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CRONACHE&COMMENTI

L’obiettivo è quello del gioco dell’oca con ritorno alla casella di partenza

di Aldo Pirone
franceschini 1.545Nel Pd il ministro Franceschini è persona importante. Non parla spesso, come si addice a ogni personaggio di potere che agisce prevalentemente dietro le quinte, ma quando lo fa è come “Ferribotte” (Tiberio Murgia) ne “L’audace colpo dei soliti ignoti” presentato da “Peppe il pantera” (Vittorio Gassman) come “laconico” ma “quando che parla, tac ogni parola è come una sentenza”. Franceschini è bravissimo a fiutare il vento del potere e a seguirlo nel bene e nel male, e a farlo seguire al Pd. Una sola volta, a mia memoria, si è messo in gioco, quando da vicesegretario, dopo la fuga di Veltroni, affrontò, nel 2009 nelle primarie dem, Bersani, uscendone sconfitto. Ma più perché ce l’avevano spinto che non per sua vocazione. Alcuni dicono che da vecchio e sapiente democristiano abbia in mano la golden share del partito. Quella che aveva a livello locale nella sua Ferrara non ha portato bene ai dem visto che la città, tradizionalmente di sinistra, oggi è governata dalla Lega.

Venerdì scorso, in un’intervista al “Corriere della sera”, Franceschini ha sentenziato: “La rottura sulla fiducia al governo rende impossibile l’alleanza”, ovviamente intende con il M5s di Conte. Anche se, onestamente, rivendica la positività del rapporto con Conte e i “grillini” instaurato dal 2019 in poi: “Io rivendico – sottolinea – quello che abbiamo fatto in questi anni”.

Per Franceschini le prossime elezioni saranno “una sfida tra chi ha difeso Draghi e chi invece ha buttato tutto a mare”. Spera che lo sconcerto e la contrarietà della maggioranza degli italiani per quanto avvenuto possa riversarsi anche nelle urne. Infatti, dice, il Pd deve lavorare a un “rassemblement elettorale” fra chi ha difeso “supermario” e chi lo ha affossato. Ora il ministro della cultura non è così ingenuo da non sapere che in tal modo è difficile contrastare la vittoria del centrodestra a guida Meloni che già rivendica la poltrona di Presidente del Consiglio mentre i suoi alleati sono già scatenati. Berlusconi a vendere tappeti in versione verde promette un milione di alberi invece del milione di posti di lavoro (solo la cifra è sempre quella) e Salvini si riarma di crocifissi, rosari e di odio contro gli immigrati. Se poi il programma del “rassemblement” franceschiniano è l’agenda Draghi la cosa diventa ancor più surreale, perché quella era un’agenda emergenziale condizionata dalla destra e non certo quel programma progressista a tutto campo, sociale e civile, di cui i progressisti medesimi dovrebbero armarsi. Se si mette da parte l’obiettivo principale che è unire tutti gli antifascisti per battere una destra regressiva, che Franceschini stesso dice di essere priva di ogni moderatismo, inevitabilmente si può finire nelle fauci del trio Meloni-Salvini-Berlusconi.

Ma Franceschini, ripeto, non è così ingenuo. E allora a che cosa potrebbe mirare essendo su questa impostazione politico-elettorale in folta compagnia nel Pd? Che dopo le elezioni il centrodestra si sfasci, nonostante una sua vittoria nelle urne, e il Pd torni ad essere indispensabile per un nuovo governo di “unità nazionale” con Berlusconi e la Lega diretta dal blocco del nord (Giorgetti, governatori ecc.) per far fuori la Meloni dietro la spinta di fattori economici e politici europei e internazionali che ora è difficile prevedere come si esplicheranno. E richiamare Draghi.

In tal caso l’esponente dem dovrebbe meritare un bel primato: quello del gioco dell’oca con ritorno alla casella di partenza.

 

 

 

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Di Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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