di Redazione – Con la mente al confronto Renzi- Zagrebelsky, se ci si chiede se un certo specifico articolo della costituzione riformata sia inaccettabile per chi creda nella democrazia, probabilmente non si avrebbe una risposta immediata e incontrovertibile. E la ragione è semplice: la riforma tocca troppi articoli della costituzione del ’48, troppi per poterne individuare uno, e soltanto uno, di quella riformata che sia un rischio per i valori democratici. Essa, la riforma, tocca 47 articoli, riscrivendone il senso generale in altrettanti articoli: per questo motivo essi, tutti, vanno riguardati assieme. Non è estrapolabile un singolo articolo dal corpus intero che ne fa una nuova costituzione. Il problema allora sta nel riuscire ad avere uno sguardo di insieme; cogliere il senso generale di quanto toccato e di quanto riformato. Vanno letti assieme, gli articoli, per comprenderne organicamente, ammesso che ci sia una organicità, l’impostazione, la idea politica che c’è dietro, la visione che li genera.
Chi eleggerà il nuovo Senato?
Provando però, nonostante il rilievo fatto, ad assecondare la domanda circa l’enucleare un solo articolo, che ci faccia intendere la pericolosità della riforma circa la democrazia, mi soffermo sull’articolo 57 ove si prospetta il volto del nuovo senato. Cosa sarà? Come è composto? Da quanti senatori? Da quale provenienza? Ma soprattutto da quale elezione?
Un senato di 100 componenti. Intanto un senato. (Se si fosse davvero voluto il superamento del bicameralismo, si poteva eliminare la camera alta. Ma tale camera ci sarà ancora. Diminuita di 215 unità. Il numero dei senatori passa da 315 a 100. 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal capo dello Stato per 7 anni). Chi saranno i senatori? Uomini e donne eletti da uomini e donne cittadini di questa repubblica? Con suffragio universale maschile e femminile? Dal 25° anno di età in su? Questa è la modalità elettorale di uno stato di diritto che abbia al suo fondamento l’uguaglianza giuridica, politica e civile dei suoi cittadini.
E ciò sta scritto nel primo articolo della nostra Costituzione del ’48. Ebbene così non sarà. Solo per l’elezione della Camera di Deputati (art. 48) saranno elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Infatti, secondo il previsto art. 57 del nuovo testo, i senatori saranno scelti tra cittadini già eletti per qualcosa d’altro. Dunque non tutti i cittadini italiani saranno elettori attivi e passivi rispetto alla nuova camera dei senatori. Inoltre i senatori, scelti tra cittadini già eletti per altro incarico istituzionale e amministrativo, ovvero sindaci e consiglieri regionali, non saranno comunque eletti a suffragio universale perché la loro elezione o scelta (in quale altro modo, non è dato saper oggi), avviene tra sindaci e consiglieri regionali: diventano una specie di “grandi elettori”? gli italiani sanno che stanno per votare su una riforma della Costituzione che implicitamente prevede una diseguaglianza circa il suffragio elettorale? Che gli italiani saranno divisi tra elettori e grandi elettori? Ecco, credo che una riflessione vada fatta su questo specifico punto. Ed inoltre andrebbe fatta alla luce dell’articolo 1: laddove si scrive di popolo sovrano, e il cui principio, cardine della nostra repubblica, parrebbe messo in discussione dalla modalità elettorale del nuovo senato. Inoltre, sappiamo bene tutti che il nuovo Senato a causa di questi meccanismi d’elezione cambierà maggioranza spesso nel corso della legislatura perchè quei “Senatori” scadranno secondo la durata del mandato elettivo del Comune o della Regione che li espressi?
Fosse poi una camera non incisiva sul piano del governo del paese, forse potremmo non preoccuparci. Questo farebbe però pensare che di tale camera potremmo anche fare a meno (?). Ma lasciando polemiche e ironia, dato che il senato ci sarà, ed avrà delle competenze, e tante, la domanda è: avrà competenze una istituzione che i cittadini non avranno votato? La domanda potrebbe a buon diritto essere trasformata in una affermazione: affermazione plausibile alla luce del fatto che non c’è un articolo che ci dica se e come sarà votata la camera alta.
C’è una sfera sottratta al controllo pubblico
Dunque se non è possibile estrapolare un articolo che in via definitiva ci faccia intendere la vischiosità della riforma, possiamo però procedere ex negativo, mettendo in evidenza ciò che nella riforma non c’è: ovvero una chiara indicazione sulla modalità di voto prevista per il nuovo Senato. Si tratta di una dimenticanza? O di una omissione volontaria? E se così fosse, non basta per motivare almeno qualche dubbio circa la democraticità della riforma stessa, visto che non dice qualcosa che invece andrebbe detto? Il principio della pubblicità di kantiana e illuministica memoria dove è andato a finire? Principio liberale oltreché democratico, dunque direi irrinunciabile in uno stato moderno che voglia restare liberale e democratico. I cittadini, ovvero la collettività facente parte di uno spazio politico pubblico, devono esigere la divulgazione degli atti di governo, devono esigere la pubblicazione di quanto una legge sta per prevedere, poiché solo in questo modo è possibile giudicare quegli atti razionalmente e, di conseguenza, influenzare l’esercizio del potere (per esempio modificando leggi ingiuste). Solo quando il potere, e cioè le sue decisioni (specie se sottoposte al voto dei cittadini), è visibile ai cittadini stessi, è anche giudicabile, e cioè sottoponibile ad un voto consapevole e quindi legittimo, poiché passa costantemente al vaglio di coloro sui quali si esercita. La “pubblicità” (in uno stato democratico) deve accompagnare qualunque atto di governo, dal momento che il semplice fatto di nascondere ai cittadini qualcosa, implica che quel qualcosa è ingiusto nei confronti di qualcuno e, di conseguenza, impraticabile: il segreto, la sfera sottratta al controllo pubblico, nega lo sviluppo democratico, la cui dinamica aumenta solo al diminuire di quello spazio politico sottratto all’opinione pubblica. Lo spazio democratico è invece caratterizzato da scelte politiche fondate su una opinione che abbia consapevolmente di che discutere, un oggetto chiaro ed esplicitato, e ne discuta. Al contempo, questa buona pratica democratica oltreché decidente, è anche controllante: si dà l’assenso o meno a quanto il governo intenda fare, lo si discute e con ciò lo si controlla. Pratica buona perché disegna una circolarità: nessuno risulta al di sopra degli altri; ciascuno delibera direttamente o indirettamente partecipando, mediante regole pubbliche e condivise, alla decisione politica, pubblica per definizione.
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