di Stefano Balassone – Crozza venerdì scorso ha ottenuto il 9,22 per cento e ha tolto pubblico a Raiuno. Cairo dovrebbe brindare per il risultato che Crozza, con il 9,22 per cento e 2,5 milioni di spettatori, ha ottenuto venerdì scorso.
Non tanto per il dato in sé, ma perché, a osservare i movimenti dei telecomandi nel corso della serata, sembra che sia stato ottenuto strappando pubblico a RaiUno.
Rispetto alla puntata precedente, in assenza di Crozza, Il meglio d’Italia, condotto da Enrico Brignano, è arretrato infatti di 5 punti di share e assai di più fra gli spettatori più “popolari”, che passano più tempo davanti alla tv: donne anziane del sud e del nord, distinti pensionati con le rispettive consorti.
Questi “traditori” di Raiuno, solo al termine di Crozza sono passati alle residue lepidezze di Brignano. E così la inusuale preferenza del “popolo” si è sommata per Crozza al consueto favore delle élites iperpoliticizzate (e forse allo sdoganamento ha contribuito il forte passaggio al Festival di Sanremo). Avevano visto giusto Gubitosi e Leone a volerselo prendere e a La7 staranno ringraziando le polemiche di Brunetta che mandarono in fumo il trasloco.
Dunque accade che la nuova proprietà di La7 effettui un primo, agognato sbarco nei settori di pubblico nazional-popolari proprio attraverso uno dei programmi che ha trovato nei vecchi palinsesti anziché con gli appositi e “nuovi” inserimenti sui quali puntava. Non solo “La Gabbia”, che in fin dei conti rastrella anch’essa un pubblico d’élite, per quanto incasinato, ma specialmente Linea gialla, nata dal trapianto del collaudatissimo Salvo Sottile, strappato (?) a Quarto Grado di Rete4. Ma dopo una agonia di qualche mese, Linea gialla ha chiuso bottega per mancanza di clienti. Come mai?.
La ragione ai nostri occhi è chiara: un canale televisivo generalista non è una somma di prodotti e programmi, ma una “identità”. Il che vuol dire che può, anzi deve, puntare ad arricchire i segmenti di pubblico che lo seguono, ma non per aggiunte meccaniche, bensì per “sviluppo interno”, attraverso l’apostolato della messa in onda. Detto in altri termini: l’allargamento del pubblico non si compra, ma si costruisce a partire da quello che si è.
Per cui una rete già caratterizzata nel campo della informazione-racconto e della tv “riflessiva” può aggregare Santoro, che le somiglia e, anzi, è l’inventore del genere, ma fa sembrare un pesce fuor d’acqua Sottile, che è una specie di mitraglia di fatti “nudi e crudi”.
Mentre, ironia degli scambi, un esempio di “sviluppo interno” lo sta fornendo settimana dopo settimana, proprio il Quarto Grado affidato a Gianluigi Nuzzi, ceduto da La7 in cambio di Sottile. Nuzzi, aiutato dal retaggio del programma e della Rete, e pur esibendo una personalità più riflessiva di Sottile, ha camminato su un terreno non improvvisato fino a riuscire a integrarsi nella identità della rete che lo ha accolto, nelle aspettative di quel pubblico etc etc. E così dopo lo choc e gli abbandoni seguiti all’abbandono di un conduttore fortemente caratterizzato come Sottile, le componenti più popolari del pubblico hanno ripreso il loro posto in platea e il programma comincia a rivedere i numeri di un tempo (quasi il 9 per cento per l’ultima puntata).
In altri termini, i conduttori sono come i piloti nella Formula1: contano, e moltissimo, per sfruttare le qualità della vettura. Ma la vettura qualcuno deve pur progettarla, costruirla, curarla. A questo servono le aziende televisive, con l’insieme delle competenze che ne fanno la sostanza. Una regole che non ammette eccezioni, sicché se la politica, che non è azienda, ma comunicazione, può saltuariamente ricorrere all’apparenza dell’eroe solitario, in tv, che è una industria, l’uomo solo al comando si sa dove va: a sbattere.
@sbalassone
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