di Martina Innocenzi – “Stamattina mentre aprivo il portacarte, mi è capitata tra le mani la mia tessera di iscritta al Partito Democratico. Mai come questa volta, guardandola, l’ho percepita vuota, priva di tutte quelle sensazioni e di quella voglia di cambiare il mondo che, qualche anno fa mi aveva fatto scoprire la mia passione per la politica. Si sa, le difficoltà di questo partito vengono da lontano, probabilmente dalla sua nascita ma mai ho messo in discussione il senso di appartenenza a quella comunità di uomini e donne attraverso la quale ho sempre pensato di poter contribuire a cambiare le cose. Tuttavia nelle ultime due settimane gli eventi sono stati travolgenti ed hanno profondamente mutato il quadro politico del Paese e del Partito. Non ho condiviso la scelta operata da Matteo Renzi con il sostegno (per alcuni aspetti incomprensibile) di quasi tutta la Direzione Nazionale del PD per due motivi: il primo è dato dal fatto che se un Governo ed il suo Presidente sono al capolinea, la parola deve tornare ai cittadini. Non si può continuare a mettere e togliere pedine alla guida del Paese come stessimo facendo una partita a scacchi. Il secondo motivo legato alla consapevolezza che, pur cambiando la guida, la maggioranza resta la stessa che ha sostenuto Enrico Letta. Nonostante tutto oggi Matteo Renzi è il nuovo Presidente del Consiglio con una squadra di Governo che, nei fatti, è composta dalla maggior parte di coloro che il Segretario nazionale del PD aveva voluto nel suo esecutivo.
“Se fallisco la responsabilità sarà solo la mia” è, a mio modo di vedere, una delle frasi più significative che Renzi abbia pronunciato nel suo discorso al Senato della Repubblica per due ragioni: da una parte per la prima volta si afferma l’idea che, se si fallisce, si va a casa evitando di riciclarsi all’infinito; dall’altra, però, emerge con forza la sua visione personalistica ed accentratrice di una responsabilità che, prima di tutto, Matteo Renzi, da segretario nazionale, ha chiesto al Partito Democratico in seno al massimo organismo dirigente chiamato a discutere (la Direzione Nazionale). Una responsabilità che, nel bene e nel male, deve essere collettivamente sentita dall’intera comunità del PD e non da uno solo.
In questo scenario, credo sia fondamentale il contributo politico e programmatico del Partito che, mai come ora, dovrebbe risvegliare i iscritti, militanti, simpatizzanti ed elettori costruendo sedi di discussione permanenti per coadiuvare l’azione di governo e preparare il paese reale ad un cambiamento che sarà difficile da attuare vista la maggioranza che sostiene Renzi.
La sensazione però è che stia accadendo l’esatto contrario: il partito sembra essere nuovamente in un pericoloso stato d’abbandono nel quale ancora una volta gli eletti spadroneggiano definendo scelte e percorsi da intraprendere a garanzia delle loro necessità e non al fine di perseguire il bene comune. Il Segretario nazionale è anche presidente del consiglio; molti dei membri dell’esecutivo nazionale oggi sono Ministri; la direzione nazionale del PD viene convocata presso la Camera dei deputati e non nella sede del PD. In sostanza il gruppo dirigente nazionale cosa fa? si auto consulta sulle scelte da assumere nell’attività di governo? Che senso può avere tutto questo? Per quanto mi riguarda, in questo scenario, c’è un partito da salvare perché salvarlo significa garantire la tenuta democratica del paese. È necessario fare una battaglia culturale perché di un partito inteso come luogo di elaborazione politica e discussione c’è un gran bisogno. Non serve un comitato elettorale ma quel contenitore capace di formare una nuova classe dirigente per il paese; abbiamo bisogno di un PD che dia a tutti la possibilità di essere protagonisti di un cambiamento vero”.
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