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cepu mindi Daniela Mastracci – Tra le sagre d’agosto c’è la sagra dello spontaneismo.
Mai una visione, mai un progetto pensato. Mai sapere e far capire dove si voglia andare, quale sia l’idea di scuola che questo Paese, sempre più emergenziale e votato al fare per fare, stia pensando per i bambini, per gli adolescenti, per i ragazzi. La scuola è per definizione progetto: invece è legata a politiche e politici che si muovono come alla cieca, navigando a vista nei marosi di un futuro che non riusciamo a vedere nè tanto meno prevedere.
Noli me tangere! E’ la scuola che parla.
Lo sapevamo che le deleghe in bianco della legge 107/2015 avrebbero potuto produrre degli effetti discutibili. Si poteva prevedere un potere troppo concentrato nel governo, nel ministro e suoi consiglieri. Forse però queste decisioni in un agosto torrido, ci hanno comunque spiazzati. Troppe e troppo poco discusse. Testimoni di un decisionismo che non guarda in faccia a nessuno.

La scuola breve

Il 3 agosto veniamo a sapere, bontà sua, ministra, che lei ha esteso a 100 gli istituti che sperimenteranno per tutta Italia il liceo breve. Poi la sottosegretaria D’Onghia, esaltata dal modus operandi sui licei, propone di ridurre a due gli anni della scuola media. E non si lascia l’occasione di colpire ancora una volta gli insegnanti, dicendo che si vuole “stanarli” come fossero animali da braccare che cercano di sfuggire alla giustissima giustizia del Miur, dimenticando che il Miur stesso ha messo in cattedra i docenti.
Estemporaneità. Nuda e cruda. Colpi bassi alla categoria degli insegnanti, degli Ata, mai nemmeno nominati nella legge 107/2015.
La “buona scuola” vuole essere inclusiva? Non lasciare indietro nessuno? Combattere la dispersione scolastica? Al contempo però vuole preparare velocemente al mondo del lavoro. Avvia una propaganda mediatica a proposito delle infinite possibilità che l’alternanza scuola lavoro darà agli studenti, e ora potenziata dal liceo breve che immetterà i ragazzi in anticipo nel fantastico mondo del lavoro italiano. (Viene da chiedersi ma costoro del Miur vivono forse in un’Italia parallela? perché questo mondo del lavoro che attende pronto le nuove generazioni è un’altra Italia, un’allucinazione collettiva al ministero dell’istruzione. Di certo non è l’Italia nella quale viviamo noi tutti, dove il 40% dei giovani è inoccupato o disoccupato!) dunque “non vuole lasciare indietro nessuno” ma avvia alla professionalizzazione a partire dai 16 anni: con l’ammontare di 400 ore di alternanza negli istituti tecnici e professionali, di 200 ore nei licei. E ora, ciliegina sulla torta, vuole ridurre di un anno il corso liceale stesso?
La matematica non è un’opinione: se sottraggo 400 o 200 ore alla didattica per le attività di alternanza scuola lavoro, come si può conciliare con tale sottrazione la propalata volontà di “non lasciare indietro nessuno”? E a maggior ragione con la compressione a quattro anni? Si fa una certa fatica a pensare di raggiungere l’obiettivo inclusione quando si tagliano, ancor di più che nelle riforme precedenti le ore curriculari, a vantaggio di “lavoro”, pensato come formazione potremmo dire “on the road”, e adesso addirittura la sperimentazione che elimina un intero anno scolastico, sostituito ipso facto con didattica laboratoriale, nuove tecnologie, insegnamento in lingua straniera (qualora ci fossero abbastanza docenti per poterlo fare davvero!?
Come riuscire a comprimere in quattro anni ciò che si dovrebbe svolgere in 5, come previsto dalla stessa legge 107? Ecco, il “come” è appaltato ai collegi docenti. Cala un peso enorme sui collegi docenti, privati, da una parte, del potere decisionale, vista la dirigenza scolastica investita di un primato che di fatto annulla la collegialità stessa; dall’altra parte però il collegio viene investito di un onere non invidiabile: al collegio infatti è demandata la progettazione del curriculo a quattro anni, e tale impresa colossale deve essere pronta entro un mese. Chiaramente si capisce che è un ennesimo appalto a costo zero di responsabilità legislative che dovrebbe avere il Miur: invece stavolta danno la direttiva e la affidano tout court ai collegi, quando appaltare ad apposite commissioni di “esperti”, come è stato d’uso per le ultime “riforme”, sarebbe costato molto. I docenti verranno retribuiti per il lavoro gravoso che dovranno sostenere?

Condensare la didattica

scuola radio elettraPensare che le riforme dei curricula hanno richiesto anni di “elaborazione”, qui addirittura si pretende di condensare in quattro anni la didattica pensata per 5, in poco meno di un mese di lavoro. E poi ogni collegio, che è composto da persone, e perciò teste diverse, dovrebbe essere il campione per un esperimento nazionale? ma scusate se ogni collegio produrrà la sua proposta di liceo breve, come potranno 100 proposte diverse essere campione? La base empirica di una sperimentazione non deve più essere simile e omogenea? Quale progetto di fatto sarà dirimente per decidere il liceo a 4 anni per tutta l’Italia? E di quale scuola? Non è facilmente immaginabile che scuole, già oggi avvantaggiate da finanziamenti (come la stessa 107 legifera), avranno ipoteticamente le risorse per incentivare i collegi a questo massacrante lavoro? E perciò scuole “ricche” saranno metro di giudizio per tutte le scuole italiane? Inoltre non è facilmente immaginabile che la “platea” studentesca di tali scuole “ricche” (ad esempio situate in quartieri prestigiosi, ove affluiscono i figli di famiglie con un alto tenore di vita e assai probabilmente molto più scolarizzate di milioni di altre famiglie italiane), tale platea, dicevo, non sia già più preparata e pronta alla prova, insomma che campione si prefigura? Inoltre ricordiamo che già nel decreto si scrive che gli studenti dovranno essere molto motivati e preparati, per poter intraprendere la sperimentazione a quattro anni, che si prefigura come una scuola comunque a tappe forzate. Quindi di nuovo, in un’altra forma, si pone la questione di come si possa pensare un campione, dalle caratteristiche già così particolari, come elevato a campione nazionale. A me sembra già “viziato” in origine e perciò non rispecchiante la multivariegata situazione di partenza degli studenti italiani. In questo senso il liceo a 4 anni partirebbe da dati che inevitabilmente metterebbero ai margini studenti non avvantaggiati. Allora questi ragazzi con livelli di partenza differenti, avrebbero la possibilità di superare ogni ostacolo all’apprendimento se devono vedersela con curricula progettati su una realtà già più avanti?
alternanza scuola lavoro 2Si va ad aggiungere alle esternazioni agostane la proposta della sottosegretaria D’Onghia di comprimere il triennio della Scuola Media inferiore: da tre a due anni scolastici. Ovvero tagliare un anno anche alla scuola media? Certo si correrebbe veloci verso la meta. Il problema resta però proprio qui: quale meta gli adolescenti italiani dovrebbero raggiungere velocemente? E con quale preparazione e maturazione personale? Quale battaglia alla dispersione e quale inclusione? Pensiamo che eliminare un anno scolastico possa incoraggiare i ragazzi a non lasciare la scuola? Cioè avalliamo appunto la cattiva volontà, l’insofferenza verso la concentrazione e lo studio? Diamo l’alibi a finire presto? Se invece ci fossero davvero situazioni di svantaggio tali da causare l’abbandono scolastico, la classe pollaio, le ore tagliate, la soppressione del tempo prolungato, l’assenza di fondi per retribuire le opportune ore di recupero nelle discipline dove si evidenzino maggiori carenze e criticità, quegli svantaggi non verrebbero minimamente intaccati perché non li si può risolvere se non con strumenti che appunto mancano e continueranno a mancare. Dove finisce allora il diritto allo studio, che appunto avrebbe il compito di accompagnare la crescita degli adolescenti? E il diritto a “non restare indietro”? il diritto al recupero? Inoltre perché comprimere, quando sappiamo già che il tempo dello studio decresce, col crescere invece delle “distrazioni” di questa modernità liquida? Perché non dare più sostegno ai più deboli accompagnandoli con la cura e la calma che i tempi di maturazione della persona richiedono. Non si legge una contraddizione tra tagliare un anno scolastico e “non lasciare indietro nessuno”? Non è che se fai giungere in anticipo alla meta, ciò significa che si sono raggiunti i risultati cercati: semplicemente si sono ridotti “i metri” da percorrere, con l’ineliminabile necessità di abbassare gli obiettivi da raggiungere.
Inclusione, dispersione, “non lasciare indietro nessuno”? Far percorrere meno anni di studio, livellare verso il basso gli obiettivi: non lascio indietro perché vado io, scuola, indietro, avvicinandomi e riducendo la distanza. Allora la crescita sarà soltanto apparente: abbiamo reso più vicino e più facile l’arrivo.

 
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Di Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.

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