di Nadeia de Gasperis – Dal tubo catodico, indistinta arriva una voce garrula, come il suono delle bugie fa. É Renzi, sul palco della Festa dell’Unità, che declama le ragioni del Sì, invocando padri costituenti, che a me solo a nominarli, viene in mente di indire un “giorno del ringraziamento”, senza sacrificio di tacchini, mentre a loro viene in mente un sacrificio di democrazia.
Tuona dal palco, che il PCI stesso aveva invocato questa riforma negli anni passati. Mi chiedo perchè la maggior parte delle volte la sinistra, quella propriamente detta, venga additata per la sua natura vetusta, perchè conservatrice e poco moderna, ora debba essere chiamata in causa per la riforma del secolo. Mi tornano in mente soprattutto le vecchie feste dell’unità. Avevo 7 anni quando i miei gentirori mi portarono con loro al concerto di De Andrè che si tenne a Roma in occasione della festa nazionale dell’Unità. Era il 1984 e il ritorno nella capitale, dopo 12 anni dall’ultimo evento, era stato fotemente voluto da Enrico Berlinguer, prima che morisse. Si svolse presso il velodromo dell’Eur, una piccola rossa città era stata allestita per l’occasione come il paese dei balocchi di romantici assertori di sacrosanti principi. Ricordo molti stand di libri e tante bandiere rosse, sì, a quei tempi “l’Unità” era ancora colorata di rosso, aveva ancora toni caldi.
Ci sedemmo in terra, sui cartoni, sotto il palco, non c’era folla. Ero piccola, avevo imparato da appena un anno a leggere e scrivere eppure quelle formule poetiche mi suonarono così familiari, il lessico familiare delle sue canzoni aveva scandito ogni giorno le storie della nostra vita e si coniugava bene con il clima respirato in quel contesto.
Mangiai una polpetta schiacciata, la più buona mai provata. La parola “hamburger“ non era contemplata nel frasario di queste donne operose e gagliarde che cucinavano pile e pile di sagne e fagioli, penne all’arrabbiata e cibi corroboranti, per una sana e robusta Costituzione.
Bene, quando si è pensato che dovesse essere propugnata una riforma della costituzione, si pensò che occorreva svilupparla, ossia occorreva sviluppare la costituzione politica materiale, cioè di tutti i soggetti preposti alla difesa dei principi e del sistema politico istituzionale delineato dalla carta. Intraprendere un processo di socializzazione del potere, riportare il potere alla società, non accettare il dominio di apparati industriali-militari e internazionali, promuovere gli strumenti di democrazia come il referendum. Il PCI rifiutava e contestava la delega, su temi importanti, a ristrette autorità di governo.
Fare entrare in campo altri soggetti, su temi importanti come la guerra, movimenti per la pace, ad esempio, una pluralità mondiale di soggetti. Il bene da tutelare, la sopravvivenza umana, era così essenziale e la minaccia così assoluta e incontrollabile, da legittimare un rifiuto radicale, e la rivendicazione estrema del diritto di ogni individuo, e di tutti gli uomini e donne insieme, di dire no.
I padri costituenti, i comunisti in particolare, avevano desiderato un parlamento monocamerale, ma premunendosi di specificare che la Camera Unica doveva essere pluralizzata per impedire un potere assoluto della maggioranza, e per pluralizzarla non poterono che affidarsi tassativamente al sistema elettorale proporzionale. Si sarebbero opposti con tutte le forze a far fare da tappezzeria alla minoranza, a un sistema elettorale che premiasse la maggioranza annientando gli altri soggetti. A volere le maggiornaze blindate erano i fascisti. Berlinguer, Ingrao, Nilde Iotti, erano per un bicameralismo funzionale, differenziato nelle funzioni e non nella rappresentanza, e si avvaleva rigorosamente di un sistema elettorale proporzionale.
Proporre una continuità tra Renzi e Berlinguer è mistificatorio e imbarazzante, soprattutto se lo si fa, senza calarsi nel contesto politico sociale in cui neglia anni ’80 veniva proprosta la riforma dal PCI.
Come potrebbe essere altrimenti, se nella storia della sinistra c’è sempre stata la volontà di garantire i diritti, attraverso il consolidamento degli strumenti di democrazia, dai temi universali quali la guerra, a quelli sociali, vissuti ogni giorno sulla pelle dei singoli cittadini.
Sarebbe assurdo che un partito che si proponeva di mutare i rapporti sociali ed economici italiani nel senso di una sempre maggiore equità non si ponesse anche il problema di migliorare il funzionamento delle istituzioni politiche italiane.
Quando si parla di Berlinguer, si parla anche di “Democrazia economica”.
Oggi abbiamo un sistema mediatico in mano a un ristretto numero di grandi gruppi economici, un’economia controllata da una ristretta classe di capitalisti che impone le proprie decisioni alle forze politiche, un mercato del lavoro in cui il lavoratore è ridotto a pura forza lavoro di cui ci si può sbarazzare facilmente (come sancisce il Jobs Act), un sistema istituzionale che tende sempre di più a marginalizzare e ad espellere le voci che esprimono una visione della società e dell’economia completamente diversa da quella di chi attualmente governa il Paese.
Penso alle vecchie feste dell’Unità, penso a De Andrè e mi tornano in mente questi versi, mentre ancora dalla tv, Renzi blatera il suo delirio:
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità
Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta
recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie