di Ivano Alteri – Il suo significato ce l’aveva mostrato, inconsapevolmente, il nostro dentista qualche anno fa. Per stupirci con effetti speciali, aveva preso uno di quei sottili fili metallici che essi usano per realizzare i loro famigerati apparecchi ortodontici; lo aveva spiegazzato in ogni modo, fino a ridurlo ad una pallina informe; poi gli aveva avvicinato un accendino e, come per magia, quel filo aveva iniziato a ri-distendersi, fino a riprendere perfettamente la sua diritta forma originaria. Non che allora ci fosse chiaro il concetto; ma ora, dopo essere entrato per altre vie nelle nostre vite, esso ci appare in tutte le sue potenziali letture. È il concetto di Resilienza. Come accaduto per altri costrutti scientifici (ad esempio, l’entropia, che negli anni Settanta del secolo scorso tracimò dal suo alveo scientifico fin dentro l’arte), anche quello di resilienza proviene dal mondo della fisica; e il suo significato propriamente è: “la capacità di un materiale di assorbire energia di deformazione elastica”; in altre parole, la sua capacità di riprendere la forma originaria dopo un stress.
Ora, immaginate quali e quanti sensi abbia potuto acquisire col suo ingresso nelle scienze umane, nella psicologia, nella psichiatria, nell’antropologia, entrando in contatto col mondo immateriale degli uomini. Cosa potrà mai voler dire un “individuo resiliente”? Cosa, una “comunità resiliente”? Le risposte le abbiamo trovate nel libro “La magia della Resilienza”, ed. Massimiliano Mancini Editore, pubblicato a Frosinone proprio in questi giorni. Abbiamo incontrato l’editore, nonché co-autore (con gli studiosi Accursio Gennaro, Francesco Cataldo, Gianluca Ceccarini, Federica Cenci, Federica D’Arpino, Elisa Del Greco, Giorgia Del Monte, Paola Di Persia, Francesca Fedullo, Eugenia Ferrovecchio, Eugenio Galioto, Claudia Minenna, Manuela Piccolo, Damiano Ricci, Fiorenza Succu), per farcene spiegare il percorso di ideazione e realizzazione.
Mancini, perché questa pubblicazione?
Per un fenomeno resiliente- esordisce ironizzando. Alcune disavventure della vita, tra cui la morte di mio padre, mi hanno indotto a resistere e reagire, a costruirmi una nuova descrizione della realtà, per poter continuare a viverla e non soccombere; come accade a tutti noi, quando subiamo un trauma di qualche tipo. Approfondire questo tema con altri studiosi del campo e intraprendere questa iniziativa editoriale mi ha fornito i mezzi per meglio elaborare la mia nuova strategia esistenziale.
Un processo complesso
È la resilienza. Non consiste soltanto nel resistere, e neanche nel solo reagire; ma in un processo di ricostruzione che, più o meno consapevolmente, mettiamo in atto dopo ogni stress. È una reazione complessa, è vero, ma per la quale disponiamo di tutte le energie del caso, anche nelle peggiori condizioni. È un’abilità naturale, che però può essere anche sviluppata con l’apprendimento.
Qualche esempio di resilienza?
Alcuni casi presenti nel libro: quello di una giovane donna nata e vissuta in ambiente mafioso, che decide di testimoniare contro amici e parenti, reagendo così a tale devianza e tornando, dopo lunga e dolorosa elaborazione intima, ai valori propri e ad una maggiore consapevolezza di essi. Oppure un caso di resilienza familiare, dove tutti i membri sono indotti dal terapeuta consultato a prendere coscienza della propria condizione e del proprio ruolo in quell’ambiente, fino all’elaborazione di una diversa e migliore lettura dell’insieme. Ma anche casi di resilienza economica ecc.
Quindi non siamo soltanto nel campo individuale?
No, niente affatto. Anzi, l’acquisizione del concetto ha indotto le scienze umane ad un approccio multi-disciplinare, facendo comprendere quanto siano forti le relazione tra individuo e ambiente, da una parte; e, dall’altra, quanto sia invece velleitario e mistificatorio, fuorviante, l’approccio individualistico.
Le scienze umane sono state spesso tormentate da un cruccio, riguardo il loro procedere scientifico: come evitare che la presenza dell’osservatore influenzasse il fenomeno osservato, falsificandone così la “lettura”. Può esservi una lettura scientifica “asettica” della vita individuale e collettiva degli uomini e delle donne?
È una pia illusione. Per le scienze umane, semmai, il problema è l’opposto: come rendere storicamente efficaci le conoscenze che esse vanno via via acquisendo, come incidere sulla vita delle persone per migliorarla; se non vogliono che i loro studi restino nell’ambito accademico e clinico.
In questa tua impostazione, percepisco immediatamente due elementi di rilievo: il primo, riguardo il fatto che gli studi sulla resilienza non abbiano un approccio meramente clinico, cioè non si occupino solo di curare i “malati” ma anche di potenziare i sani…
Esatto. Trattandosi di un fenomeno individuale e collettivo, l’attività scientifica non può risolversi nel mero rapporto terapeuta-paziente…
…E da qui scaturisce il secondo elemento di rilievo: come rendere fruibili alle persone comuni e alle comunità le potenzialità di sviluppo della resilienza.
Sì. Il presupposto è che la resilienza è un’abilità presente in ognuno e suscettibile di potenziamento, attraverso l’opportuno apprendimento; ha bisogno quindi di prendere contatto con l’interezza della comunità, che è una e plurima, per potenziarne le capacità di resistenza, reazione e ricostruzione dopo gravi traumi; di resilienza, insomma.
E di questi tempi i traumi non mancano. Siamo prigionieri di un’oligarchia finanziaria che fagocita ogni spazio di democrazia e partecipazione, che affama i popoli, che si appropria indebitamente e progressivamente dei beni comuni, che distrugge gli habitat e le culture, che marginalizza del tutto gli interessi del resto dell’umanità…
È qui che si porrebbe l’urgenza di una resilienza di massa, per così dire, per reagire in modo strutturato a tali tentativi di sopraffazione. Essi umiliano la condizione umana, l’intero creato, e arrecano scandalo agli occhi di Dio. Ne sta parlando Papa Francesco proprio in questi giorni, attraverso la sua enciclica “Laudato si’” e nel corso dei suoi viaggi pastorali. Abbiamo un papa molto resiliente.
Questo dovrebbe porre il problema di come strutturare scientificamente quel processo di “volgarizzazione” di gramsciana memoria, che renda possibile l’ingresso nel “senso comune” delle idee partorite dall’élite intellettuale…
Già il libro di cui parliamo è parte di questo processo; in ogni caso, esso ne contiene e presuppone l’esigenza, per quanto non ne proponga ancora una strutturazione. E, in fondo, anche questo articolo contribuisce naturalmente alla sua creazione.
Il discorso è molto affascinante e complesso, e non può certo finire qui. Troveremo il modo per tornarci su?
Fra non molto ne avremo certamente occasione.
Frosinone 17 luglio 2015
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