emanuele morganti 350 260di Daniela Mastracci – Come è possibile pensare ciò che accade nella mente di un giovane quando prende una spranga e la rovescia violentemente sulla testa di un altro giovane? Come pensare quell’atto? Come giudicarlo? Io non ci riesco. Resto di ghiaccio. Eppure dovrei riuscire a pensare. Dovrei riuscire a giudicare. Cosa accade a me che resto così: senza parole. Se la parola manca, manca l’impronta che diamo alle cose, manca il nostro si o il nostro no: manca il giudizio morale. Allora è sufficiente dirci “restiamo umani”? Cosa significa “restiamo umani”?
Di umano in quel momento, quando ho sentito le persone vicino a me raccontarsi della spranga in testa ad Emanuele, di umano mi è rimasto lo sgomento, la voce che voleva uscire quasi a gridare un No grande e sonoro, ma la mia voce è rimasta muta, come se mi avessero tagliato le corde vocali. Cosa era quel mutismo? Cosa mi stava accadendo a me donna e madre? L’immedesimazione: ecco cosa. Come se fossi stata trasportata accanto ai miei figli, ancor troppo piccoli per frequentare un locale di sera, ma non troppo da non esser prossimi a farlo; e accanto ai miei studenti che invece li frequentano di già. E accanto alle loro madri e ai loro papà. Come se Emanuele fosse il figlio di tutti, e tutti stessimo col fiato strozzato in gola per l’angoscia, per il disorientamento, per l’assurdità che si era manifestata tutta intera.
L’assurdo, fatto evento, davanti a noi tutti. Perché è assurda l’agonia di un ventenne che va fuori la sera con la sua ragazza, con i suoi amici, ma ad un certo malefico punto viene preso a sprangate sulla testa. Ci si può chiedere perché ha senso l’inchiesta giudiziaria con prove e controprove per spiegarci perché è accaduto?
No, a me non basta, e credo che non basti a nessuno. Non basta ai ragazzi che la mattina vengono a scuola e si ritrovano a leggere di un loro quasi coetaneo che non c’è più, perché gli hanno spaccato la testa. Doveva essere una serata di svago e di amore e di festa, ed è diventata una serata di morte violenta e fuori da aggettivi pensabili. Ecco perché resto senza parole. Non riesco a trovare nella mia testa l’aggettivo da dare. Come definire qualcosa che supera la soglia della verisimiglianza? Perché un atto così, non lo pensi verisimile, finché non ti accade davanti. Io almeno la vedo così. Nel mio campo del verisimile quell’atto non ci stava.

Posso scrivere che l’umano può essere terribile

Come resto allora? Posso esprimere spavento, tanto. Posso scrivere che l’umano può essere terribile. Certo lo so. Ma basta saperlo? Sentirlo dentro: questo dovrebbe accadere. Farlo emergere a esperienza possibile e introdurlo nel campo del verisimile. Immaginarlo. Vederlo realizzarsi come evento con cui poter fare i conti. Dovrebbe succedere a ciascuno di noi. Ciascuno dovrebbe sentire la bestia che siamo e non distogliere mai lo sguardo. Sentirla e frenarla, sempre. Noi dobbiamo mettere freni a noi stessi. Dobbiamo imparare il controllo. Ma intanto dobbiamo riconoscere quanto orribili possiamo essere. Tremendi. L’uomo sa mettere freni all’uomo?
L’uomo può agire secondo giustizia e bontà? La domanda delle domande. Dobbiamo poter rispondere di sì. Dobbiamo poter pensare che possiamo agire secondo il Bene. Ed io vorrei il Bene come guida all’azione, per tutti. Ma il Bene lo si impara, non è un’immediatezza di cui possiamo già da sempre disporre. Il Bene è una responsabilità di tutti noi. Allora vorrei che la società riscoprisse il valore pieno della Cultura che, sola, può insegnare il Bene. Può farci crescere come esseri umani pienamente. Il Bene e il senso della responsabilità delle nostre azioni: sono un dovere per tutti, ma sfuggono se non li si coltiva. Ce ne possiamo dimenticare. Può uscire dal nostro campo di pensiero e d’azione. Può non essere più nemmeno sfiorato, quando quell’attimo di insensata violenza prende il sopravvento. Per conoscersi fino in fondo e imparare il Bene, coltivare il senso di giustizia, la relazione umana all’insegna del reciproco riconoscimento, il rispetto dell’altro: questo potrebbe significare “restiamo umani”.
Ma anche per essere e restare umani occorre la Scuola. Perché se si dà la colpa, astrattamente, al mondo di oggi, agli esempi fin troppo numerosi di atti violenti; se si attribuisce la responsabilità a tutto, e con ciò a niente, non si trova nulla. Occorre che ci siano spazi di riflessione e di relazione all’insegna del bene e del rispetto: occorre che la Scuola faccia il suo mestiere di educatrice: là si possono e si debbono imparare i valori e il senso civico dello stare assieme e del rispettarsi. Specialmente oggi quando le famiglie sono fragili, in difficoltà, sono provate da drammi e da un mondo troppo votato all’avere piuttosto che all’essere. Sono spinte nel vortice della velocità a tutti i costi, del super lavoro, per chi lavora, della frustrazione e disperazione per chi non lavora. Ci vuole sostegno, ed è la Scuola che lo potrebbe dare. Lì i ragazzi stanno insieme, e studiano insieme, e si conoscono come diversi e di per sé, ciascuno, un valore: l’umano è il valore. Se ce ne dimentichiamo, allora non riusciamo ad essere ancora umani.
Siamo fragili. Possiamo e dobbiamo saperci prendere per mano.
Contro ogni violenza.

Di Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.

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