Bambine a scuola

Bambine a scuoladi Daniela Mastracci – Proviamo ad esaminare il Decreto legislativo 62/2017, a proposito di valutazione e ammissione alla classe successiva nella scuola primaria. Sta facendo assai discutere l’articolo 3 del decreto. Alla discussione sui quotidiani, segue la discussione sui social, immancabile. Ma a questa sta seguendo la reazione della ministra Fedeli la quale tra l’irritato e l’indulgente verso i docenti, sostiene che la discussione è viziata dalla incomprensione del decreto stesso, proprio da parte degli insegnanti. Cioè coloro che dovranno attuare il decreto non lo hanno capito e solo per questo stanno polemizzando. La lettera dell’articolo 3:


«Art. 3 – Ammissione alla classe successiva nella scuola primaria
1. Le alunne e gli alunni della scuola primaria sono ammessi alla classe successiva e alla prima classe di scuola secondaria di primo grado anche in presenza di livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione.
2. Nel caso in cui le valutazioni periodiche o finali delle alunne e degli alunni indichino livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione, l’istituzione scolastica, nell’ambito dell’autonomia didattica e organizzativa, attiva specifiche strategie per il miglioramento dei livelli di apprendimento.
3. I docenti della classe in sede di scrutinio, con decisione assunta all’unanimità, possono non ammettere l’alunna o l’alunno alla classe successiva solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione.»

La polemica con la Ministra Fedeli

Il comma 3 dice che la eventuale non promozione deve derivare da decisione unanime dei docenti della classe: ovvero nel caso in cui uno solo dei docenti dovesse essere contrario alla bocciatura, l’alunno/a verrà promosso/a
La discussione in corso verte su questo punto: lo si legge come una promozione ope legis, un divieto di bocciatura. Mentre la ministra viene a sostenere che la polemica poggia su un’incomprensione. Ascoltando la Fedeli evidenziamo il passaggio dove sostiene che non si tratta di porre per legge la promozione, bensì di responsabilizzare le scuole circa l’attivazione di strategie onde riallineare i saperi, colmare lacune, risolvere criticità.

Al di là del linguaggio pur suggestivo, si tratterebbe di avviare corsi di recupero durante l’anno scolastico affinché gli alunni in difficoltà abbiano la possibilità, appunto, di recuperare le lacune e raggiungere un livello sufficiente di conoscenze (o competenze?). In verità la dicitura del decreto rende tutto più facile perché scrivono che il discrimine per la promozione equivarrà a “livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione.” Intanto facciamo i complimenti agli estensori del decreto per l’espressione “o in via di prima acquisizione”: arduo comprendere il significato, se ce n’è uno, ma a naso ci dice che il bambino potrebbe essere rimasto esattamente al punto di partenza dell’anno scolastico, cioè non ha nemmeno acquisito “la prima acquisizione”. Ma vogliamo rilevare una criticità, come piace ai legislatori definirle: il decreto mette nelle condizioni di avviare corsi di recupero? Di formulare e attivare le strategie che occorrerebbero? Ovvero ci sono le condizioni perché quei livelli pur bassissimi possano essere raggiunti? C’è coerenza tra il decreto e le indicazioni che gli insegnanti dovrebbero seguire e la sua realizzazione?

Incoerenza tra parole e circostanze reali

C’è coerenza tra le parole del ministro circa l’inclusione, la lotta alla dispersione, il “non lasciare indietro nessuno”? ovvero la promozione si raggiunge perché effettivamente è stato fatto il possibile per non lasciare indietro, cioè riallineare i saperi? Insomma i bambini verrebbero promossi perché sostenuti e portati alla prima acquisizione, oppure tale promozioni risulti una mera “forzatura” della realtà?
Le azioni da “mettere in campo, mirate ad includere e non lasciare solo chi resti indietro” sono sostanziali, e non puramente formali, soltanto se ci sono i fondi per retribuire i corsi di recupero, che gli insegnanti possono tenere in orario extracurriculare, e perciò non incluso nello stipendio. Innanzitutto occorrerebbe finalmente ricontrattare il contratto nazionale dei docenti, fermo da nove anni, quindi, come è facile intuire, non comprensivo delle attività aggiuntive che le pseudo riforme scolastiche, inclusa a maggior ragione la “buona scuola”, hanno calato sulla testa degli insegnanti. Se però il contratto non si rivede, come appunto sta accadendo; se il fondo d’istituto, o FIS, non viene aumentato ed erogato per tempo, viceversa è stato ridotto a cifre irrisorie e bastevoli, quando anche, ai soli corsi estivi (nelle superiori, per esempio), e viene erogato con tempi non coerenti con le attività che dovrebbe retribuire, come è possibile pensare di ottemperare alla legge attivando i recuperi? E se si sottolinea che per tali corsi di recupero ci saranno i docenti dell’organico di potenziamento, si nasconde che non in tutte le scuole c’è tale organico potenziato e che, dove c’è, i docenti vengono utilizzati per le supplenze, dunque resta ben poco, o nulla, per far recuperare carenze. Come è fattivamente possibile rispondere al decreto e quindi dare sostanza al riallineamento dei saperi? Specie se tale decreto deve essere adottato appunto in un contesto scuola pubblica martoriata da tagli alle ore curriculari, al corpo docente, con un numero di alunni per classe tale da farle definire classi pollaio (dove insegnare davvero è impossibile).

Un po’ di propaganda?

Alla contraddizione esposta si aggiunge un dettaglio ulteriore. La ministra strizza l’occhio alle famiglie meno abbienti: dice che la scuola deve essere inclusiva, democratica e vincente contro l’abbandono scolastico, a maggior ragione nei quartieri più disagiati ove tale abbandono è maggiore: ovvero la scuola deve attivarsi con ogni mezzo e modalità per evitare che gli alunni restino indietro e abbandonino. Bene, sacrosante parole! Dove sta però la magagna? Di nuovo in parole pronunciate che non possono avere seguito effettivo per mancanza di fondi ad hoc. Di nuovo cioè si propaganda una risoluzione apparentemente includente e democratica, ma la lascia lettera morta perché non si pongono in essere le condizioni per attuarla. Allora la strizzatina d’occhio è ancor più irritante e da smascherare: nei fatti si promuove (e implicitamente si dedurrebbe l’aver conseguito gli obiettivi, almeno della prima acquisizione), però come essere certi che i bambini siano stati davvero seguiti e accompagnati al risultato? I docenti, pochi, con scarsissime risorse dovranno inventarsi (sic!) sistemi da scrivere e firmare ove certificare i recuperi. Se però tali recuperi ci siano stati non è dato sapere con certezza. Perciò restare perplessi di fronte al decreto “promozione” non significa non aver capito la legge, come sostiene il ministro, ma esserci entrati dentro e essersi chiesto dove siano le condizioni perché non sia soltanto una pura formalità, oppure ci sia della sostanza. E’ giusto che nessuno resti indietro, ma non è corretto esimersi dalla responsabilità contrattuale, finanziaria, di tale civile obiettivo. E è vano riempirsi la bocca delle parole di Don Milani per cui la scuola non può essere un ospedale che cura i sani ma lascia indietro i malati. Si tratta di lavoro: va concertato, contrattualizzato, retribuito. Si tratta di tempi scolastici maggiori e non certo compressioni orarie, si tratta di maestri in più e non certo di maestro (pressoché) unico, si tratta di sostegno e non certo di eliminare i docenti per questo qualificati; si tratta di mediatori culturali per sanare lo svantaggio linguistico, si tratta di vera gratuità e sostegno alle famiglie meno abbienti. (Forse anche di smetterla con la propaganda delle mensa scolastica come momento educativo, se ciò significa non far portare il panino da casa, oppure far pagare la mensa appunto). Insomma si tratta di unire il dire con il fare. Sarebbe effettivamente inclusiva e educante, democratica, una scuola dove il numero dei docenti e degli alunni per classe, il tempo prolungato, più discipline, fossero ripensate come risorse, queste sì, atte a non far disperdere alunni, essere in grado di seguirli passo passo, e uno per uno.
Non bocciare, ma continuare a tagliare, significa soltanto lasciare chi sta indietro esattamente dove sta.

E se de facto è sufficiente la presenza a scuola degli allievi, i docenti si avviano a diventare certificatori di presenza? E però frenetici e nevrotici, dentro un meccanismo che, in modo soltanto finto ed estemporaneo, li costringe ad un lavoro massacrante, ove sopperire all’assenza di finanziamenti? Vogliamo una scuola così?

Di Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.

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