Sea Wolf Lupo di mare 350 260

Sea Wolf Lupo di mare 350 260di Sara Ceccani – L’orizzonte si mostra gelido, e il cielo porge nuvole disfatte e richiami di pensieri dolcemente tristi, venuti da lontano. Null’ altro. Anche le onde, straniere, arrivate da chissà dove, giungono ai nostri piedi, si spezzano contro il nostro scoglio. Ed è quiete. Prima il rombo prepotente in lontananza. Poi lo scontro. Quiete.
Ma nella mia testa c’è un filo di nervo torto, trafitto dal rabbioso silenzio di Gaetano, che non lascia spazio né per la mia commiserazione, né per la mia solitudine.
Gaetano non dice nulla, getta il collo al vento, i capelli gli volano come lingue di fuoco, e sembrano serpi nere, sembra una testa di Medusa. Lo guardo starsene dritto e fiero sul suo scoglio, lo sguardo severo e chiuso, la fronte aggrottata, la barba pungente che mi trafigge solo al pensiero.
Io sto seduta, all’altezza delle sue ginocchia discrepate, dei suoi polpacci imperlati di peli neri. Io pure, sto zitta. E lo spazio è impiegato tutto da questo suo, silenzio rabbioso. In un impeto vorrei usare il mio braccio come lama, tagliargli l’equilibrio, gettarlo giù dal suo immacolato pezzo di roccia, spodestare il Poseidone dal suo piedistallo. Vederlo sprofondare negli abissi salmastri, nel nero, nel sale. Poi mi sporgerei, certa di vederlo annegare con lo stesso sonno serrato delle palpebre, della bocca. Ibernato nel suo dormiveglia, e sciami di bolle d’acciaio, intatte, cristallizzate nelle sue narici. Un contorno bianco, appena sugli spiragli degli occhi. No, no, no, non potrei. Vorrei tanto ma non potrei mai. Perché ho cura della santissima e perfetta sua immagine che ho dentro.
Lo lascio nel suo mondo, nella sua rabbia masticata tra i denti, tra le meningi. Piuttosto mi getto io, mi butto lontano, via da lì. Voglio cadere in un mare prosciugato, un deserto. Sotto il mare, sotto la terra. Voglio non rialzarmi più. Cosicché Gaetano si svegli, e torni a casa con un vago dubbio di aver dimenticato qualcosa. Ma senza arrivarci mai. Magari anche con un velo di irrequietezza, di malessere, ma senza arrivarci mai, senza ricordarmi mai. Io Gaetano lo pensavo come un animale di mare, un delfino, un pescatore, e invece lui è un lupo, e io non lo sapevo.

Si può vivere non solo per un amore, ma anche per un odio

Sotto la statua del dio giace la bestia. È ricurva su se stessa e claudicante. Si può vivere non solo per un amore, ma anche per un odio. E lui lo sa. Ha i denti sempre digrignati, e gli occhi sempre socchiusi, come accecati, come concentrati, in procinto di attaccare. E zampe nere per fuggire, balzare. Una volta mi ero risvegliata nel pieno della notte col petto aperto, frugato, che il suo rabbioso silenzio era venuto a sbranarmi, a maciullare quelle frattaglie del mio cuore, il mio organo sgangherato.
Io Gaetano lo ricordavo tanto alto, ma non lo è per niente, pressapoco qualche centimetro più di me. Ma questo non importa, perché lui non guarda né in alto né in basso, solo dentro, ha gli occhi conficcati nel suo cervello, come chiodi. Vorrei mettergli le branchie a tutti i costi, togliergli la fame da carnivoro, cannibale. Ma lui ha le orecchie lunghe e grandi come un lupo, e non v’è nulla che vi si ficchi dentro, se non un grido di preda, un ululato fraterno.
Quando Gaetano poggia il suo orecchio di lupo al mio petto, di conchiglia, non lo sente, il mare. Il mare è prosciugato. Ha gli occhi sempre chiusi e non mi guarda bene, non mi vuole guardare. Non voglio più questo fratello, vorrei andarmene via. Gettarmi nel mare che non so domare, far entrare il sale negli occhi, nelle arterie del cuore, che è di sabbia e che forse lì in mezzo si scioglie. Io cado giù, e sento il preciso distacco, l’immediato, effimero attimo di sospensione, fra il letto di roccia dove il mio tormento può riposare e la fiamma del fondale che mi attira giù, in un risucchio, un sospiro di acque. Ora lo guardo bene con precisione, e l’acqua non deforma la sua figura, ma funge da lente. Ha un brutto muso, atroce. Vedo del sangue filare dalla sua bocca, un rigolo, sul lato destro. E ha aperto gli occhi all’improvviso e non sono neri come li ricordavo, come li aspettavo, ma sono come scoloriti, come non li avevo mai immaginati.

Io ho gli occhi neri, taciturni. Non li chiudo mai, sono sempre in ascolto.
Ad un tratto lui lancia le pupille come lenze, cerca di agganciarle alle mie per ripescarmi, tirarmi su. Gaetano è molto arrabbiato, io taglio il filo, cado nel mio posto, in quel che so io, nel mio, dove lui non sa nuotare, dove non riesce a raggiungermi. Io sorrido, ma non a lui, non guardo più quel vecchio lupo, guardo il cielo, scopro che da laggiù si vede benissimo ciò che di solito si nasconde sopra la nostra testa.
Addio Gaetano, fuggo che non ci rivedremo più.

Di Sara Ceccani

Autori che hanno concesso i loro articoli, Collaboratori occasionali

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