alunni scuola professore 350

alunni-scuola-professore 350di Valerio Ascenzi – Prima l’edilizia scolastica, ora l’autonomia delle istituzioni scolastico educative e gli insegnanti. Il premier torna a parlare di scuola. Una nuova ondata di assunzioni nella scuola, ma molte meno di quante era stato preventivato, e nel frattempo si prepara una nuova stangata per gli statali: un nuovo blocco biennale dei salari.

Di edilizia scolastica si è parlato tanto. A dir il vero molti slogan e pochi fondi. Ma l’importante è che se ne parli, diceva Andretti. Così a Renzi, da buon democristiano, importa solo che si parli del fatto che lui sta facendo qualcosa. Se lo fa bene o male, non importa. Così con i fondi elargiti per l’edilizia scolastica, qualche scuola potrà finire lavori iniziati dieci anni fa, a di sicuro non avremo scuole all’avanguardia come quelle europee. Renzi e i suoi hanno avuto il coraggio di chiamare un piano per l’edilizia scolastica: Scuole sicuro, Scuole belle, Scuole nuove. Il piano di edilizia scolastica è secondo molti un ossimoro. Scuole belle, sicure, nuove è uno slogan che al di là della semplicità alla quale abbocca giusto il lobotomizzato medio che sta davanti alla cinque ore al giorno, entra in conflitto con questo misero miliardo di euro di investimento. Nel resto d’Europa, come abbiamo detto, la cifra è dieci volte maggiore. A parte lo slogan orrendamente semplice, forse studiato per i bambini delle materne, Renzi intende dividere i fondi (un miliardo di euro) in tre parti uguali tra per le scuole da rendere sicure, da abbellire e quelle da costruire ex novo. Certo: ci mancava qualcuno che costruisse ancora in Italia. Oltre al fatto che un miliardo di euro è un granello di sabbia, confronto ai dieci milioni di euro investiti annualmente da paesi come Germania e Francia per i loro piani di edilizia scolastica, perché costruire altre scuole? Ristrutturare e rendere sicure quelle che ci sono già era un sacrilegio? CI sono scuole chiuse, perché ritenute inagibili che con adeguati lavori di ristrutturazione e messa a norma potrebbero essere riaperte. La maggior parte delle strutture che ospitano istituzioni scolastiche, a dir il vero, sono tutte fuori norma. Cosa stiamo facendo dunque? Diamo, metaforicamente, una rimbiancata ai muri per poter far apparire nuove le scuole agli occhi dell’UE. Ma l’Europa ci chiede strutture realmente a norma, con spazi adeguati per una scuola di tipo europeo. Continuiamo così e continueremo a fare la figura degli italiani descritti nella barzelletta della visita di Hitler in Italia alle forze armate, con Mussolini che gli faceva credere di avere chissà quanti aerei, mentre erano sempre gli stessi ai quali cambiavano solo il numero di matricola.
Sembra che la qualità delle scuole sia ormai valutabile solo in base alla presenza della linea internet, della presenza e dell’utilizzo delle aule informatiche e delle lavagne informatiche, che andrebbero a sostituire le lavagne tradizionali.

Renzi si rammarica del fatto che le Classi 2.0 sono poche. Per chi non sa cosa significa: la classe 2.0 è una classe dotata di lavagna informatica, tablet per ogni alunno. I fondi per finanziare queste aule sono stati pochissimi, sarebbero dovuti arrivare lo scorso anno per dotare le prime elementari di queste attrezzature. Arriveranno quest’anno. Inoltre, per giustificare il fatto che su due classi prime, ad esempio, solo una riceverà le tecnologie suddette, il Miur si è anche inventato una valutazione finale, anno per anno, nella quale si dovranno mettere a confronto i progressi fatti dalla classe con didattica tradizionale e quelli fatti dalla classe con didattica digitale.
Il problema è che di didattica digitale, di sistemi di apprendimento cooperativo multimediale, di gestione delle aule informatiche attraverso i software didattici, i docenti di questa scuola sono completamente digiuni. È l’ennesimo sperpero di denaro pubblico a nostro avviso.
Potremmo recuperare nei confronti del resto dei Paesi europei, dove è stato constatato che la conoscenza delle tecnologie, non porta conoscenza. Lavorare sullo sviluppo di competenze invece porta ad una forma di sapere diverso. Se impariamo ad utilizzare la mente con la didattica tradizionale, non rendendola dipendente dalle tecnologie, si formano alunni oggi, cittadini e lavoratori domani, con competenze elevatissime. Ma la scuola italiana, purtroppo, non ha provato ancora gli insuccessi delle tecnologie informatiche nel resto del mondo. Al Miur si alternano da anni ministri che non conoscendo alcuni ambiti dell’educazione, preferiscono il sensazionalismo che scaturisce dallo spendere milioni di euro per comprare pc, lavagne lim, e tablet, anziché pensare di mettersi a tavolino, riflettere con pedagoghi e filosofi, con gli interpreti di questa società per provare a fare una riforma seria del sistema scolastico.

In questo periodo sono iniziate le assunzioni presso il Miur. Sono molti di meno gli insegnanti che verranno assunti, molti in meno rispetto a quanto era stato quantificato da Letta. La cosa non si spiega: un parte dei posti continuerà ad essere occupata dai precari, che per due mesi l’anno non percepiranno stipendio, ma il 99% di questi percepirà l’indennità di disoccupazione. Quindi: perché assumerne di meno, se poi comunque è sempre lo stato a pagarli? Misteri della fede… democristiana!
Gli insegnanti rientrano nella macrocategoria dei dipendenti pubblici. Da una parte Renzi sentenzia che bisogna rivalutare e valorizzare la professione docente. Dall’altra però il ministero del tesoro studia come bloccare i salari per altri due anni.
Ancora una volta Carlo Cottarelli riprende Renzi: «Se non si toccano sanità, pensioni e statali, la spending review non riuscirà a centrare i suoi obiettivi; bisogna intervenire su almeno due su tre di questi capitoli». Con una manovra che graverà sempre sulle spalle dei soliti noti, il governo punta ad incassare 16-17 miliardi nel 2015. La legge di Stabilità, va presentata al Parlamento entro metà ottobre e il venditore di pentole di Firenze sarà Renzi è chiamato ad operare delle scelte che si annunciano pesanti e niente affatto indolori, non solo per chi le subirà ma anche per questa pseudo maggioranza che lo sostiene in parlamento.
Renzi parla di autonomia delle istituzioni scolastiche, del miglioramento dell’offerta formativa, ma a nostro avviso non sa neanche cosa sta dicendo.
Con una mano da, con l’altra dovrà togliere. Gli ottanta euro di bonus che ha dato ai lavoratori dipendenti, probabilmente saranno un boccone amaro per molti, quando arriverà il momento del conguaglio fiscale di febbraio 2015. Ma per i dipendenti pubblici saranno un doppio colpo gobbo: si parla di un nuovo blocco delle retribuzioni nel pubblico impiego. Per gli insegnanti sarebbe un colpo ancor più pesante: il contratto è scaduto nel 2006 e non viene ancora rinnovato. Questa ipotesi di blocco degli stipendi ha già suscitato parecchi malumori proprio nel PD (sperando non restino solo mugugni). È un’ipotesi ma sarebbe quella maggiormente appetibile: perché andare a colpire la reale evasione fiscale? Andiamo sempre a prendere soldi dove sappiamo che ci sono. Così, per il governo, il congelamento delle buste paga farebbe risparmiare un bel po’ di denaro alle casse dello Stato. Il tutto con l’appoggio dell’opinione pubblica che ormai pensa che i dipendenti pubblici sono solo delle sanguisughe. Qualcuno vicino al premier si sarebbe permesso di far notare che questa manovra avrebbe effetti ancor più recessivi sui consumi. Tagliando, tagliando i lavoratori dipendenti, ma soprattutto quelli pubblici, nel giro di 5 anni si son visti ridurre il salario reale del 14,6%. Considerato l’aumento del costo della vita, secondo la Cgil, annualmente ogni dipendente pubblico dovrebbe percepire almeno quattromila euro in più.
Renzi, con una mano dà, con l’altra toglie. Non è per essere monotoni. Ma ci ricorda qualcuno.

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Non solo internet

Di Valerio Ascenzi

Sono nato ad Anagni il 25 giugno del 1977. Dal 1998 seguo la cronaca locale e provinciale. Dal 2001 sono iscritto all'ordine dei Giornalisti, elenco pubblicisti. Ho iniziato a lavorare per Ciociaria Oggi, per poi passare a Il Messaggero (cronaca di Frosinone), il Tempo (sempre di Frosinone) e poi al Quotidiano di Frosinone, giornale che ha avuto vita brevissima, esperienza a tratti positiva, ma conclusasi male a causa del fallimento del giornale. In ambito giornalistico e comunicativo ho lavorato in alcune iniziative editoriali romane e nazionali, accostandomi anche al mondo del foto-giornalismo.Ho alle spalle un percorso di studi lungo, poiché "travagliato". Era il 1997. I primi due anni di università li ho trascorsi nella facoltà di Farmacia presso La Sapienza. Già dopo il primo anno ho avvertito l'esigenza di cambiare. L'ho fatto poi iscrivendomi a Scienze della Comunicazione, sempre alla Sapienza, facoltà in cui avevo trovato la mia dimensione. Ma dovendo lavorare contemporaneamente – supplenze nella scuola pubblica e incarichi presso il Convitto Principe di Piemonte di Anagni - ho rallentato gli studi e li ho interrotti un paio di volte. Studiando e lavorando ho preparato due concorsi di abilitazione all'insegnamento – vinti entrambi. Oggi insegno nella scuola primaria, in provincia di Roma. Dopo aver preso il ruolo nel 2007, ho deciso di concludere il percorso universitario. Ho una laurea magistrale in Teorie e tecniche della comunicazione e dell'informazione, conseguita nel 2013 con una tesi in semiotica narrativa e storytelling: un lavoro meticoloso portato avanti per circa diciotto mesi, iniziato (e lasciato aperto) per garantire a me stesso una sorta di riqualificazione in un diverso settore della scrittura (la narrativa e lo screenwriting: la sceneggiatura). Del resto il giornalismo in questa provincia non dà più da mangiare a nessuno. In questi ultimi anni ho compreso che una formazione superiore non basta. Non basta neanche una laurea. Per questo ho ripreso a studiare di nuovo, iscrivendomi ad un master e non so se mi fermerò dopo.Scrivo per passione e da più di dieci anni faccio politica per passione. Dopo aver preso la tessera dei Democratici di Sinistra, sono divenuto per un paio di anni segretario di Anagni. Un traghettatore: nel 2007 siamo entrai nella fase costituente del PD. Avendo aderito alla mozione critica promossa da Gavino Angius, all'ultimo congresso dei DS, per restare coerente con la nostra linea (quella di lavorare per un PD iscritto al PSE) sono uscito con tutto il gruppo, dopo la totale indifferenza per le nostre proposte da parte dell'allora maggioranza guidata da Fassino. Il percorso politico da allora è stato sempre più difficile. Un'area politica, socialista democratica, realmente di sinistra, in Italia non è ancora nata. Nel 2008 ho seguito Angius nella costituente del PSI. Sono stato candidato alle elezioni politiche lo stesso anno. Il PSI non raggiunse neanche l'1%. L'esperienza con i socialisti non è stata positiva, non ne conservo un buon ricordo, soprattutto per il fatto che la struttura di quel partito non aveva nulla a che fare con la nostra cultura politica, fatta di partecipazione, discussione, analisi dei problemi e condivisione delle idee. Siamo rientrati a metà del 2009, insieme a Gavino Angius nel PD. Essendo noi una voce critica, ma piccola piccola, ci siamo resi conto del fatto che nel frattempo quel partito, i DS, non c'era più ed era stato sostituito da qualcosa che ancora oggi non sembra essere un partito. Gavino Angius rientrò con la volontà di lavorare per l'adesione al PSE. Ma ben presto si è capito che il PD andava in una direzione diversa. Nonostante tutto oggi il PD è un partito del socialismo europeo. Ma solo sull'etichetta. Di fatto, le sue politiche non sono di impronta socialista.Molti problemi annunciati dall'allora mozione Angius, sono ancora nodi da sciogliere nel PD nazionale e, a caduta, in quello regionale e provinciale. I circoli cittadini poi, lasciamoli perdere.Ho raccolto l'invito di Ignazio Mazzoli e di unoetre.it per cercare di coniugare la passione per la scrittura, per il giornalismo e per la politica. Per questo cerco di scrivere e commentare, sempre cercando di essere obiettivo, e allo stesso tempo critico, trattando i fatti della politica provinciale nell'area nord della provincia di Frosinone, in particolare ad Anagni.

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