STORIE DEL FRUSINATE. Rubrica
All’indomani del distruttivo terremoto del 1915*
di Romeo Fraioli
I paesi della Ciociaria più tremendamente colpiti dal terremoto della Marsica del 13 gennaio 1915 furono quelli della Valle del Liri, e in special modo quelli che allora appartenevano ancora alla provincia di Terra di Lavoro, poi smantellata da Mussolini nel 1927. Una corrispondenza pubblicata sulla Rivista Mensile del Touring Club del marzo 1915 e firmata da Anton Giulio Bragaglia** informava i lettori circa un sopralluogo operato direttamente sui luoghi della catastrofe con una analisi dei danni subiti dal patrimonio storico, artistico e architettonico del territorio:
«Il vento diaccio, soffiato dalla notte gonfia di burrasca, ci sbatte in viso un nevischio fastidiosissimo. Il rullo profondo del motore, che frulla chiusamente nelle pareti di nevischio tagliate dalla macchina sobbalzante nelle fosse della via Casilina, possiede un non so che di luttuoso: di tragico. Quella notte un penoso malessere vestiva quasi di angoscia la corsa nel buio contro la bufera di neve, verso i paesi che il terremoto aveva squassato con rabbiosa furia. In un punto la tempesta di neve s’è intensificata con tale insostenibile crudeltà, che abbiamo dovuto fermarci. Entriamo nel tepore di una stalla, aspettando che l’alba rischiari un poco il tetro orizzonte.
Finalmente, di nuovo in corsa, innanzi ad un’alba livida, che con gran pena riesce a vincere il bitume del cielo. Il nevischio non è mai cessato; il vento infuria gelido, nella velocità che lo fa ancor più tagliente. Però urge procedere. Diretti prima sui luoghi del maggior disastro, incontriamo il disfatto Castel Liri, già delizioso paesello, ridentemente posato sopra un colle che guarda la valle ubertosa. La selvaggia e accanita ferocia della distruzione s’esprime al dolorante con una prima angosciosa visione di morte. L’artiglio formidabile della belva terrestre pare che solo per spietato diletto abbia sventrato le casette graziose, sporgenti la rosea tinta sulla valle, nella grazia degli accavallamenti agili. Facciate stese in terra, tetti precipitati e pavimenti sfondati, pendenti, rovina e sfacelo di mura, di angoli, di terrazze. Disperazioni di stanze vuote, coi calendari appesi al muro e le pendole ferme.
Isola del Liri altrettanto: nell’industriosissima città, che aveva fatto tesoro del suo fiume e delle sue grandi cascate, la Chiesa di S. Antonio è rasa al suolo, meno che un muro dove si trova una nicchia contenente la statua del Santo, prodigiosissimamente rispettata dalle diaboliche spallate della terra, e il popolo adora l’impressionante eccezione: il Miracolo.
La caratteristica della spaventosa sciagura, abbattuta dal terremoto sugli altri paesi ciociari è quella dell’invisibilità. Tutte le case si reggono in piedi, magari anche non lesionate esternamente; però, nell’interno, le mura pericolanti, gli archi sconnessi, i pavimenti avvallati, gli architravi segnati testimoniano quanto duramente sia piaciuto alla crudeltà della sorte di colpire anche il resto della ridente regione. Sora, Isola del Liri, Castel Liri, Isoletta sono state addirittura rase al suolo.
A Monte San Giovanni Campano il castello è pericolante. Cadendo, sfonderà una buona parte delle casette che gli son sottoposte. Così la Chiesa di San Lorenzo a Torrice, che domina anch’essa il caseggiato. Una fra le più tristi considerazioni fatte da chi visita i luoghi colpiti dal terremoto, è quella dei danni recati da questo ai monumenti antichi ed alle opere d’arte. Come sono lesionate le case, così lo sono chiese ed edifici antichi. E la Ciociaria è ricchissima di monumenti, nonostante che sia poco nota e poco visitata.
Anagni è forse la città ciociara più ricca di monumenti ed ha la sua grande ed insigne cattedrale con la facciata letteralmente distaccata dal corpo principale, mentre a Ferentino risulta danneggiato il palazzo vescovile. Frosinone, così segnata dalla odierna sciagura, nessun monumento notevole conserva. Un anfiteatro esiste ma è interrato. La sinecura di chi dovrebbe cercar di dotare di qualche monumento questo paese così meschino, è sintomatica. Solo una parte delle antiche muraglie dei Volsci appare in una lurida viuzza. Esse sono l’avanzo della cittadella crollata nel terremoto che si abbattè sulla Ciociaria nel 1350.
Boville Ernica, già Bauco, così come Veroli e Casamari hanno grandemente sofferto per il terremoto. La superba Badia, stupendo monumento gotico, ha la volta della chiesa tutta lesionata, la porta è segnata profondamente, il convento ha tutto un gran muro laterale distaccato dall’edificio, il portico è squassato con assai pericolo: nell’interno sono leggermente segnate le colonne dell’Aula Capitolare.
Sora è traforata, sfondata, frantumata, con le mura dritte in piedi. Gli abitanti della città si può dire che non esistono più. Il municipio in una baracca; il tabaccaio sopra un banchetto; il telegrafo fra quattro tavole, e questo è tutto ciò che qui rappresenterà la vita almeno per un altro mese. Così Sora non esiste più. La Cattedrale di S. Restituta è in terra. Dal cumulo delle sue rovine si domina la città e sembra di vedere una spugna. Tutte le case son forate dall’alto; il tetto e tutti i pavimenti son precipitati almeno con uno dei muri, e per questo la città somiglia ad un alveare. I monumenti atterrati a Sora – illustre città, dalle grandi memorie storiche e dalle pregevoli ricchezze artistiche – erano notevolissimi. Il suo grande e minaccioso castello che la proteggeva, è oggi assai malconcio: le sue vecchie mura sono smantellate: la sua cattedrale insieme alle altre chiese di relativa importanza, non esiste più. Così l’insigne monastero di San Domenico eretto nel 1011 da questo santo ha sofferto notevolissimi danni, ed era essa l’opera d’arte più pregevole posseduta dalla sciagurata città infranta. Così aveva subito gravi danni per i terremoti abbattutisi nel 1350, nel 1706 ed in altri anni, nella Ciociaria e nellAbruzzo. Oggi è come un melogranato. Però, quanto tempo resterà in questo aspetto terribile e desolante? Come altre volte risorse, più gagliarda che mai, a sostenere le tremende lotte contro vicini e contro gl’invasori, così domani rinascerà a ripreendere le sue vaste e fiorenti industrie, che la brutalità del fato ha voluto spezzare.
Ci auguriamo di poter fra un anno solo mostrare come l’attività di questa popolazione e di tutto il percosso popolo di Ciociaria abbia saputo riattivare le sue opere e i traffici nel pittoresco paese; e come, sotto la benedizione del sole, fecondo di energia, l’esperienza dell’uomo abbia già ricominciato a drizzare febbriche più salde, sulla terra sapiente dell’ira naturale, ma non deserta di fede e di ardore».