fiat inesauribile cassa integrazione 350 min

fiat inesauribile cassa integrazione 350 mindi Donato Galeone* – Dalla metà degli anni’60 e per un decennio – fino al 1976 – emergeva una nuova figura di lavoratore gradualmente impegnato nelle attività industriali, quantitativamente in crescita, che alimentava la domanda di lavoro notevolmente in offerta dalla tradizionale attività agricola coinvolta tra i 5 agglomerati dell’avviata trasformazione industriale del territorio.

Tra le tipologie assumeva rilevanza il comparto avanzato del “nuovo modo di produrre automobili” tecnologicamente avanzato pur disgiunto dagli effetti sulla rapida trasformazione della economia locale in assenza di un confronto sociale e politico comunitario che provocava, visivamente, sia interessi individuali incentivati dalla Cassa per il Mezzogiorno che diffusi disorientamenti sociali.
Anche l’impegno sindacale nel luogo di lavoro FIAT e nell’indotto dell’auto non aveva riscontro nei Comuni di residenza dei lavoratori verso un nuovo e diversificato impegno politico di confronto nei partiti e, con essi, anche nei territori.

Era scarsa la proposta di partecipazione mediante un rapporto – di reciproco rispetto dell’autonomia – tra le rappresentanze sindacali dei lavoratori ad ogni livello, con i partiti e le istituzioni locali nella promozione e l’adeguamento dei servizi ai valori di cittadinanza e verso nuovi assetti urbani.
Una parte di lavoratori iscritti al PCI e al PSI si riconoscevano, per loro libera scelta, nelle proprie “cellule” o “gruppi” politici militanti sia nei luoghi di lavoro che nelle Camere del Lavoro territoriali – zonali e comunali – della CGIL.
Nel nuovo contesto socio-politico territoriale “altri” favorivano e assecondavano nei luoghi di lavoro la formazione di “cellule” o di “gruppo” definito “aggregazione operaia”o mezzo di “lotta continua” che veniva declamato davanti ai cancello della FIAT con volantino firmato “Circolo Operaio”.

Taluni rappresentanti di quel “Circolo Operaio”- costituitosi prevalentemente in FIAT – manifestavano un attivismo violento e antisindacale dichiarato, volta a volta, dai loro partecipanti e non solo alle manifestazioni unitarie promosse dalla Federazione CGIL-CISL-UIL Provinciale.
Quell’attivismo antisindacale si manifestava, prevalentemente, in FIAT mirando a bloccare sia il ruolo negoziale del “Consiglio di Fabbrica” sia quello della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM) e, più chiaramente, si contestavano le iniziative del Sindacato democratico unitario dei lavoratori nel luogo di lavoro, compreso le stesse iniziative autonome dei “Delegati di Reparto”.
Quel nuovo ruolo di manifestata “violenza antisindacale” favoriva, peraltro, la persistente e comoda indisponibilità della dirigenza FIAT sia per l’avvio del confronto aziendale nel merito della gestione del rapporto di lavoro contrattuale che sulle iniziative di prevenzione e tutela della salute dei lavoratori nell’ambito della sicurezza del lavoro.
Furono quelli gli anni della facile denuncia di sindacalisti e degli “ingiustificati licenziamenti” di lavoratori comunicati dalla FIAT – genericamente motivati – ma chiaramente mirati a ridurre e condizionare non solo la crescita e l’azione della organizzazione unitaria sindacale democratica dei lavoratori ma, irresponsabilmente, nel dare una interpretazione aziendale dell’esercizio del diritto di sciopero che, per alcuni equivaleva a “violenza” e, per altri, equivaleva ad “azione terroristica” contro persone e cose.

Quell’azione occasionale e irresponsabile della dirigenza FIAT – tra denunce e licenziamenti immotivati, congiunti alla “violenta contestazione” antisindacale del Circolo Operaio, di Lotta Continua e di altri gruppi veniva fronteggiata con forza e determinazione dalla rappresentanza della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM) e dalla Federazione CGIL-CISL-UIL Provinciale, tanto mediante confronti sui problemi dei reparti, nelle assemblee dei turni di lavoro e territoriali quanto nelle sedi giudiziarie, respingendo i licenziamenti ingiustificati.
“Così il sindacato entrava nella FIAT” e fu rilevato e affrontato, non solo personalmente, un tacito quanto debole contrasto di una parte della dirigenza del PCI non solo di base locale ma anche di Deputati locali verso quel movimento politico antisindacale integrato quale cellula operaia di luogo di lavoro.

Purtroppo, con ritardo, si riconobbe che la rappresentanza unitaria da costruire nei luoghi di lavoro era ed è – ancora oggi – il sindacato democratico dei lavoratori nella sua “autonomia e unità politica” per una innovativa azione propositiva verso il lavoro contrattato e partecipato in funzione sociale dell’impresa e nella società civile, con i partiti democratici, per una politica riformista e del lavoro, favorendo la “democrazia economica”in funzione sociale comunitaria nell’esercizio partecipato della “democrazia politica” garantita dalla nostra Costituzione.

Parlando di Sindacato in Fiat

Nell’agosto 2013 seguirono due interessanti lunghi commenti, con articoli reattivi storicamente argomentati, di Angelino Loffredi e di Ermisio Mazzocchi – dirigenti del PCI negli anni’ 70 del secolo scorso – pubblicati dal giornale online www.unoetre.it, che invito a leggere, sotto il titolo “Parlando di sindacato in FIAT”.
Chiaramente, Loffredi, sulla mia riaffermazione della “rappresentanza unitaria da costruire nei luoghi di lavoro con il sindacato democratico dei lavoratori” scrive che “tale visione è solo la sua ma non è la mia. Conferma di essere favorevole“alla presenza di organismi di partito all’interno dei posti di lavoro, perché, i campi di visione non possono essere definiti a tavolino e ne essere esercitati in regime di monopolio”.
Sulla violenza antisindacale – Loffredi scrive che la ricostruzione di Galeone “ soffre di un certo strabismo sul tacito quanto debole contrasto di una parte della dirigenza del PCI non solo di base locale ma anche di Deputati locali verso quel movimento politico antisindacale integrato quale cellula operaia di luogo di lavoro”.
Il commento di Ermisio Mazzochi è più articolato e richiama argomenti non limitati al sindacato nella FIAT, mentre conferma che“i movimenti di estrema sinistra ruotavano intorno al Circolo Operaio e a quello di Lotta Continua, operativi nella fabbrica FIAT di Piedimonte San Germano, con una violenta contestazione antisindacale e che ebbero un’attenzione e una decisa opposizione da parte della Sezione di Fabbrica del PCI e del gruppo dirigente della Federazione Provinciale del PCI, di cui facevo parte e proprio in quel periodo ero responsabile delle attività del partito verso le fabbriche, ruolo che mi permetteva di seguire giorno per giorno gli avvenimenti”.

10 agosto 2013

(*) leggere anche l’articolo del 15 luglio 2015 che segue, pubblicato da L’Inchiesta Quotidiano di Cassino

 

 

IL SINDACATO CHE ENTRAVA NELLA FIAT(*)

 

         Dalla metà degli anni’60 e per un decennio  – fino al 1976 – emergeva una nuova figura  di lavoratore  gradualmente impegnato nelle attività  industriali, quantitativamente in crescita, che alimentava la domanda  di lavoro notevolmente in offerta dalla tradizionale attività agricola  coinvolta  tra  i 5 agglomerati dell’avviata trasformazione industriale del territorio.

         Tra le tipologie assumeva rilevanza il comparto  avanzato  del “nuovo modo di produrre automobili” tecnologicamente avanzato pur disgiunto  dagli effetti  sulla rapida trasformazione della economia  locale in assenza  di un confronto sociale e politico comunitario che  provocava, visivamente, sia interessi  individuali incentivati dalla Cassa per il Mezzogiorno che diffusi disorientamenti sociali.

         Anche l’impegno sindacale nel luogo di lavoro FIAT e nell’indotto dell’auto non aveva riscontro nei Comuni di residenza dei lavoratori verso  un nuovo  e diversificato impegno politico di confronto nei partiti e, con essi, anche nei territori.

         Era scarsa la proposta di partecipazione mediante un rapporto  – di reciproco rispetto dell’autonomia – tra le rappresentanze sindacali  dei lavoratori ad ogni livello, con i partiti e le istituzioni locali nella promozione e l’adeguamento dei servizi ai valori di cittadinanza e verso nuovi assetti urbani.

         Una parte di lavoratori iscritti al PCI e al PSI  si riconoscevano, per loro libera  scelta, nelle proprie “cellule” o “gruppi” politici militanti sia nei luoghi di lavoro che nelle Camere del Lavoro territoriali – zonali e comunali – della CGIL.

         Nel nuovo contesto  socio-politico territoriale “altri” favorivano e assecondavano nei luoghi di lavoro  la formazione di “cellule” o di “gruppo” definito “aggregazione operaia”o mezzo di “lotta continua” che veniva declamato  davanti ai cancello della FIAT  con volantino firmato “Circolo Operaio”.  

         Taluni rappresentanti di quel “Circolo Operaio”- costituitosi prevalentemente in FIAT – manifestavano un attivismo violento  e antisindacale  dichiarato, volta a volta,  dai loro partecipanti e non solo alle manifestazioni unitarie promosse dalla Federazione CGIL-CISL-UIL Provinciale.

         Quell’attivismo antisindacale si manifestava, prevalentemente, in FIAT mirando a bloccare  sia il ruolo negoziale del “Consiglio di Fabbrica” sia  quello della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM) e, più chiaramente, si contestavano le iniziative  del Sindacato democratico unitario dei lavoratori nel luogo di lavoro, compreso le stesse iniziative  autonome  dei “Delegati di Reparto”.

         Quel nuovo ruolo di manifestata “violenza antisindacale” favoriva, peraltro, la persistente e comoda indisponibilità  della dirigenza FIAT  sia per l’avvio del confronto aziendale  nel merito  della gestione  del rapporto di lavoro  contrattuale  che sulle iniziative  di prevenzione  e tutela della  salute  dei lavoratori nell’ambito della sicurezza del lavoro.

         Furono quelli gli anni della facile denuncia di sindacalisti e degli “ingiustificati licenziamenti” di lavoratori comunicati dalla FIAT – genericamente motivati –  ma chiaramente mirati a ridurre e condizionare non solo la crescita e l’azione della organizzazione unitaria sindacale democratica dei lavoratori ma, irresponsabilmente, nel dare una interpretazione aziendale dell’esercizio del diritto di sciopero che, per alcuni equivaleva a “violenza” e, per altri, equivaleva  ad “azione terroristica” contro persone e cose.  

         Quell’azione occasionale e irresponsabile della dirigenza  FIAT –  tra denunce e licenziamenti  immotivati, congiunti alla “violenta contestazione” antisindacale del Circolo Operaio, di Lotta Continua e di altri gruppi veniva fronteggiata con forza e determinazione dalla rappresentanza della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM) e dalla Federazione CGIL-CISL-UIL Provinciale, tanto mediante confronti sui problemi dei reparti, nelle assemblee dei  turni  di lavoro e territoriali quanto nelle sedi giudiziarie, respingendo i licenziamenti ingiustificati.

         “Così il sindacato entrava nella FIAT” e fu rilevato e affrontato, non solo personalmente, un tacito quanto debole  contrasto  di una parte  della dirigenza  del PCI non solo di base locale ma anche di Deputati locali verso quel movimento politico antisindacale  integrato quale cellula operaia di luogo di lavoro.

         Purtroppo, con ritardo, si riconobbe  che la rappresentanza unitaria  da costruire  nei luoghi di lavoro  era ed è  –  ancora oggi –  il sindacato democratico dei lavoratori nella sua “autonomia e unità politica” per una innovativa  azione propositiva verso il lavoro contrattato e partecipato in funzione sociale dell’impresa e nella società civile, con i partiti democratici, per una politica riformista e del lavoro, favorendo la “democrazia economica”in funzione sociale comunitaria nell’esercizio partecipato della “democrazia politica” garantita dalla nostra Costituzione.   

 

 

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