di Antonella Necci – Capitolo due, i silenti colpi di scena.
Erano passati ormai sei mesi dal matrimonio tra Marinelle e Geppó. La tristezza che lo aveva attanagliato per quell’evento stava svanendo.
Anzi, c’erano giorni, anche settimane, in cui credeva di aver superato quel senso di vuoto che si era formato in quel posticino nascosto del suo cuore, non appena aveva visto Marinelle imbarcarsi nel viaggio di nozze lungo un lunghissimo anno.
I ragazzi avevano fatto le cose in grande. Amici sparsi in tutto il mondo li avrebbero ospitati. Nessun lavoro li tratteneva del resto, li, in quel paesino assonnato ai piedi del monte Okron. Poldino se la sarebbe cavata da solo ed egregiamente anche senza di loro, ora che il perfido Trippotto era stato restituito alle patrie galere dopo essere stato trovato colpevole del sabotaggio delle armi in quel grottesco Palio di Ferragosto.
Proprio non ci riusciva a non tormentare quel delicato, educato, rossiccio Sceriffo di Anagnon-sur-la-mer. il preferito di Padre Andrew. Il preferito dei giovani, dopo quel concertone rock da lui organizzato e al quale aveva partecipato anche come solista e bassista. Un mai rivelato sogno di gioventù. Una realtà, quella sera sul palco. Un successo taggato da tanti giovani social. La Gloria. Un’altra vittoria. L’ennesimo rodimento per Trippotto.
Dopo che Trippotto era stato tolto di mezzo, Poldino cominciò a soffrire di crisi di astinenza da casi difficili.
Niente più delinquenti in giro nelle viuzze del centro storico, niente fazioni rivali fomentate da Trippotto per creare schiamazzi notturni nelle vuote piazze del paese, niente liti con la Guardia Reale, con Savon Sarder, con i luogotenenti di Marinelle che non lo avevano mai sopportato per quel modo chiesastro di parlare, ma che avevano ricevuto tassativi ordini dal loro Generale di prendersi cura di lui. A qualsiasi costo. Per qualsiasi sacrificio. Un incarico davvero difficile per Davillè. Più ne fissava la sagoma, mentre lo seguiva come una fedele guardia del corpo e più gli veniva voglia di tendergli una trappola. Di farlo rotolare giù dalle scale con una delicata spintonata. Di togliergli di scatto la sedia da sotto il deretano, mentre lo faceva accomodare al Gran Tavolo Reale. Una volta aveva anche pensato di affogare i suoi gatti per vederlo disperarsi e soffrire. Ma ci aveva ripensato.
I gatti di Poldino erano troppo simpatici.
In questo clima di calma piatta, il povero Poldino stava quasi impazzendo.
Un giorno decise che era giunto il momento di convocare il Gran Consiglio. Una decisione doveva essere presa.
Il lieto paesino avrebbe avuto il suo primo referendum popolare.
Un referendum che nessuno voleva
Tutti gli esseri umani facenti parte della popolazione di Anagnon, si sarebbero recati al voto per stabilire quale stemma affiggere sulla spoglia bandiera del Gran Palazzo dello Sceriffato.
Poldino, in un gesto di benevola democrazia, decise che sia il referendum, sia la data del medesimo, divenissero prerogativa del Gran Consiglio.
Il quale, ad onore del vero, non solo non aveva alcuna intenzione di indire un referendum plebiscitario per una sciocchezza simile, ma aveva già bello e pronto, da mesi, uno stemma raffigurante un leone oro e rosa che giaceva sdraiato su un tappeto corallo intessuto di argento. Il leone portava la corona a tre palle che era il simbolo della regalità di Anagnon.
Tutto era pronto. Il Gran disegnatore progettista di Corte aveva presentato il progetto che Poldino non aveva degnato di uno sguardo.
“È il popolo che è sovrano in tali decisioni. È il popolo che decide lo stemma. È la democrazia che manca ad Anagnon. È la democrazia che tornerà qui tra noi con un referendum popolare.“
Secco. Lapidario. Gelido.
Il Gran consiglio si guardò esterrefatto, mentre Poldino continuava spiegando perché bisognasse rivalutare la parola democrazia. Il percome il popolo non aveva affetto e stima di tutti loro e che tale gesto avrebbe fatto salire le loro quotazioni alle stelle. Il per quanto fosse percepibile il notevole divario cresciuto nel tempo tra il dire e il fare, che questo referendum con relativa festa popolare della durata di una settimana avrebbe contribuito a cancellare. Sia pure temporaneamente.
Il Gran consiglio, che non aveva mai brillato per gesti democratici, pensó, all’unisono, che tali situazioni, soprattutto in un momento così difficile finanziariamente per tanti abitanti del paesino, sarebbe stata vista non come il piacevole diversivo alla monotonia, ma come la più grande presa per i fondelli della storia.
Ma nessuno osò profferire parola.
Erano tutti uniti e concordi.
Da tempo avevano deciso il silente boicottaggio delle azioni dello Sceriffo.
Lui decideva picche? Loro gli sorridevano concordi e poi facevano fiori.
Lui decideva coppe? E loro gettavano bastoni, non prima di averlo rassicurato che coppe era la giusta scelta. Bravo Gran Sceriffo di Anagnon sur la mer.
Il guaio era che Poldino, da quel buono di cuore, dai sentimenti delicati nonostante il burbero tono, a questi voltafaccia ci cascava sempre.
Era seriamente convinto che tutti coloro che gli sorridevano ed annuivano contenti ad ogni suo dire, gli volessero davvero bene. La pensassero davvero come lui.
Salvo poi piangere le più cocenti lacrime di delusione dopo aver toccato con mano il tradimento, la cattiveria gratuita, la bieca falsità.
Stavolta sperava nell’eccezione.
Il popolo avrebbe scelto tra tre stemmi proposti e lui avrebbe accoratamente appoggiato lo stemma disegnato dal famoso disegnatore francese Gateoix de Fois. Uno stemma che era raffinato e un po’ effemminato.
Figuriamoci i sordidi commenti social che i componenti del Gran consiglio cominciarono a scambiarsi.
“Che nessuno ascolti e voti per lo stemma disegnato dal francese.
Il nostro è nobile e raffinato. Il nostro stemma sarà il vincitore.”
E decisero di nuovo per il silente boicottaggio delle idee democratiche del loro Sceriffo.