di Valerio Ascenzi – Finite le elezioni, la giunta ha messo in moto i motori mentre nei pochi partiti rimasti, si muove qualcosa. Che si tratti di politica?
Fatta la Giunta, assegnate le cosiddette sub – deleghe (incarichi conferiti ai consiglieri di maggioranza, al fine di responsabilizzare la loro azione amministrativa), alcuni assessori sono a lavoro per realizzare qualcosa di positivo per Anagni.
Si ma cosa? In molti se lo chiedono. In effetti ad Anagni basterebbe far qualcosa… per fare qualcosa! Si, non è una ridondanza linguistica! Gli ultimi anni sono stati quelli dello stallo totale, anni in cui Anagni è stata governata da amministratori senza idee convincenti: una città in declino che ha visto muoversi qualcosa solo con il commissario prefettizio.
Però agire semplicemente, per poi poter dire «Eh, ma almeno noi qualcosa abbiamo fatto!», sarebbe il medesimo errore fatto dal centrodestra anagnino, che nei primi anni, provò, ma poi si arenò. Prima di criticare bisogna avere pazienza – come del resto ha avuto modo di ribadire Carlo Marino, candidato a sindaco per una coalizione vicina ad Idv – e giudicare l’operato del Giunta nel lungo periodo.
La situazione politica del centrosinistra anagnino, riflette la situazione provinciale. I partiti che si definiscono tali, di fatto sono in forte crisi. La vittoria di Bassetta, purtroppo, non è del Pd di Anagni, né dei vertici provinciali o degli eletti. Forse è la vittoria di una parte del Pd di Anagni, che lo ha “scovato” e presentato alla popolazione. Ma obiettivamente, si deve riconoscere che con Bassetta incarna il metodo delle larghe intese a livello locale. Questo perché il Pd e il centrosinistra in generale, hanno mancano di progettualità per anni. Questo metodo, per governare una città può essere la soluzione. Ma non è la soluzione al rinnovamento della politica. Chi proporrà nuove idee e nuove linee guida? Chi non governa, saprà stimolare l’amministrazione?
Se guardiamo la composizione del Consiglio comunale la situazione è la seguente: cinque consiglieri di opposizione, tra cui Roberto Cicconi, che è attualmente iscritto a Sel (sulla situazione del partito di Vendola parleremo più avanti), poi c’è l’avvocato Giuseppe De Luca, che ha concorso in coalizione con Cicconi, ma che non ci è mai sembrato persona orientata a sinistra. Forse ci sbagliamo. Il resto dell’opposizione è composta da Daniele Natalia e altri due consiglieri, Alessio Fenicchia e Roberto Versi. Tutti appartenenti al centrodestra. La maggioranza, approssimativamente, per sei undicesimi non proviene da una tradizione di centrosinistra. Alcuni provengono dal centrodestra: hanno mandato a gambe all’aria la Giunta di Carlo Noto. Chissà, forse questi oggi esprimeranno idee e progetti che non hanno potuto prima con Noto.
C’è da ricostruire la politica, riportarla a discutere in mezzo alla popolazione, a condividere i problemi della comunità. Politici che si parlano addosso, che si offendono a vicenda nelle riunioni, che programmano strategie in luoghi diversi da quelli della collegialità, non servono più. La politica ad Anagni, come nel resto del Paese, ha perso, dando spazio a questo sistema e al leaderismo: l’uomo solo al comando, che dice di avere le capacità nel trovare le soluzioni ai problemi.
Quell’area socialista, o socialdemocratica, della quale si parla, non è di certo – ancora – il Pd, che ha messo l’acronimo Pse sotto il suo simbolo. Aderire ad un progetto ampio, come quello del socialismo europeo, comporta anche un percorso interno, dalla base, di accettazione dei principi del socialismo democratico. Un po’ difficile da far digerire a molti che oggi sbandierano la vittoria di Matteo Renzi, non del Pd.
Il Pd locale poi ha delle questioni irrisolte. Non aree ma gruppetti e singoli, che si contendono il potere (di cosa poi!?), che si confronteranno al prossimo congresso. Se si farà! Perché c’è anche questa incognita: si faranno i congressi di circolo? Si capirà di che morte deve morire il Pd di Anagni?
Vecchie e nuove ruggini che hanno impedito un dialogo costruttivo tra le parti. Per questo i congressi di circolo si devono fare. Nell’ultimo quinquennio il Pd di Anagni, come è accaduto in molte altre realtà, è stato “sorretto” grazie ad un accordo, una sorta di patto di non belligeranza. Gli organi dirigenti non sono stati di fatto eletti. Sembrava fosse la soluzione migliore, ma per un breve periodo di traghettamento. Il periodo non è stato breve e comunque gli accordi tra le parti poi sono venuti meno quando queste hanno iniziato ad agire da sole, secondo logiche non collegiali. Come è naturale che sia. Un congresso si fa, si raccolgono i consensi dei tesserati. Chi vince detta la linea, cercando di rispettare obiettivamente anche le proposte della minoranza, collegialmente e a votazione. Roba da marziani per alcuni.
Il Pd è arrivato completamente disorientato alle elezioni amministrative. Solo la presenza dell’attuale sindaco e l’emergenza in corso, hanno placato i toni permettendo una campagna elettorale che ha portato la coalizione alla vittoria. Chi avrebbe dovuto fare un passo in dietro però, lasciando che Bassetta si circondasse di giovani provenienti dalla politica e competenti, ha fatto due passi in avanti. Come se questo Pd non avesse i nuovi su cui contare. Così i giovani e i nuovi sono sopraggiunti dal di fuori della politica. Quelli che hanno scelto un percorso politico, all’insegna del rispetto delle istituzioni e del partito, sono stati messi all’angolo.
Il Pd di Anagni, non può continuare a seguire le logiche eterodirette da Frosinone. Ci vuole una certa autonomia di pensiero. Sulla stampa cartacea e digitale, un gruppo del Pd rivendica la paternità della candidatura a sindaco di Bassetta, bacchettando Franscesco Scalia che ci vorrebbe “mettere il cappello”. Una candidatura presa in autonomia da Frosinone, ma il fatto è che il Pd è rimasto senza guida, per troppo tempo, circa un anno dalle dimissioni dello stesso Save Sardaro. Lo stesso Pd che non ha fatto le primarie – volute da un’altra parte del direttivo – che ha iniziato il dialogo per una coalizione con dei partner politici e lo ha concluso con altri. Atteggiamento tipicamente, e negativamente, italiano – iniziammo la guerra del ’15-’18 con un alleato, la finimmo contro quell’alleato – al quale si è arrivati, sicuramente, anche per il fatto di non aver avuto una guida. Il Pd è arrivato ad inizio campagna elettorale nella condizione di non poter dialogare con nessun partito o lista, a causa dell’atteggiamento ondivago di chi componeva la delegazione trattante.
Finora prevalgono le velleità personali. Non prevale una progettualità, un’idea perseguibile da tutti a prescindere da chi sarà il segretario. Ci potrebbe anche essere un accordo del genere: un segretario super partes e una linea condivisa da tutti. Ma i metodi finora adottati dimostrano che i patti saltano: per alcuni vale la propria solo opinione, altrimenti si può mandare all’aria tutto. Un centrosinistra afflitto da un leaderismo malato. È il berlusconismo di ritorno, lo ha detto anche D’Alema (finalmente!): è ciò che berlusconi ci sta lasciando in eredità. Ma è assurdo che a raccoglierla dobbiamo essere noi, nel centrosinistra (o quel che chiamano centrosinistra).
E della sinistra cosa resta ad Anagni? I vecchi partiti come Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani, non hanno presentato liste. Sel si è presentata in coalizioni con liste civiche nelle quali hanno concorso anche uomini provenienti dal centrodestra. Anche Nazzareno Pilozzi, eletto con Sel, molla Vendola. Anche ad Anagni ci saranno scissioni? Tutto è possibile.
Parallelamente ad un appiattimento della politica del partito più grande, la sinistra si disgrega sempre di più. Corrado Guzzanti, qualche anno fa, imitando Bertinotti profetizzava la “sinistra virale”. Una sinistra che a forza di far scissioni avrebbe prodotto una serie di partiti virus, che avrebbero sconfitto il berlusconismo e il capitalismo. Non siamo poi così lontani.
Ci torna in mente il craxismo. I socialisti craxiani erano culturalmente a sinistra, ma nei fatti erano liberali tendenti a centrodestra. La maggior parte di loro, si giustificava dicendo che tanto l’Italia, culturalmente era filoamericana. Oggi accade qualcosa di simile. Siamo ancora filoamericani, ma imbrigliati in quella cultura statunitense degli anni ’80. Ronald Regan non c’è più e Barack Obama è più di sinistra di Renzi. Mentre a tutti i livelli si fanno le larghe intese – forse anche per conservare lo status quo – gran parte della base del Pd vorrebbe un partito socialista democratico, così come la base di Sel.
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