docente sostegno

docente sostegnodi Valerio Ascenzi – La legge 107/2015 che il governo Renzi amava chiamare “buona scuola” si è rivelata tutt’altro che una riforma del sistema di istruzione. La legge prevedeva dei decreti attuativi che non erano ancora stati redatti e che il governo Gentiloni ha provveduto a preparare prima della scadenza prevista lo scorso gennaio. Scritti in fretta e furia (e si vede!) detti decreti toccano vari argomenti, ma non i più importanti per il corretto funzionamento della scuola. Manca ad esempio il decreto legge che avrebbe dovuto riformare gli organi collegiali, cioè i luoghi democratici della scuola. Quei luoghi, come il Collegio dei Docenti e il Consiglio d’Istituto, in cui si avanzano proposte, si decide e si delibera. Come in un Consiglio comunale. Luoghi che nella 107 vengono concepiti diversamente, a cui vengono affibbiati nuovo compito senza che sia mai stata toccata la normativa che ne regola il funzionamento. La mancanza di questo decreto la dice lunga sulla voglia di fare qualcosa di positivo, da parte di questo governo (ombra del precedente). Ci sarebbe poi da considerare la totale abulia della stragrande maggioranza degli insegnanti che partecipano agli organi collegiali, giocando al cellulare, leggendo giornali, come se queste assemblee non riguardassero il loro lavoro. Una totale mancanza di coscienza, retaggio di una cultura che ancora non ha fatto comprendere ai docenti che il loro ruolo è si quello di dipendenti pubblici, ma inseriti nella Pubblica Amministrazione che, dalla fine degli anni 90, è sottoposta ad un regime di diritto privato, contrapposta a datori di lavoro (i dirigenti) e sottoposta ad un regime contrattuale. Il Governo Renzi, e in continuità il governo Gentiloni, hanno probabilmente compreso che tra molti dipendenti del comparto scuola regna una certa ignoranza diffusa sulle norme, oltre che una particolare allergia alla lettura delle stesse. E per questo, come i governi precedenti, legiferano indisturbati sulla scuola, producendo dei mostri normativi.
Le leggi che avrebbero dovuto migliorare la scuola non ci sono: i nostri nostri politici una scuola democratica non la vogliono. Hanno però prodotto un decreto legge sul sostegno, dove, per la prima volta nella storia, si dà la possibilità ai genitori degli alunni di decidere se vogliono o no un docente di sostegno per i loro figli.
In primis è necessario sottolineare ancora una volta come un governo – composto di persone che ignorano totalmente cosa sia la scuola reale, oltre ad ignorare l’esistenza di norme che già facevano funzionare l’inclusività nella scuola – continui ad occuparsi di istruzione senza avere un reale progetto a lungo termine e a dare la possibilità ai genitori di intervenire su questioni sulle quali non hanno alcuna preparazione. Si continua a svilire sempre di più un settore, che in altri luoghi del mondo viene considerato il luogo di formazione della persona per eccellenza, dopo la famiglia, dando.sempre più, alle famiglie, la possibilità i interferire con un settore del quale ignorano qualsiasi dinamica. Siamo all’assurdo e la.situazione si può riassumere così, con un esempio: in Italia i politici che non sanni nulla di scuola se ne occupano, dando soluzioni senza sapere come funzioni questo mondo, ma sono come i carpentieri (con tutto il rispetto per questo mestiere) che vogliono sostituirsi al cardiochirurgo per operare un paziente alle coronarie.

L’insegnante di sostegno

Fino ad oggi, nella complessa procedura che prevede l’attribuzione di un docente di sostegno ad una classe (badate bene, ad una classe e non all’alunno, perché la scuola italiana cerca di essere realmente inclusiva) collaborano docenti, genitori, professionisti delle Asl territoriali (ovvero neuropsichiatri infantili). I genitori degli alunni segnalati dai docenti, per anomalie comportamentali o cognitive (segnalazioni che si limitano a descrivere i fatti alle Asl non a esprimere giudizi su eventuali patologie!) possono decidere di rifiutare il sostegno. Mai fino ad ora però, si era pensato di fare in modo che un genitore avesse un tale potere decisionale da poter decidere se garantire o no il sostegno ai propri figli.

Se si lasciano agire le famiglie, grazie ad una norma del genere si va incontro ad una serie di rischi.
Potrebbe accadere che alcuni genitori, troppo superficiali potrebbero richieste il sostegno per i propri anche in assenza di reali necessità. Ma è una eventualità poco probabile.

Risparmi ingiustificati e dannosi

La scuola reale, dove tra le famiglie regna una crassa ignoranza per quel che concerne l’inclusione, ci prospetta uno scenario di gran lunga peggiore. Le Asl hanno ricevuto in questi anni precise indicazioni: stringere sul sostegno, arrivando ad assegnare a casi gravissimi, anche sole 15 ore su un tempo scuola di 30 o 40 ore totali. Se un docente segue un caso per meno della metà del tempo scuola, significa che si tratta di un caso semplice. Ma i tagli permettono di attribuire ai docenti anche poche ore. Inoltre bisogna considerare che non ci sono così tanti insegnanti di sostegno: sono esaurite le graduatorie dei docenti abilitati. Nonostante quindi la situazione già precaria accade pure che il sostegno sia visto, da molti genitori, ancora in senso negativo: un’etichetta sulle teste dei loro figli, che li renderebbe diversi agli occhi degli altri. Il diverso oggi poi, è oggetto di bullismo, di scherno, nonostante la scuola abbia predicato uguaglianza e inclusione. Anche i genitori con figli che rappresentano casi sedi, spesso, già da ora, non vogliono il docente di sostegno. A loro non importa nulla che la scuola preveda che in classe questi docenti debbano esser considerati docenti a sostegno della classe e scambiarsi il ruolo con i docenti di cattedra, evitando così la percezione, a tutti gli alunni, di trovarsi lì per un solo alunno. E su questo però, l’ignoranza sulle norme la fa da padrona anche tra i docenti, che relegano ancora i colleghi di sostegno in un angolo, ad un banchetto a lavorare con l’alunno da seguire.
Così in molte classi l’attività didattica va a rilento o si blocca a causa del fatto che i docenti, hanno l’obbligo di garantire il diritto allo studio a tutti, compresi i casi con necessità. Spesso però le necessità di un singolo sono talmente tante, da mandare in tilt una didattica che dovrebbe garantire il diritto all’apprendimento al collettivo, all’intera classe.
Se lasciamo che attraverso una legge, le decisioni più importanti riguardanti la didattica, siano nelle mani dei genitori, abbiamo aperto definitivamente le porte a coloro i quali in questi anni hanno cercato di svilire sempre di più l’istruzione. Il senso di sfiducia nei confronti della classe docente è generato poi da alcuni singoli casi, di docenti che mostrano inadempienze. Ma, diversamente dal senso di sfiducia che si nutre nei confronti della Pubblica Amministrazione (ci riferiamo ai furbetti del cartellino o gli assenteisti), nella scuola ci sono realmente casi singoli e isolati, e la stragrande maggioranza dei docenti, svolge il proprio ruolo in classe come una missione.
Il nuovo governo non ha invertito la tendenza rispetto alla 107/2015. Le intenzioni non sono mai state quelle di progettare da qui a vent’anni.un nuovo sistema di istruzione, ma quelle di tagliare i costi, in un’ottica del “qui e ora”, in totale coerenza con il Dna della classe dirigente che ci governa, caratterizzata da una particolare incapacità nel progettare soluzioni per il
bene della collettività.

Di Valerio Ascenzi

Sono nato ad Anagni il 25 giugno del 1977. Dal 1998 seguo la cronaca locale e provinciale. Dal 2001 sono iscritto all'ordine dei Giornalisti, elenco pubblicisti. Ho iniziato a lavorare per Ciociaria Oggi, per poi passare a Il Messaggero (cronaca di Frosinone), il Tempo (sempre di Frosinone) e poi al Quotidiano di Frosinone, giornale che ha avuto vita brevissima, esperienza a tratti positiva, ma conclusasi male a causa del fallimento del giornale. In ambito giornalistico e comunicativo ho lavorato in alcune iniziative editoriali romane e nazionali, accostandomi anche al mondo del foto-giornalismo.Ho alle spalle un percorso di studi lungo, poiché "travagliato". Era il 1997. I primi due anni di università li ho trascorsi nella facoltà di Farmacia presso La Sapienza. Già dopo il primo anno ho avvertito l'esigenza di cambiare. L'ho fatto poi iscrivendomi a Scienze della Comunicazione, sempre alla Sapienza, facoltà in cui avevo trovato la mia dimensione. Ma dovendo lavorare contemporaneamente – supplenze nella scuola pubblica e incarichi presso il Convitto Principe di Piemonte di Anagni - ho rallentato gli studi e li ho interrotti un paio di volte. Studiando e lavorando ho preparato due concorsi di abilitazione all'insegnamento – vinti entrambi. Oggi insegno nella scuola primaria, in provincia di Roma. Dopo aver preso il ruolo nel 2007, ho deciso di concludere il percorso universitario. Ho una laurea magistrale in Teorie e tecniche della comunicazione e dell'informazione, conseguita nel 2013 con una tesi in semiotica narrativa e storytelling: un lavoro meticoloso portato avanti per circa diciotto mesi, iniziato (e lasciato aperto) per garantire a me stesso una sorta di riqualificazione in un diverso settore della scrittura (la narrativa e lo screenwriting: la sceneggiatura). Del resto il giornalismo in questa provincia non dà più da mangiare a nessuno. In questi ultimi anni ho compreso che una formazione superiore non basta. Non basta neanche una laurea. Per questo ho ripreso a studiare di nuovo, iscrivendomi ad un master e non so se mi fermerò dopo.Scrivo per passione e da più di dieci anni faccio politica per passione. Dopo aver preso la tessera dei Democratici di Sinistra, sono divenuto per un paio di anni segretario di Anagni. Un traghettatore: nel 2007 siamo entrai nella fase costituente del PD. Avendo aderito alla mozione critica promossa da Gavino Angius, all'ultimo congresso dei DS, per restare coerente con la nostra linea (quella di lavorare per un PD iscritto al PSE) sono uscito con tutto il gruppo, dopo la totale indifferenza per le nostre proposte da parte dell'allora maggioranza guidata da Fassino. Il percorso politico da allora è stato sempre più difficile. Un'area politica, socialista democratica, realmente di sinistra, in Italia non è ancora nata. Nel 2008 ho seguito Angius nella costituente del PSI. Sono stato candidato alle elezioni politiche lo stesso anno. Il PSI non raggiunse neanche l'1%. L'esperienza con i socialisti non è stata positiva, non ne conservo un buon ricordo, soprattutto per il fatto che la struttura di quel partito non aveva nulla a che fare con la nostra cultura politica, fatta di partecipazione, discussione, analisi dei problemi e condivisione delle idee. Siamo rientrati a metà del 2009, insieme a Gavino Angius nel PD. Essendo noi una voce critica, ma piccola piccola, ci siamo resi conto del fatto che nel frattempo quel partito, i DS, non c'era più ed era stato sostituito da qualcosa che ancora oggi non sembra essere un partito. Gavino Angius rientrò con la volontà di lavorare per l'adesione al PSE. Ma ben presto si è capito che il PD andava in una direzione diversa. Nonostante tutto oggi il PD è un partito del socialismo europeo. Ma solo sull'etichetta. Di fatto, le sue politiche non sono di impronta socialista.Molti problemi annunciati dall'allora mozione Angius, sono ancora nodi da sciogliere nel PD nazionale e, a caduta, in quello regionale e provinciale. I circoli cittadini poi, lasciamoli perdere.Ho raccolto l'invito di Ignazio Mazzoli e di unoetre.it per cercare di coniugare la passione per la scrittura, per il giornalismo e per la politica. Per questo cerco di scrivere e commentare, sempre cercando di essere obiettivo, e allo stesso tempo critico, trattando i fatti della politica provinciale nell'area nord della provincia di Frosinone, in particolare ad Anagni.

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