CRONACHE DI DOLORE
Quale verità? Riposa in pace, Serena.
di Stefania Catallo*
Tra novanta giorni saranno rese pubbliche le motivazioni che hanno portato i giudici del Tribunale di Cassino ad assolvere la famiglia Mottola – padre, madre e figlio -, dall’accusa di aver ucciso e occultato il cadavere di Serena Mollicone, trovata morta il 1 giugno del 2001 a Fontecupa, vicino Fontana Liri, in Ciociaria, perchè “il fatto non sussiste”. Assolti anche i carabinieri Vincenzo Quatrale, all’epoca vicemaresciallo e accusato di concorso in omicidio, e l’appuntato Francesco Suprano, accusato di favoreggiamento. Solo fra tre mesi si potrà procedere al ricorso in Cassazione, se la famiglia lo vorrà.
L’accusa.
L’impianto accusatorio della pm Maria Beatrice Siravo, individuava in Marco Mottola, figlio dell’ex maresciallo dei carabinieri di Arce, Franco, l’autore del delitto: Serena aveva scoperto i suoi presunti legami con i trafficanti di droga locali, e aveva deciso di denunciarlo. Una volta in caserma, sarebbe stata sottoposta a una aggressione violentissima da padre e figlio, e poi con l’aiuto di Anna Maria Mottola, madre di Marco e moglie di Franco, imbavagliata e legata col nastro isolante e lasciata morire per asfissia dopo un’agonia di 4/6 ore e portata a Fontecupa.
A ventuno anni dalla scomparsa di Serena, non ci sono ancora colpevoli, e la via crucis dei familiari sembra non avere ancora fine. E’ già incredibilmente scandaloso che ci siano voluti più di due decenni per arrivare al primo grado di giudizio: nel frattempo, il coraggioso padre di Serena, Guglielmo, è morto dopo aver lottato per avere giustizia. In molti ricordano i suoi tantissimi interventi nelle scuole per raccontare la sua verità su Serena e parlare di quegli “innocenti teoremi del male”, visibili solo a uno sguardo attento, ossia alle vicende quasi di nessuna importanza che invece si rivelano cruciali e determinanti per portare a galla la verità.
I fatti.
Ma qual è la verità sulla morte di Serena? Una delle poche cose certe è che entrò nella caserma dei carabinieri di Arce, e che nessuno la vide più uscire da lì. Sono stati ventuno anni di calvario; ventuno anni nei quali si è consumato anche il suicidio di Santino Tuzi, il carabiniere di Arce che dichiarò agli inquirenti di aver visto la ragazza in caserma alle 11 e poi più nulla, dichiarazione arrivata dopo sette anni dalla scomparsa di Serena, e seguita dopo una settimana dal suo suicidio, consumato nella sua auto ferma sul greto del Liri, ad Arce, con un colpo di pistola al cuore.
La perizia Cattaneo.
La svolta sembrava essere arrivata a gennaio di quest’anno, con la perizia della professoressa Cristina Cattaneo, anatomopatologa del Labanof di Milano, che aveva eserguito i rilievi sulla salma di Serena, riesumata dopo 15 anni, arrivando alla certezza che si, la testa della ragazza era stata sbattuta contro la porta degli alloggi della caserma di Arce, perché ferita e danno all’infisso erano assolutamente compatibili (la porta, tra l’altro, era stata spostata nel proprio bagno dal carabiniere Francesco Suprano, anche lui assolto dal Tribunale di Cassino). Tra i capelli di Serena erano stati trovati minuscoli frammenti di legno misto a colla, provenienti dalla porta.
Oltre a questo, era stato ricavato un calco in 3D del pugno di Marco e Franco Mottola, calco compatibile con le ferite sulla testa di Serena. Erano emerse anche nuove ferite alle mani e alle gambe, e la causa della morte era stata individuata nell’asfissia, provocata per la chiusura delle vie aeree col nastro isolante oppure con un asciugamano o una mano premuti sul viso di Mollicone.
Ieri, all’uscita dal Tribunale, i Mottola sono stati insultati e fatti bersaglio di una tentata aggressione. Loro si dichiarano innocenti e soddisfatti che finalmente la verità sia venuta a galla.
Quale verità?
Riposa in pace, Serena.
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