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votodiscambiodi Ivano Alteri – Come spesso ci accade, abbiamo condiviso l’analisi proposta da Danilo Collepardi su questo nostro giornale, a proposito del Pd e dell’intera politica italiana, ma non riusciamo a condividerne le conclusioni.

Collepardi, nell’ordine, afferma che è scomparsa la forma partito nata dalla prima rivoluzione industriale ed arrivata quasi alla fine del Novecento, che essa è stata sostituita da partiti d’impronta personalistica quando non proprietaria, che il Pd si avvia ad esserlo con Renzi, che per lui questo rappresenta un arretramento della democrazia partecipata. Ma poi, come se la democrazia partecipata fosse una sorta di gioco di società passato di moda, conclude che bisogna prenderne atto e passare oltre.

A noi pare, invece, che se quella forma partito ha perso senso per i governanti, in quanto essi hanno trovato altri strumenti di collegamento tra governanti e governati (la tv privata per Berlusconi, la rete per Grillo, come lui dice), resta intatto il senso che aveva per i governati, che senza di essa restano completamente inermi di fronte al potere. Che tipo di società paventa, allora, quella rassegnazione, che tipo di rapporti sociali, che tipo di cultura, che tipo di esistenza?

La distruzione dei partiti non è fatale, non è una legge di natura; essa è il frutto della sconfitta degli sfruttati che per la prima volta avevano trovato gli strumenti per alzare la testa. Ma una sconfitta, per quanto atroce, non è mai la fine della storia. Farla passare per tale equivale a propiziare una forma economica e sociale schiavizzante, una deriva illiberale e feroce, una dittatura che resterà “dolce” fin quando non sentirà la necessità di menar le mani; col rischio incombente di trasformare il tutto, con atteggiamento collaborazionista, in una vera e propria deriva antropologica, annichilente e irreversibile. A noi personalmente appare come una prospettiva terrificante, alla quale non ci si può rassegnare neanche davanti ad un plotone d’esecuzione.

Se è vero, invece, che quella forma partito ha consentito di rendere storicamente efficace, per la prima volta e per lungo tempo, l’azione dei “poveri”, genericamente detti, in difesa dei propri interessi e prerogative di esseri umani, difenderla nei secoli diventa un impegno per ogni persona per bene, per ogni essere umano degno del nome; e impegno ancor maggiore è combattere contro la rassegnazione anche oltre ogni speranza, poiché quella rassegnazione è la negazione stessa di ogni speranza.

Affermare, perciò, che Renzi è la salvezza del Pd, senza considerare che il Pd di Renzi è un mero strumento di potere dei governanti contro i governati, è un non senso politico, per un uomo di sinistra. A cosa serve, infatti, il Pd, se non è nelle disponibilità dei governati? Perché una persona di sinistra dovrebbe preservarlo e non tentare, in tutti i modi, di distruggerlo? Un conto sarebbe tentare di conquistarlo, di renderlo cioè fruibile ai cittadini in quanto strumento di partecipazione; altro conto è rassegnarsi al suo carattere di tentacolo del potere e preservarlo così com’è. Tanto vale starne fuori, combatterlo senza requie e tentare altre vie.

Frosinone 18 ottobre 2014

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Di Ivano Alteri

Ivano Alteri: Libero professionista di Frosinone, esperto in problemi del lavoro, ha collaborato prima con edicolaciociara.it sul cui sito ha pubblicato interventi relativi al mondo del lavoro e alla politica più in generale. Ha collaborato alla ricerca sugli infortuni sul lavoro svolta dall'associazione Argo per conto della Provincia di Roma, poi pubblicata dalla stessa. Dalla nascita di unoetre.it è membro della sua Redazione

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