CRONACHE&COMMENTI
Riorganizzare lo schieramento progressista: Non si è voluto fare. Il Pd si è perso tra i “campi” e le “agorà”
di Aldo Pirone
Ieri la destra si è ricompattata e ha festeggiato all’ombra di Giorgia Meloni. Non mi pare che lo possa fare la sinistra. Alle elezioni – fissate al 25 settembre – la destra si presenterà unita con tutto il suo armamentario di demagogia populistica nazional sovranista e regressione civile e sociale. Un armamentario conosciuto, su cui ha fatto opposizione a Draghi il partito neofascista di Fd’I riassumibile in Dio, Patria e famiglia recentemente e stentoreamente gridati in Spagna al raduno di Vox dalla Meloni.
Il fronte progressista, quello che aveva sostenuto il governo Conte 2, ne esce frantumato. Le responsabilità di questa frantumazione non sono solo del M5s a conduzione contiana, anche se, innegabilmente, è nei “grillini” l’epicentro del sisma manifestatosi con scissioni successive e, forse, ancora non terminate. Stessa cosa “il campo largo” immaginato da Letta che oggi assomiglia al famigerato campo di Agramante. Non basteranno gli “occhi di tigre” che Letta chiede ai piddini per battere la destra. Ci vorrà di più, molto di più. Quel di più che sarebbe stato necessario fare fin dall’inizio, dopo che tutti, Conte, Grillo, Zingaretti e poi Letta, Bersani e Speranza, avevano scelto di sostenere il governo Draghi. Ci sarebbe voluto un ancoraggio forte alla questione sociale e del lavoro con tutti gli annessi e connessi di iniziativa politica necessari. Compresa quella “novità politica” di riorganizzazione progressista che quello schieramento avrebbe dovuto produrre. Non si è fatto, non si è voluto fare. Il Pd si è perso tra i “campi” e le “agorà” e la sinistra residuale fra frantumazioni e le giuste ma querule richieste di Bersani.
Anche Draghi ha le sue responsabilità per l’epilogo di ieri in Senato, minori ma ce l’ha. Il suo discorso puntuto e la sua replica, che tanto hanno eccitato mandandolo in visibilio Paolo Mieli, non erano fatti per ricompattare la maggioranza pur nella richiesta di chiarezza. Come aveva suggerito qualcuno (Bersani) non c’era quella pazienza necessaria che bisogna avere perfino con gli scolari più indisponenti se, come Draghi stesso ha detto, in gioco c’erano corposi interessi nazionali ed europei.
Sul fronte “grillino”. Quando si prende un’iniziativa come quella che ha preso Conte bisogna sempre mettere nel conto come gli altri, che non sono amici, la utilizzeranno. Altrimenti invece di fare politica, con tutti i rischi che ciò comporta anche quelli inevitabili ma che debbono essere sempre calcolati, ci si fa infilzare – da Salvini e Berlusconi – come un pollo e si dà copertura a mire di ben altra natura, regressive e di destra. “Volevano cacciarci”, dice Conte. Certo, ma proprio per questo non gli apri la porta di casa e gli “togli il disturbo”.
A proposito della trattativa aperta con i sindacati sulla questione sociale e del lavoro – la cui prima puntata è andata in onda il 12 luglio e la seconda si prevedeva per il 29 ma che ora rimarrà lettera morta – l’8 luglio scorso in un articolo avevo scritto: “L’appuntamento sarà di grande importanza, non solo per Draghi, il governo e per le confederazioni Cgil, Cisl e Uil, ma anche per le forze politiche cosiddette progressiste che dovrebbero valutare anche alla luce dei suoi risultati il loro agire politico nelle settimane a seguire”.
Il M5s non ha avuto pazienza, ha preferito seguire un’altra strada. I risultati sono pessimi, anche per loro.
Ora la battaglia centrale che incombe (campagna elettorale) è sbarrare il passo alla destra di Meloni, Berlusconi e Salvini. Bisogna sottrargli il popolo che li vota e riportare al voto gli astenuti.
Vasto programma.
Soprattutto per le capocce che ci sono in giro fra i progressisti.

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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