di Ignazio Mazzoli – “È nato un popolo e la pietra scagliò”. Un popolo che si arma di voglia di votare e riempie i seggi di una luminosa e fredda domenica di dicembre del 2016 va a deporre nelle urne milioni di schede che dicono NO ad una riforma che non apprezza e non condivide. Questo ormai si sa, non fa notizia. Renzi si è dimesso. Nessun commento: aveva alternative? La crisi di governo sembra avviata a soluzione.
Tutto ciò per ora è alle spalle e in attesa di approfondimento. Ora bisogna conoscere gli scenari veri che ci porteranno al rinnovo del Parlamento, la voglia di approfondire o meglio di cercare di capire è forte pure per noi. L’esito del voto non è solo un risultato, è una vera tempesta sul quadro politico italiano. Una tempesta sul PD, ma anche sugli oppositori del partito di maggioranza relativa, che devono riuscire a rintracciare un filo conduttore capace di far intravvedere vedere il dopo della crisi, che non sia solo il grido “voto subito”. Esigenza senza dubbio giusta e sentita da tutti coloro che da anni non hanno potuto scegliersi da chi essere governati, ma non basta se si ignora per cosa votare.
C’è in questo esito del 4 dicembre uno straordinario risultato: alzano il quorum dei partecipanti e della percentuale dei NO, un numero grandissimo di giovani. «I ragazzi hanno riempito treni; le donne e gli uomini di questo Paese hanno detto “vado a votare!!! stavolta il voto non me lo tolgono”, scrive Daniela Mastracci su FB. Nella storia d’Italia ogni volta che questa presenza si è palesata in maniera così potente ha sempre segnato l’arrivo di una svolta di vera discontinuità.
Precedenti e analogie
Già nei giorni scorsi, a caldo, mi è sembrato di cogliere un’analogia con un’altra stagione che si caratterizzò per una presenza improvvisa e inaspettata di giovani sulla scena della politica. Non è sfuggita a molti questa irruzione, ma tanti non hanno fatto il benché minimo sforzo di capre il perché e, soprattutto, perché viene alla luce con il NO ad una riforma pasticciata e sicuramente, per i più, inutile. Non necessaria, diversiva rispetto elle esigenze e alle emergenze prioritarie.
Questa invasione di giovani, che mi auguro foriera di novità, ha richiamato un altro momento di svolta: Il giugno 1960, quella che viene ricordata come l’occasione della “generazione con le magliette a strisce”. Allora scesero in piazza dopo anni di assenza oggi vanno a votare dopo tanto astensionismo.
Le analogie, non sono molte, ma ci sono. Eccome! Leggete questa testimonianza della domenica 3 luglio 2016, di Luigi Boggio, un protagonista dell’epoca: «Appartengo alla generazione delle magliette a strisce. Le magliette dai tanti colori del boom economico, del paese che cambiava nelle famiglie e nel vivere. … Lo richiedeva la società che cambiava, i lavoratori nei posti di lavoro, l’affacciarsi di nuove tendenze culturali nel campo dell’arte e in particolare della musica, negli stili di vita. …». E ancora più deciso Giordano Bruschi, una delle 100.000 testimonianze del 30 giugno 1960 così descrive quella situazione: «Il decennio 1950/1960 era stato duro per gli operai, licenziamenti, negazione dei diritti, accentuato sfruttamento mentre nasceva il “miracolo economico “dei padroni.» (questo proprio non ci può sfuggire)
La risposta a quei fermenti fu e non poteva essere, il governo Tambroni, avrebbe dovuto essere l’apertura di una nuova stagione politica. Oggi non c’è stato Tambroni (meno male), tuttavia, come gli anni che precedono il 1960, nella situazione del 2011-2016, iniziata nel 2008 con la crisi delle banche Usa esportate in Europa, si vive un periodo particolarmente duro per gli operai, con licenziamenti, un’accentuata negazione dei diritti, un accentuato sfruttamento. Assistiamo ad un esasperato trasformismo. Così apostrofa i mille giorni renziani, Daniela Mastracci su FB: Governo di Sinistra? apparentemente fai cose di sinistra, tipo unioni civili e un pò di altre cosette. Ma le fai così soft, ma così soft, che il popolo di sinistra non le condivide, … Poi fai addirittura cose di destra come quando fai entrare il neoliberismo a scuola trasformandola in azienda acchiappa fondi e richiedente contributi volontari; oppure fai il Jobs act e consenti la paga a ore con i voucher; cancelli l’articolo 18; fai lo sblocca Italia, non togli le trivelle e fai fare affari alle multinazionali mentre candidamente ci inviti a non andare a votare; privatizzi l’acqua….etc etc….ma come fai a chiamarti di sinistra?» Oppure, aggiungo io, butti soldi a gogò in quelle che chiami politiche attive (?) per il lavoro, finanziando corsi inutili senza sbocco e “agenzie” per il ricollocamento che non ricollocano nessuno. Il Lazio la fa da maestro e questa provincia ne è la vittima.
In questi anni la creazione a tavolino dei governi di larghe intese è stato lo strumento che ha soffocato le richieste e la partecipazione. L’individuazione di un pirotecnico a capo del governo impegnato ad accendere i fuochi artificiali dei suoi annunci inconcludenti, senza ascoltare i drammi del paese a cominciare dalla mancanza di lavoro, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Avrebbe dovuto essere chiaro che i fuochi d’artificio prima o poi si sarebbero spenti lasciando il buio.
Un insegnamento
Anche nel ‘60, come oggi i sindacati affrontarono il passaggio divisi. La Cgil con i giovani e la società alla ricerca di nuove soluzioni, Cisl e Uil defilate. Un insegnamento resta, però: la democrazia cristiana, allora, comprese la lezione e avviò un nuovo corso che portò alla nascita, dopo i governi Fanfani e Leone con l’astensione dei socialisti, del primo governo di centrosinistra.
Questa volta ci sarà almeno una discontinuità? Come sarà il governo del Presidente incaricato Paolo Gentiloni?
Due impegni, intanto: 1) assicurare lo svolgimento in primavera del referendum della Cgil, ammesso dalla Corte, per rispristinare i diritti di chi lavora in fabbrica e fuori; 2) subito serve una Sinistra autonoma, alternativa al PD senza se e senza ma, che voglia rispettare il voto e si rifaccia viva per fare solo gli interessi del popolo, rispondendo ai problemi della vita di tutti i giorni senza cercare compiacenti pacche sulle spalle.
Una cosa pare chiarissima: chi non leggerà in questo “NO” la richiesta della fine delle attuali politiche economiche e dello stile dell’arroganza, farà un irrimediabile errore.
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