di Antonio Simiele – Renzi, ammettendo di aver sbagliato, ha corretto il messaggio sulla riforma costituzionale ma non basta per cancellare l’impronta iniziale, da lui data e ormai passata tra la gente, che ha trasformato il Referendum in un plebiscito sulla sua persona. E, ai plebisciti sulle persone, a salvaguardia della democrazia, si risponde no, a prescindere, per dirla con Totò. Resta il dubbio sul vero pensiero di un Presidente del Consiglio dai facili annunci e dello “stai sereno” a Letta, mentre si apprestava a silurarlo per subentrare al suo posto.
Alla stessa conclusione si giunge entrando nel merito dell’ampia e farraginosa riforma costituzionale Boschi-Renzi, frutto di compromessi e tortuosità. In essa ci sono cose condivisibili, altre da fare ma disegnate male, insieme a cose da rigettare, principalmente quelle che, in combutta con la nuova legge elettorale, minano gli equilibri tra i poteri e riducono pericolosamente gli elementi di controllo democratico, decisivi a garantire il sistema. Non rassicura nemmeno che le riforme riguardino solo la seconda parte, da aggiornare, della Costituzione; alcune di esse, tra l’altro, rendono più difficile anche l’applicazione di diritti garantiti dalla prima parte.
La nuova composizione dell’assemblea, che lo vota, vanifica il fondamentale ruolo di equilibrio e garanzia del Presidente della Repubblica, che, con parlamentari in gran parte nominati e che rendono conto solo ai partiti, può essere scelto, a piacimento, dal capo del governo. Anche il sistema di votazione riserba qualche sorpresa: “ Dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti”, per cui anche un numero ridotto di presenti in aula potrebbe eleggerlo.
Per la tanto conclamata riduzione dei costi della politica, è proprio il caso di dire che la montagna ha partorito il topolino. Il risultato è irrisorio. Non si abolisce il Senato ma si trasforma. Si cancellano dalla Costituzione le Province, ma esse rimangono in vita, risultando, com’era prevedibile, arduo trasferire le loro competenze. In ambedue i casi, l’unica cosa realmente soppressa è la facoltà dei cittadini di eleggere i propri rappresentanti. Si aumentano, invece, i Prefetti. Non si elimina l’assurdità di Comunità Montane in collina, in pianura e sul mare. Non si tagliano il numero e le indennità dei deputati. Non si riduce il numero, pletorico per una dimensione ottimale, delle Regioni, acclarate fonti di sprechi; esse, anzi, sono premiate con la facoltà di indicare i senatori, questi potrebbero essere anche consiglieri regionali in cerca dell’immunità parlamentare.
Le modifiche, oltretutto, sono scritte male, con una prosa arzigogolata e tecnicistica, da decifrare. Esemplificativo è il nuovo articolo settanta, prolisso, di faticosa lettura e di difficile comprensione. Se è cosa voluta, c’è di che preoccuparsi perché, così, va bene solo ai furbi, non a chi conta di essere garantito dal rispetto della legge. Se, invece, è casuale, deve in egual misura preoccupare perché denota confusione nel pensiero degli autori. Il confronto con lo stile agile e limpido della Costituzione in vigore è impietoso: i padri costituenti, persone colte e senza spocchia, affidarono la supervisione della stesura finale a un linguista, proprio per rendere la Carta Costituzionale comprensibile a tutti i cittadini, come deve essere.
In merito alle paventate conseguenze, derivanti dal voto sul quesito referendario, nessuna di esse potrebbe incidere, quanto la Carta Costituzionale, sulla vita degli italiani e sul futuro dei giovani. Gli italiani sono chiamati a dire no o si non alle domande, così maliziosamente scritte sulla scheda, ma a come la riforma risponde a esse. Bisogna, perciò, rifuggire dai cattivi esempi di Cacciari che definisce la riforma “una puttanata”, di Benigni che considera l’attuale Costituzione “la più bella del mondo” e poi ambedue votano si; rifuggire pure dall’esempio di Berlusconi che, dopo aver contribuito a ideare la riforma, vota no. La scelta del voto si deve fare confrontando l’attuale Costituzione con quella modificata, nella sua organicità e nel suo equilibrio. Se risulta, come a me, che con la riforma non si fa un passo verso il meglio, ma verso il peggio, non credo ci sia altra scelta che votare no, senza farsi condizionare da ciò che potrebbe avvenire, dopo, nella politica italiana.
Lì, 29 settembre 2016
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