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 Il caso di Silvia Romano raccoglie tutti i vizi dell’italiana faziosità

silviaromanodallafinestra 350 mindi Maria Giulia Cretaro – Succosi aneddoti di difesa a spada tratta che spesso tradiscono la causa più di chi la martirizza senza delicatezza alcuna.
È la prassi del belpaese, una modalità troppo nota per essere abbandonata. Esiste, secondo questa logica, una netta demarcazione tra buoni e cattivi e nessuno può presupporre che a volte sia solo tratteggiata.
Il caso di Silvia Romano raccoglie tutti i vizi dell’italiana faziosità, trascritti con una retorica fin troppo inflazionata e per nulla originale. Le argomentazioni cessano, il tifo sale, così si perde di vista il focus e ci si pone nuovamente gli uni contro gli altri.

È tornata a casa una giovane ragazza rapita e sequestrata per 18 mesi, ma è stato dimenticato nel giro di qualche saluto istituzionale e di un abbraccio ai familiari. Lo hanno rimosso gli odiatori, ma ancor più grave, l’hanno accantonato i suoi difensori. Perché la dialettica di riabilitazione di Silvia Romano dopo gli attacchi è stata semplicemente tifata e sventolata, affidata alla più spicciola dialettica.

Un paese intero la rivoleva a casa, ma di fatto nessuno l’ha accolta davvero. Non l’hanno fatto gli insulti, non l’hanno fatto le parole macchiate di depersonalizzazione. L’Italia e gli italiani l’hanno guardata come un vessillo da innalzare o disprezzare, ma pur sempre come trofeo. Ne è stata mistificata l’idea senza neanche mettere in dubbio i buchi di una storia che di fatto esistono.

È tornata diversa da come è partita Silvia Romano eppure a tenerne conto è solo chi l’ha giudicata. Chi l’acclama sembra tralasciare dettagli, non mettendo nulla in discussione, non chiedendosi cosa davvero possa essere accaduto. L’odio, mai giustificabile e autorizzato, andrebbe combattuto con argomentazioni viscerali, non con botta e risposta che muovono solo dalle accuse. Il velo che oggi indossa Silvia, non va solo tronfiamente difeso per la libertà di culto, va piuttosto rispettato e magari compreso. Ricondotto a quell’anno e mezzo di prigionia che inevitabilmente avrà lasciato segni più o meno visibili, nascosti per sempre tra cui chicchi di sabbia e terra. La sua storia è stata tramutata come tante altre, nel racconto tortuoso di una politica che discute, urla e si batte sul petto. Due parti, due idee e il fatto di turno diventa solo lo spot da rimpallarsi.

Silvia Romano è stata vittima dei pungoli della ferocia quanto del buonismo di chi l’ha resa un cliché. Forse non sarebbe voluta essere la santa eretta a paladina dei diritti sociali o il simbolo di un credo libero, il baluardo della mentalità aperta. Quanti che oggi la difendono, si sono realmente chiesti cosa ha vissuto tra quegli abissi di Africa? Cosa ha significato tornare nuovamente al mondo? Domande sbagliate, risposte fuorvianti e la battaglia tra giusto e sbagliato impazza lasciando indietro il cuore della storia.

La drammaticità celata dietro il sorriso con cui lei stessa si è raccontata, è stata già scalzata via. Ora ci sono l’Islam, la donna, la religione e la libertà.

Quanto tutto questo riguardi Silvia o sia soltanto l’ennesimo anelito di politica spicciola, è un’altra storia che ci negheremo.

 

 

 

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Di Maria Giulia Cretaro

Maria Giulia Cretaro, nata ad Alatri il 17 Settembre 1992. Cresciuta a Veroli, dove vivo ancora oggi. Ho il diploma del Liceo classico, ed ora sono iscritta alla Facoltà di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza. E' stata volontaria di Servizio Civile presso la Biblioteca di Ceccano.

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