Ci risiamo. Sono passati otto anni dal 2006. Due campagne elettorali perse dal centrosinistra. Entrambe avvelenate da lingue biforcute: politici inclini al pettegolezzo e all’infamia, pennivendoli (perché giornalisti non sono né giuridicamente né eticamente) che hanno contribuito ad alimentare voci, che sono diventate leggenda. Mesi di campagna elettorale vissuti nell’ansia, sempre sulla linea di demarcazione tra legale e illegale, tra informazione e infamia. Mesi in cui ti svegli con il mal di stomaco, con l’ulcera che non ti lascia in pace. Eppure il giorno prima eri sano come un pesce. Il motivo? Il veleno e le maldicenze che intossicano l’ambiente e l’aria che respiri.
Sono anni che Anagni non ricorda una campagna elettorale serena. Già quella del 2001, quando vinse Fiorito, fu all’insegna dei torni forti. Nel momento in cui ci si potrebbe realmente rivolgere ai cittadini, parlando di idee e progetti, si preferisce tornare alla dietrologia, quella più infamante per impedire che questa città cambi realmente.
È una tecnica ben collaudata, una tattica subdola che nelle ultime tre campagne elettorali ha risucchiato il centrosinistra con tutti i candidati. L’arte è sempre quella del gossip di basso profilo, della maldicenza.
Anagni è forse la città che nel Lazio ha maggiormente necessità di tornare ad una normalità. Dopo tutto quello che è accaduto, nonostante Fiorito, questa città si è espressa alle ultime regionali con un voto che pende verso il centrodestra. Allucinante. Agghiacciante.
I cittadini dovrebbero riscoprire un senso civico che non hanno mai avuto, che nessuno ha provato mai a tirar fuori. Politici e pseudo giornalisti ( si preferiscono questi a coloro i quali fanno dell’informazione un reale mestiere) non hanno fatto altro che rendere più ottuso, di quanto era già, il modo di pensare dell’elettore medio qui. Quell’elettore che non sa distinguere i diritti dai “favori”. Già perché in questa città, da troppo si danno dei diritti, facendoli passare per favori.
Anagni è affetta da un morbo dal quale potrà guarire solo attraverso una cura a lungo termine. E non sarà il contrattino di tre mesi nell’azienda farmaceutica sotto casa a guarire questo male. Anagni avrebbe potuto svilupparsi economicamente in una marea di altri modi, attraverso progetti di riqualificazione del territorio, di recupero ambientale di alcune aree. Ma la logica del “qui e ora”, del “tutto, poco, maledetto e subito”, ha fatto ammalare la mente collettiva di questa città.
Ancora non si parla di idee. Da quel che sappiamo, senza entrare nel merito, il Partito Democratico, che sostiene Fausto Bassetta, ha un documento con dieci punti programmatici. Alcune idee, sono state messe nero su bianco anche dal Movimento Cinque Stelle, hanno già delle linee programmatiche. La coalizione di sinistra vicina a Roberto Cicconi ci lavorerebbe.
Per il resto si preferisce sparlare sui candidati. “Quello la, poiché lavora a Roma, non farà mai il sindaco”, “Oppure: è mandato dall’alto per tutelare certi interessi”. Mezze frasi, pronunciate con l’intento di innescare il dubbio. Oggi, a parte qualche dubbio su chi è stato nelle giunte con Fiorito e Noto, i candidati sono senza ombra di dubbio, persone sincere, senza ombra o scheletri negli armadi. Questa volta, anche il candidato espresso dal Partito Democratico, al di là del fatto che venga dalla società civile o dal mondo militare, è un candidato di tutto rispetto, sul quale non si può dire nulla. Anche l’ultima volta era un candidato di tutto rispetto. Ma ovviamente hanno avuto la meglio il gossip, la disinformazione, l’invidia, condite con un po’ di pressapochismo da parte di chi ha condotto la campagna elettorale.
Non si comprendono però oggi i tentativi di rendere il candidato del Pd un bersaglio mobile. Ci può essere solo un motivo: la paura di perdere. E questa paura ce l’ha solo chi, come nelle ultime volte, ha fatto scelte discutibili, in merito alla composizione della coalizione, che rappresentano una volontà di vittoria personale, non collettiva. Oltre a chi ci ha messo la faccia da oltre un decennio, c’è chi in questa campagna elettorale, ci ha investito troppo e non può di certo fare un passo in dietro pensando che magari ci sono persone maggiormente competenti. Non sia mai a pensare: tizio è meglio di me, mi faccio da parte. Purtroppo questo modo di pensare non appartiene all’anagnino medio. Dunque neanche a qualche candidato.
Vi starete domandando. E quindi? Dove vuoi arrivare? Il problema vero è che i cittadini di Anagni, in questo ultimi tredici anni, sono stati abituati a pensare alla politica come ad un sistema clientelare, dove “tanto sono tutti uguali”, dove tutti hanno un tornaconto personale dalla politica. La politica ad Anagni non riguarda i beni comuni, ma gli interessi dei singoli. “A mi che me ne ve’ ‘n saccoccia?”. Questa è l’affermazione vernacolare – il cui significato è: cosa me ne viene in tasca – che ho sentito pronunciare da persone di tutte le età. Il sistema innescato dal 2001 in poi vuole che, nell’immaginario collettivo, la politica amministrativa sia sempre più incentrata sull’inciucio e non sulla gestione della cosa pubblica, per la collettività. Gente che chiede posti di lavoro e politici che commettono il reato del voto di scambio, in maniera sempre più palese. Se l’Italia vive un momento di crisi democratica, Anagni è una giungla.
La crisi del settore editoriale ha colpito anche questo territorio. Ma purtroppo non ha colpito certi modi di fare pseudo informazione. I giornalisti, quelli seri, quelli che sono soggetti ad un codice deontologico, che cercano di fare il loro lavoro con una certa correttezza, rischiano il posto, traballano e si arrabattano a cercare di vivere, continuando a fare bene il loro lavoro. Mentre altri, che del codice se ne infischiano, trovano sempre il modo di star la a rimestare nella melma, descrivendo sempre una politica fatta nell’ombra, nelle segrete stanze. E, a sentir loro, a far questo tipo di politica, son sempre i nemici dei loro amici. Affermano di essere i detentori di numerose verità, ma il relativismo di quel che affermano è sempre più marcato. Lo scopo è sempre quello di “buttarla in caciara”.
Cosa fare? Che dire? Il centrosinistra, il Pd, gli alleati e tutti quelli ai quali sta a cuore la politica, la democrazia e la partecipazione possono fare una sola cosa. L’unica cura è turarsi l’orecchio destro, quello con il quale si percepisce quest’ondata di maldicenze; tenere aperto il sinistro per il dialogo con la popolazione e parlare solo di idee, programmi, progetti. E poi sorridere alle maldicenze e rispondere serenamente, che non importa quel che si dice, ma contano i fatti.
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