costituzione de nicola de gasperi 350x260

costituzione-de-nicola-de-gasperi 350x260di Valerio Ascenzi – Un paese realmente democratico si fonda su regole condivise. È per questo che i padri costituenti, dialogarono mesi e mesi su un solo concetto di un solo articolo della Costituzione. Purtroppo è ormai diffusa l’idea, completamente errata, che la Costituzione della Repubblica Italiana, sia stata scritta da qualche comunista. In realtà vi hanno partecipato tutte le forze alternative al fascismo e agli autoritarismi che hanno portato al delirio bellico, che fece sprofondare questo Paese.

Nonostante qualcuno creda, ed abbia inculcato nelle mente collettiva media italiana, l’idea che la Costituzione repubblicana sia stata scritta dai sovietici, ci preme precisare – sempre e con forza – che le forze che parteciparono alle elezioni della Costituente furono diverse, di diversa provenienza cultural politica, ma tutte antifasciste. C’erano: Democrazia Cristiana (DC), Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), Partito Comunista Italiano (PCI), Unione Democratica Nazionale (UDN), Fronte dell’Uomo Qualunque (UQ), Partito Repubblicano Italiano (PRI), Blocco Nazionale della Libertà (BNL), Partito d’Azione (Pd’A), Movimento Indipendentista Siciliano (MIS), Concentrazione Democratica Repubblicana, Partito Sardo d’Azione, Partito dei Contadini d’Italia, Movimento Unionista Italiano, Partito Cristiano Sociale, Partito Democratico del Lavoro e Fronte Democratico Progressista Repubblicano.
In molti oggi sono convinti che all’indomani della caduta del fascismo, queste forze politiche avrebbero dovuto aprire un processo, da tenere parallelamente alla redazione, difficile e lunga, di una carta costituzionale. Così da far crescere una coscienza civica tale, da rinnegare la dittatura sia nelle manifestazioni sia negli atteggiamenti. Questo processo non c’è mai stato, diversamente da tutte le altre nazioni governate nel 1900 da una dittatura. Grazie alla mancata occasione, oggi non solo abbiamo gruppi e movimenti politici che inneggiano continuamenti al fascismo. Ma abbiamo atteggiamenti autoritari anche in chi governa, non solo se proviene da destra. Negli ultimi vent’anni è toccato a Berlusconi mostrare i muscoli, oggi tocca a Renzi. In entrambi i casi non va bene. Le ultime dichiarazioni di Renzi, sullo stile “andiamo avanti comunque”, dimenticando che tutte le forze politiche, anche quelle escluse dal parlamento dal Porcellum, hanno diritto di partecipare alle modifiche costituzionali, ci portano a pensare al fatto che comunque, l’attuale premier agisca in un modo ancora troppo autoritario, rendendo il suo Partito democratico solo di nome. Nonostante tutto c’è chi nel PD non la pensa come lui, ma le difficoltà di manovra ci sono, grazie anche al fatto che il PD non ha più una discussione interna, rilevata anche da Bersani qualche mese fa. Renzi dimentica che la democrazia non è la dittatura della maggioranza, ma il governo della maggioranza, capace di acquisire le migliori risposte dalle minoranze. La rappresentanza ai partiti minori, è una rappresentanza per le idee e i problemi che pochi riescono a cogliere, ed hanno la stessa dignità delle idee e dei problemi colti dalle masse. Inoltre, considerato che sociologicamente la massa è informe, le culture di nicchia rappresentano una risorsa, che non va sprecata. Anna Bosco, nel suo libro “Da Franco a Zapatero. La Spagna dalla periferia al cuore dell’Europa”, descrivendo la società spagnola, della storia degli iberici dopo il franchismo si sofferma a parlare di quello che è stato il lascito di Francisco Franco all’odierna monarchia costituzionale. Franco non indicò alcun successore. Non volle che nessuno dei suoi stretti collaboratori prendesse il suo posto.

Terracini firma la CostituzioneNel suo testamento diede precise istruzioni: una monarchia costituzionale, con a capo Juan Carlos di Borbone e democratiche elezioni. Anna Bosco scrive che nelle volontà del dittatore c’era quella di dare a tutte le forze politiche, anche a quelle che aveva combattuto durante la guerra civile, e bandito poi durante la dittatura, la possibilità di partecipare al processo democratico stabilendo quelle che sono oggi le regole per le elezioni democratiche del parlamento spagnolo. Direte voi: ma sei proprio sicuro? Si, Francisco Franco. Un dittatore simpatico al fascismo, che però non si schierò ne con Hitler ne con Mussolini durante la guerra (diede appoggio a dir il vero alle forze alleate durante la seconda guerra mondiale).
La logica porta pensare che se un dittatore nazionalista, anticomunista, può dare a tutti – belli brutti, bianchi e neri, socialisti, democristiani e comunisti – la possibilità di partecipare a definire le regole del gioco, dopo il suo governo autoritario, possono farlo tutti. E perché non lo può fare il governo Renzi?
Siamo abituati a sentire: Renzi non fa riforme con Sel ma con un pregiudicato (Berlusconi). Guardiamola da un altro punto di vista: perché parlare di riforme con chi per venti anni non ha voluto fare neanche quelle che diceva lui o che prometteva ai suoi elettori? Tra l’altro le “riforme liberali” annunciate da Berlusconi (che sono nelle intenzioni dello stesso di Renzi) non sono quelle che porterebbero a risollevare il paese dalla crisi. Il ragionier Fantozzi definirebbe queste riforme con gli stessi aggettivi con cui esplicita i suoi personali pensieri sul film “La corazzata Potëmkin”. Ma Renzi non vuole fare riforme concrete per il lavoro, l’istruzione, il lavoro e il welfare. Il Senato non elettivo, o elettivo, o abolito, non è una priorità. Il bicameralismo perfetto si potrebbe anche modificare, ma un senato non elettivo, non serve a nulla. Non ha nulla a che fare con la democrazia.
Oggi, come anche quando c’era Berlusconi, sarebbe bastato applicare le indicazioni della sovranormazione europea per risolvere i problemi dell’economia italiana. All’UE della riforma del senato non importa nulla. Anzi, iniziamo a chiederci perché, arrivati a questo punto, lo spread non si muove. Forse perché Renzi, nonostante il suo immobilismo, non si è ancora coperto abbastanza di ridicolo e mantiene una vita privata morigerata. Perché politicamente parlando, il suo governo non è diverso da quello di Berlusconi. Renzi finora ha comunicato solo quello che vuole fare. E la maggior parte delle sue intenzioni non sono né da governo di sinistra, né da governo che ha in mente il Paese reale. Altrimenti lavorerebbe sulla stessa lunghezza d’onda delle nazioni che vogliono ridisegnare una economia, garantire sicurezza ai propri cittadini, garantire un lavoro onesto e retribuito dignitosamente ai capifamiglia. Renzi ha un problema: deve far vedere che fa qualcosa. Come lo fa, se lo fa, non importa. Deve però comunicare che sta facendo qualcosa. L’immagine più vicina è quella di un uomo che cerca di mettere le mani so una moltitudine di problemi, che si affanna a cercare di essere onnipresente in ogni occasione. Per Renzi, come per Berlusconi, la campagna elettorale non finisce mai. Ma anche i fatti concreti non arrivano mai.

Di Valerio Ascenzi

Sono nato ad Anagni il 25 giugno del 1977. Dal 1998 seguo la cronaca locale e provinciale. Dal 2001 sono iscritto all'ordine dei Giornalisti, elenco pubblicisti. Ho iniziato a lavorare per Ciociaria Oggi, per poi passare a Il Messaggero (cronaca di Frosinone), il Tempo (sempre di Frosinone) e poi al Quotidiano di Frosinone, giornale che ha avuto vita brevissima, esperienza a tratti positiva, ma conclusasi male a causa del fallimento del giornale. In ambito giornalistico e comunicativo ho lavorato in alcune iniziative editoriali romane e nazionali, accostandomi anche al mondo del foto-giornalismo.Ho alle spalle un percorso di studi lungo, poiché "travagliato". Era il 1997. I primi due anni di università li ho trascorsi nella facoltà di Farmacia presso La Sapienza. Già dopo il primo anno ho avvertito l'esigenza di cambiare. L'ho fatto poi iscrivendomi a Scienze della Comunicazione, sempre alla Sapienza, facoltà in cui avevo trovato la mia dimensione. Ma dovendo lavorare contemporaneamente – supplenze nella scuola pubblica e incarichi presso il Convitto Principe di Piemonte di Anagni - ho rallentato gli studi e li ho interrotti un paio di volte. Studiando e lavorando ho preparato due concorsi di abilitazione all'insegnamento – vinti entrambi. Oggi insegno nella scuola primaria, in provincia di Roma. Dopo aver preso il ruolo nel 2007, ho deciso di concludere il percorso universitario. Ho una laurea magistrale in Teorie e tecniche della comunicazione e dell'informazione, conseguita nel 2013 con una tesi in semiotica narrativa e storytelling: un lavoro meticoloso portato avanti per circa diciotto mesi, iniziato (e lasciato aperto) per garantire a me stesso una sorta di riqualificazione in un diverso settore della scrittura (la narrativa e lo screenwriting: la sceneggiatura). Del resto il giornalismo in questa provincia non dà più da mangiare a nessuno. In questi ultimi anni ho compreso che una formazione superiore non basta. Non basta neanche una laurea. Per questo ho ripreso a studiare di nuovo, iscrivendomi ad un master e non so se mi fermerò dopo.Scrivo per passione e da più di dieci anni faccio politica per passione. Dopo aver preso la tessera dei Democratici di Sinistra, sono divenuto per un paio di anni segretario di Anagni. Un traghettatore: nel 2007 siamo entrai nella fase costituente del PD. Avendo aderito alla mozione critica promossa da Gavino Angius, all'ultimo congresso dei DS, per restare coerente con la nostra linea (quella di lavorare per un PD iscritto al PSE) sono uscito con tutto il gruppo, dopo la totale indifferenza per le nostre proposte da parte dell'allora maggioranza guidata da Fassino. Il percorso politico da allora è stato sempre più difficile. Un'area politica, socialista democratica, realmente di sinistra, in Italia non è ancora nata. Nel 2008 ho seguito Angius nella costituente del PSI. Sono stato candidato alle elezioni politiche lo stesso anno. Il PSI non raggiunse neanche l'1%. L'esperienza con i socialisti non è stata positiva, non ne conservo un buon ricordo, soprattutto per il fatto che la struttura di quel partito non aveva nulla a che fare con la nostra cultura politica, fatta di partecipazione, discussione, analisi dei problemi e condivisione delle idee. Siamo rientrati a metà del 2009, insieme a Gavino Angius nel PD. Essendo noi una voce critica, ma piccola piccola, ci siamo resi conto del fatto che nel frattempo quel partito, i DS, non c'era più ed era stato sostituito da qualcosa che ancora oggi non sembra essere un partito. Gavino Angius rientrò con la volontà di lavorare per l'adesione al PSE. Ma ben presto si è capito che il PD andava in una direzione diversa. Nonostante tutto oggi il PD è un partito del socialismo europeo. Ma solo sull'etichetta. Di fatto, le sue politiche non sono di impronta socialista.Molti problemi annunciati dall'allora mozione Angius, sono ancora nodi da sciogliere nel PD nazionale e, a caduta, in quello regionale e provinciale. I circoli cittadini poi, lasciamoli perdere.Ho raccolto l'invito di Ignazio Mazzoli e di unoetre.it per cercare di coniugare la passione per la scrittura, per il giornalismo e per la politica. Per questo cerco di scrivere e commentare, sempre cercando di essere obiettivo, e allo stesso tempo critico, trattando i fatti della politica provinciale nell'area nord della provincia di Frosinone, in particolare ad Anagni.

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