di Donato Galeone – Le violazioni dei diritti per la difesa e la elevazione della dignità del lavoro nel mondo con i “licenziamenti ingiustificati” sono violenze alle persone e sono tanto persistenti e diffuse quanto più risulta assente o viene impedito l’esercizio della democrazia politica nella società civile e la democrazia economica nelle attività produttive di beni e servizi.
Fondamentale per i lavoratori è acquisire la “libertà di associazione sindacale” che, esprimendo rappresentanza democraticamente eletta, propongono di regolare le condizioni retributive e normative di lavoro mediante la “contrattazione collettiva” ai livelli dei comparti produttivi territoriali e aziendali, non escludendo un coordinamento contrattuale condiviso nelle imprese multinazionali operative e competitive nel mondo.
Interessante la costituzione in questi giorni del “network sindacale globale Fiat-Chrysler” – presso il centro di formazione della Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL)- tra rappresentanti dei lavoratori provenienti da 11 Paesi del mondo (Brasile, Canada, Francia, Germania, Italia, Polonia, Repubblica Ceca, Serbia, Spagna, Turchia, e Usa).
Non siamo neppure all’anno zero, dalla la Convenzione n. 87 del 1948 sulla “ libertà sindacale “ – diramata oltre 60 anni fa dalla stessa Organizzazione Internazionale del Lavoro – che viene disattesa in molti Paesi del mondo.
Anche la parola “globalizzazione” – sia nelle attività produttive multinazionali e sia con i sindacati democratici dei lavoratori – più che raramente si coniuga con la parola “lavoro” pur proclamata essenziale e prioritaria tanto in Italia che in Europa.
Ancora di più nei Paesi mediorientali e nordafricani dove il “lavoro con la persona” è ridotto similmente a “merce scambiabile” unicamente per sostenere una altrettanta “ridotta sopravvivenza” individuale e famigliare, sfruttando il lavoro minorile e delle donne; reprimendo le libertà associative sindacali, in assenza di regole condivise indicate nell’articolo 11 della richiamata Convenzione n. 87/OIL, sia ai lavoratori che ai datori di lavoro, su il libero esercizio dei diritti sindacali.
E nonostante che appena 12 anni fa – nel giugno 2000 – anche la OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) indicava ai mondi delle imprese multinazionali le “linee guida” in materia di lavoro, congiunti al rispetto dei “diritti umani universali del lavoro” e non ai licenziamenti ingiustificati.
Peraltro – con il “Global Compact” – sono vietate le forme di lavoro obbligatorio oltre la eliminazione del lavoro minorile. Purtroppo, il 2011, è stato – ancora – l’anno difficile e pericoloso per violenze anche mortali contro persone, lavoratori e loro rappresentanti sindacali.
Persone che chiedevano l’esercizio di un loro diritto: il lavoro contrattato e partecipato, mediante le libere e democratiche associazioni sindacali.
Sono certo che la condivisione di questi diritti di libertà associativa del lavoro da parte del sindacalismo democratico italiano – nella sua pluralità – non può essere solo formale, ma partecipe con continuità, per contribuire e favorire in ogni sede decisionale, istituzionali pubbliche e private, le dichiarate e libere aspirazioni sindacali associative di milioni di lavoratori, inascoltati e repressi nel mondo.
Io penso – ad oggi – che anche in momenti difficili, nella dimensione mondiale, le imprese che corrono principalmente verso la conquista di vantaggi competitivi secondo mirati ed unici tornaconti di variabili economiche – sempre meno imprenditoriali e/o non partecipate dei lavoratori ma, ancora quali “finanziarie multinazionali”e fuori da linee guida responsabili – non potranno mai favorire, con priorità, il “lavoro” e la contrattazione collettiva delle condizioni di lavoro.
Il persistere con tali orientamenti – in nome del comodo leggendario libero mercato – pur incentivando investimenti esteri multinazionali, si ripete il “mordi e fuggi” del recente passato anche nelle aree agevolate del Mezzogiorno, da oltre 30 anni nel basso Lazio e nelle province di Frosinone e Latina.
Così operando non si riducono, neppure, i debiti pubblici perché non si alimenta una crescita vera e, con essa mancante, risultano solo “parole al vento” anche i promessi riequilibri socio economici dei Paesi ed i promessi “pareggi di bilancio” – in Italia al 2013 – e nell’Europa con i soli rigori dei “patti di stabilità” nonostante i pesanti sacrifici richiesti ai cittadini, lavoratori e pensionati italiani.
Dal prossimo ottobre 2012 – non casualmente – la OIL sarà diretta dall’ex leader sindacale inglese Guy Ryder, figura forte, per un salto di qualità alla Organizzazione Internazionale del Lavoro – innanzitutto – nel promuovere e rafforzare il “dialogo e la concertazione” con tutte le istituzioni finanziarie e i governi, partendo dai Paesi cui si riferisce l’indagine sulle violazioni dei diritti sindacali pubblicata, nei giorni scorsi, dal C.S.I. ( Confederazione Sindacale Internazionale).
Ma è altrettanto urgente affrontare nella dimensione europea – in questo mese di giugno 2012 – la “crisi globale del lavoro” che richiede la creazione di nuova occupazione di qualità per almeno un miliardo e mezzo di persone nel mondo.
Ecco, quindi, che appare puntuale ed impegnativa la dichiarazione del neo direttore OIL Guy Ryder riportata da “Conquiste del Lavoro” della CISL due giorni fa: “ la nostra priorità sarà quella di mettere le persone e il mondo del lavoro al centro di ogni nostra attività”. E aggiunge che: “ il nostro obiettivo sarà quello di fare la differenza per migliorare la vita di milioni di persone”.
Buon lavoro per i prossimi cinque anni, direttore Ryder. Sono certo che non mancherà il sostegno del sindacalismo democratico italiano.
14 giugno 2012
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