di Valerio Ascenzi – Un paese realmente democratico si fonda su regole condivise. È per questo che i padri costituenti, dialogarono mesi e mesi su un solo concetto di un solo articolo della Costituzione. Purtroppo è ormai diffusa l’idea, completamente errata, che la Costituzione della Repubblica Italiana, sia stata scritta da qualche comunista. In realtà vi hanno partecipato tutte le forze alternative al fascismo e agli autoritarismi che hanno portato al delirio bellico, che fece sprofondare questo Paese.
Nonostante qualcuno creda, ed abbia inculcato nelle mente collettiva media italiana, l’idea che la Costituzione repubblicana sia stata scritta dai sovietici, ci preme precisare – sempre e con forza – che le forze che parteciparono alle elezioni della Costituente furono diverse, di diversa provenienza cultural politica, ma tutte antifasciste. C’erano: Democrazia Cristiana (DC), Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), Partito Comunista Italiano (PCI), Unione Democratica Nazionale (UDN), Fronte dell’Uomo Qualunque (UQ), Partito Repubblicano Italiano (PRI), Blocco Nazionale della Libertà (BNL), Partito d’Azione (Pd’A), Movimento Indipendentista Siciliano (MIS), Concentrazione Democratica Repubblicana, Partito Sardo d’Azione, Partito dei Contadini d’Italia, Movimento Unionista Italiano, Partito Cristiano Sociale, Partito Democratico del Lavoro e Fronte Democratico Progressista Repubblicano.
In molti oggi sono convinti che all’indomani della caduta del fascismo, queste forze politiche avrebbero dovuto aprire un processo, da tenere parallelamente alla redazione, difficile e lunga, di una carta costituzionale. Così da far crescere una coscienza civica tale, da rinnegare la dittatura sia nelle manifestazioni sia negli atteggiamenti. Questo processo non c’è mai stato, diversamente da tutte le altre nazioni governate nel 1900 da una dittatura. Grazie alla mancata occasione, oggi non solo abbiamo gruppi e movimenti politici che inneggiano continuamenti al fascismo. Ma abbiamo atteggiamenti autoritari anche in chi governa, non solo se proviene da destra. Negli ultimi vent’anni è toccato a Berlusconi mostrare i muscoli, oggi tocca a Renzi. In entrambi i casi non va bene. Le ultime dichiarazioni di Renzi, sullo stile “andiamo avanti comunque”, dimenticando che tutte le forze politiche, anche quelle escluse dal parlamento dal Porcellum, hanno diritto di partecipare alle modifiche costituzionali, ci portano a pensare al fatto che comunque, l’attuale premier agisca in un modo ancora troppo autoritario, rendendo il suo Partito democratico solo di nome. Nonostante tutto c’è chi nel PD non la pensa come lui, ma le difficoltà di manovra ci sono, grazie anche al fatto che il PD non ha più una discussione interna, rilevata anche da Bersani qualche mese fa. Renzi dimentica che la democrazia non è la dittatura della maggioranza, ma il governo della maggioranza, capace di acquisire le migliori risposte dalle minoranze. La rappresentanza ai partiti minori, è una rappresentanza per le idee e i problemi che pochi riescono a cogliere, ed hanno la stessa dignità delle idee e dei problemi colti dalle masse. Inoltre, considerato che sociologicamente la massa è informe, le culture di nicchia rappresentano una risorsa, che non va sprecata. Anna Bosco, nel suo libro “Da Franco a Zapatero. La Spagna dalla periferia al cuore dell’Europa”, descrivendo la società spagnola, della storia degli iberici dopo il franchismo si sofferma a parlare di quello che è stato il lascito di Francisco Franco all’odierna monarchia costituzionale. Franco non indicò alcun successore. Non volle che nessuno dei suoi stretti collaboratori prendesse il suo posto.
Nel suo testamento diede precise istruzioni: una monarchia costituzionale, con a capo Juan Carlos di Borbone e democratiche elezioni. Anna Bosco scrive che nelle volontà del dittatore c’era quella di dare a tutte le forze politiche, anche a quelle che aveva combattuto durante la guerra civile, e bandito poi durante la dittatura, la possibilità di partecipare al processo democratico stabilendo quelle che sono oggi le regole per le elezioni democratiche del parlamento spagnolo. Direte voi: ma sei proprio sicuro? Si, Francisco Franco. Un dittatore simpatico al fascismo, che però non si schierò ne con Hitler ne con Mussolini durante la guerra (diede appoggio a dir il vero alle forze alleate durante la seconda guerra mondiale).
La logica porta pensare che se un dittatore nazionalista, anticomunista, può dare a tutti – belli brutti, bianchi e neri, socialisti, democristiani e comunisti – la possibilità di partecipare a definire le regole del gioco, dopo il suo governo autoritario, possono farlo tutti. E perché non lo può fare il governo Renzi?
Siamo abituati a sentire: Renzi non fa riforme con Sel ma con un pregiudicato (Berlusconi). Guardiamola da un altro punto di vista: perché parlare di riforme con chi per venti anni non ha voluto fare neanche quelle che diceva lui o che prometteva ai suoi elettori? Tra l’altro le “riforme liberali” annunciate da Berlusconi (che sono nelle intenzioni dello stesso di Renzi) non sono quelle che porterebbero a risollevare il paese dalla crisi. Il ragionier Fantozzi definirebbe queste riforme con gli stessi aggettivi con cui esplicita i suoi personali pensieri sul film “La corazzata Potëmkin”. Ma Renzi non vuole fare riforme concrete per il lavoro, l’istruzione, il lavoro e il welfare. Il Senato non elettivo, o elettivo, o abolito, non è una priorità. Il bicameralismo perfetto si potrebbe anche modificare, ma un senato non elettivo, non serve a nulla. Non ha nulla a che fare con la democrazia.
Oggi, come anche quando c’era Berlusconi, sarebbe bastato applicare le indicazioni della sovranormazione europea per risolvere i problemi dell’economia italiana. All’UE della riforma del senato non importa nulla. Anzi, iniziamo a chiederci perché, arrivati a questo punto, lo spread non si muove. Forse perché Renzi, nonostante il suo immobilismo, non si è ancora coperto abbastanza di ridicolo e mantiene una vita privata morigerata. Perché politicamente parlando, il suo governo non è diverso da quello di Berlusconi. Renzi finora ha comunicato solo quello che vuole fare. E la maggior parte delle sue intenzioni non sono né da governo di sinistra, né da governo che ha in mente il Paese reale. Altrimenti lavorerebbe sulla stessa lunghezza d’onda delle nazioni che vogliono ridisegnare una economia, garantire sicurezza ai propri cittadini, garantire un lavoro onesto e retribuito dignitosamente ai capifamiglia. Renzi ha un problema: deve far vedere che fa qualcosa. Come lo fa, se lo fa, non importa. Deve però comunicare che sta facendo qualcosa. L’immagine più vicina è quella di un uomo che cerca di mettere le mani so una moltitudine di problemi, che si affanna a cercare di essere onnipresente in ogni occasione. Per Renzi, come per Berlusconi, la campagna elettorale non finisce mai. Ma anche i fatti concreti non arrivano mai.