parole 350 260

parole 350 260di Daniela Mastracci – Pronunciare una parola è come metterla al mondo. E’ un’esposizione pubblica, su suolo pubblico, agli occhi e alle orecchie di tutti noi. E’ un suono dapprima. Ma essa evoca di più. Questo fanno le parole. A differenza di altri suoni, di rumori, di tutto ciò che tocca l’udito. Quel suono di quelle lettere poste l’una di seguito all’altra, non è solo suono. Arriva alla ragione e qui quel suono “significa”, rimanda ad altro. Perché la parola è veicolo di senso. E quando la si pronuncia quel senso viene fuori con lei. Viene ascoltato e viene per lo più capito. Specie se si tratta di parole già parte di noi, da tanto, da sempre.

Il contesto definisce l’abuso

Il punto però è il contesto. Dove e quando e come pronunciamo parole. E a chi le rivolgiamo. Non puoi usare “ratto” se di fronte hai un essere umano. Non ti si può capire: quella parola è fuori contesto. Non puoi usare “scimmia” di fronte ad un essere umano. Fai confusione. Abusi del linguaggio. Distorci i significati. Fai danno! Alle orecchie di chi, però? Agli occhi di chi, però? Alle mie, di sicuro. A me che mi fermo sospesa. A me che i suoni, quelli lì, determinano una specie di “botta in testa”, come se la mente si arrestasse perché colpita e il colpo le ha fatto male. Perché stride troppo, perché non c’entra nulla. Perché mi fa inorridire. Eppure quella parola è stata detta. Se io non sentissi il colpo in testa quella parola sarebbe sdoganata. Qui sta la mia responsabilità! Qui devo stare attenta, non posso alzare la sbarra, non posso sdoganare. Devo pretendere i documenti d’identità, devo pretendere spiegazioni. Devo fermare quella parola! Non la posso battezzare.

Il rischio della complicità

Se sto zitta, se non faccio niente e se, peggio, rido e sghignazzo, io sono complice. Io l’ho battezzata. Ho digerito il suo venire al mondo, lì in quel contesto che non è il suo. E se quella parola entra nel mondo avalla con sé un sentire che diviene comune, ci appartiene, ci plasma, ci condiziona. Da quel momento, dall’attimo in cui non avremo alzato paletti ad arginare quella distorsione di senso, essa sarà parte del nostro approccio alle cose del mondo. E il peggio è quando è approccio agli esseri umani di questo mondo. La parola è potente. Diciamo e ascoltiamo parole ogni attimo della nostra vita. Le scriviamo di continuo. Scriviamo così tanto da perderci sulle nostre tastiere, piccole e grandi. Le ascoltiamo dalla TV, dalla Radio, da youtube, dal telefono, da tutte le chat. Viviamo con le parole, a stretto contatto. Difficile alzare quel paletto, difficile vigilare. Dovremmo avere il doppio del tempo: attimi con le parole e attimi a vigilare sulle parole. Ma così non è e allora è dura. Ci dobbiamo sensibilizzare alla vigilanza. Ecco forse è questo che dovremmo fare: una educazione alla vigilanza. Una sensibilizzazione all’”urto” che le parole sono: senza abitudine, senza superficialità, senza pressapochismo, senza grasse risate. Dal bullismo al razzismo, da ogni punto di vista dove la parola è usata come offesa e denigrazione, come insulto, come emarginazione, come patente d’odio e discriminazione e poi quell’altra turpe cosa che è la violenza fisica.

Gli atti conseguenza delle parole

Se chiamiamo le cose con il loro nome, se non le guardiamo dall’alto in basso, giudicandole vili, inferiori, schifezza da cui ci sentiamo legittimati a “liberarci”, se nei nomi risuona il rispetto delle cose del mondo, allora i nostri atti ne potranno essere la “naturale” conseguenza. Se nel nome con cui appelliamo gli esseri umani risuona il rispetto e il riconoscimento, i nostri atti corrisponderanno e saranno atti di reciproco riconoscimento. Ma se nel nome risuona l’arrogante insulto razziale, quali atti seguiranno alle parole? Se l’essere umano diventa “ratto” o “scimmia” quale sarà l’azione? Quale relazione si stabilisce con chi non è più riconosciuto come essere umano?
Di “scimmie” e di “oranghi” s’è detto anche in Parlamento: e non si è voluto sbarrare la strada a queste parole; non si è voluto negarne il battesimo. Ci sono responsabilità! E non riguardano soltanto chi quelle parole le usa, ma la responsabilità è dell’ascolto e della vigilanza che non c’è stata.

 
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Di Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.

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