dirci: “La Repubblica riconosce e garantisce i dirittti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali (parti sociali e sindacati che Matteo Renzi e il suo Governo hanno volutamente allontanato) ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Ecco, quindi, che si possono interfacciare i “punti dell’agenda” indicati dal cattolico-democratico Sergio Mattarella – Presidente della Repuibblica Italiana – in quanto “esigono misurata vicinanza delle istituzioni al popolo” consegnati il 3 febbario 2015 al Parlamento, al Governo centrale e decentrato dello Stato: dai Comuni alle Regioni, nella dimensione europea.
(*) – ex Segretario Provinciale e Regionale CISL Lazio
Frosinone, 7 febbraio 2015

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