in Fiat

Gli anni del “boom economico”

in Fiatdi Francesco Di Giorgio – L’Italia post bellica, negli anni ’50 e fino alla fine degli anni’70, beneficiò di una sostenuta crescita economica tale da trasformare la nazione da sottosviluppata (economia sostanzialmente agricola) a potenza economica mondiale.

Questo periodo è passato alla storia come “il miracolo italiano” ovvero gli anni del “boom economico”.
Come fu possibile? Tre i fattori fondamentali: sfruttamento delle opportunità che venivano dalla favorevole congiuntura internazionale; ampia disponibilità di mano d’opera; regime di bassi salari.
Quale era la situazione della provincia di Frosinone in quegli anni? L’agricoltura era a livelli di sostanziale sussistenza ed autosufficienza oltre a caratterizzarsi per rapporti proprietari di natura feudale.
L’industria era rappresentata da insediamenti tutti originati dai contributi della Cassa per il Mezzogiorno e, solo in pochi casi, da insediamenti originati dal sistema delle “partecipazioni statali”. Discorso a parte va fatto per le industrie cartarie del sorano e di Isola Liri che, ancora sul finire degli anni ’70, costituivano la punta di diamante di questo settore in Italia e in Europa.

Le dinamiche sociali, politiche e sindacali della provincia ovviamente risentivano fortemente di questa situazione.
Nelle campagne i contadini lottavano per eliminare la mezzadria, per superare la colonia
migliorataria , per l’affrancazione delle terre ( soprattutto quelle detenute dagli enti ecclesiastici). Nelle fabbriche le lotte operaie erano essenzialmente incentrate su miglioramenti salariali e, molto spesso, per difendere i posti di lavoro messi in discussione da spudorate manovre speculative sia sui contributi statali, sia sulle aree industriali.
Eclatanti esempi in questo senso: La Patty, fabbrica di valige che faceva capo al faccendiere Michele Sindona ( il nome Patty derivava dal suo Comune di nascita), la Permaflex del tristemente noto Licio Gelli capo della loggia massonica P2, la MTC.
Persino il futuro pensionistico dei lavoratori era continuamente messo in discussione atteso che nella stragrande maggioranza dei casi i contributi assicurativi non venivano versati.
A tal proposito ricordiamo “ l’imprenditore” Giuseppe Ciarrapico, poi diventato senatore della Repubblica, che in tutti gli anni di gestione della Saipem a Cassino, “dimenticava” sistematicamente di versare i contributi assicurativi all’INPS

La disoccupazione rappresentava una situazione endemica sia per quelli in cerca di prima occupazione, sia per quelli che il lavoro lo perdevano.
L’emigrazione era l’unica valvola di sicurezza a cui ricorrere sempre, soprattutto nella zona del Cassinate.
Le vie della speranza erano essenzialmente quelle del cosiddetto “triangolo industriale” del nord Italia, Torino, Milano, Genova. In alternativa l’Europa: Francia, Belgio, Germania in primo luogo.

Alla fine degli anni ’60 un fenomeno nuovo si affacciò all’orizzonte: la contestazione giovanile prima e, a seguire, “l’autunno caldo”.
Con il cosiddetto “autunno caldo” le lotte operaie nelle fabbriche del nord non solo furono orientate a spezzare il sistema dei bassi salari, ma anche ad affermare nuovi diritti: maggiore democrazia in fabbrica; superamento del lavoro parcellizzato con saturazioni più “umane” sulle catene di montaggio; tutela dell’ambiente di lavoro; investimenti per il sud; superamento delle commissioni interne e riconoscimento dei “consigli di fabbrica”.

Fu in questo clima di grande tensione ideale, politica e sindacale che a Torino furono siglati i primi accordi contrattuali tesi a “decentrare” le attività produttive della Fiat nel Mezzogiorno d’Italia.
Occorre dire che la politica italiana sempre lenta e affannata nell’interpretare i bisogni presenti e futuri, in questo caso si dimostrò molto recettiva ad accogliere le istanze che provenivano dal mondo del lavoro.
A Giacomo Mancini (socialista) prima e Donat Cattin (democristiano) poi si deve la paternità di un vasto programma di incentivi economici deliberati dal CIPE, con il quale si diede avvio ad un significativo processo di decentramento industriale verso il sud.

Di questo programma beneficiò anche la provincia di Frosinone con la Fiat insediata a Cassino.
Questo stabilimento entrò in produzione nell’ottobre 1972 ma, prima che questo avvenisse, si dovettero superare tanti problemi connessi alla realizzazione delle opere infrastrutturali necessarie. Le cronache del tempo ci documentano quanto fosse arretrata la capacità operativa dei nostri Comuni, provincia e consorzio industriale.
Non parliamo poi della capacità delle forze politiche di interpretare i bisogni nuovi che si presentavano.
L’uomo forte della politica ciociara, Giulio Andreotti, dovette intervenire spesso, anche contro i suoi uomini di corrente, per richiamare la politica locale ai suoi doveri nel definire e concretizzare le opere necessarie alla industrializzazione: strade, fognature, energia elettrica ecc.
La pigrizia e l’inadeguatezza della classe dirigente locale, rappresentata principalmente dalla Democrazia Cristiana, dimostrò tutta la sua incongruenza e sfrontatezza con le assunzioni alla Fiat. Questo stabilimento in quegli anni cominciò con una forza occupata di circa tremila unità e man mano arrivò ad occupare fino a dodicimila persone. Parliamo solo degli addetti diretti a cui si aggiungevano tutte le aziende indirette. Le forze politiche che governavano il territorio in quel momento anziché concentrarsi nel sostenere le necessità nuove che si presentavano, preferirono la via più diretta e sconvolgente: la gestione clientelare delle assunzioni!

Anche in questo caso l’Onorevole Andreotti, di fronte al montare di un fenomeno che rischiava di degenerare, dovette intervenire attraverso la prefettura per contenere il triste fenomeno.
Fu questo, oltre a tanti altri fattori che tralasciamo in questa sede, ma che andrebbero meglio conosciuti anche per la storia locale, elemento scatenante di un movimento di lotta in fabbrica spesso disordinato, non sufficientemente coordinato dalle stesse forze sindacali, che arrivò persino a degenerare nel terrorismo.

Il primo grande sciopero alla Fiat di Cassino, si ebbe alla fine del 1973 e fu uno sciopero “politico”.

Non riguardava problemi diretti della fabbrica, bensì problematiche più generali della società.
Fu in questa occasione che avvenne il primo licenziamento: Giovanni Candelaresi, operaio e punto di riferimento del primo nucleo del PCI in fabbrica.
Nei mesi e negli anni a venire questo episodio influì molto nella conduzione delle proteste operaie e nella definizione degli obiettivi di lotta.
Grazie al movimento operaio che si andava estendendo, fu possibile chiedere ed ottenere che il Consiglio regionale del Lazio si riunisse a Cassino.
Questo importante e significativo evento avvenne nel 1975 e, grazie ad esso fu possibile avviare un vasto programma di sostegno infrastrutturale al servizio delle attività produttive, a cominciare da una efficiente rete di trasporti pubblici e per finire a investimenti per le case e nel rafforzamento della rete sanitaria ed ospedaliera in particolare.

Anche gli impianti di illuminazione pubblica prospicienti i cancelli della Fiat, furono oggetto di attenzione. Questi, benché costruiti dal consorzio industriale di Frosinone (ASI), non furono mai messi in funzione. Molti incidenti notturni di operai all’uscita e all’entrata dalla fabbrica furono addebitati a questa ragione.
E’ singolare dover constare proprio in questi giorni, a distanza di quarantotto anni, quando la fabbrica, oggi FCA, non ha purtroppo più tanti operai in forza, finalmente la Regione Lazio si ricordi e proclami con grande enfasi il rifacimento totale degli impianti di illuminazione!
E’ un concreto esempio di quanta strada c’è ancora da percorrere sul terreno della concretezza e soprattutto della tempestività nell’azione di governo.

Cassino, 29 giugno 2020

 

 

 

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