
CRONACA&COMMENTI
Una storia ancora non finita
di Aldo Pirone
Martedì scorso il post fascista Donzelli ha fatto la sua sceneggiata alla Camera. Di personaggi pagliacceschi che calcano le scene parlamentari, la politica italiana ne ha sfornati parecchi in questi ultimi anni. Anche l’ex iena e cinquestelle Gianrusso non è male. A Donzelli, però, è stato affidato il partito dalla Presidente Giorgia Meloni mentre lei è affaccendata, purtroppo, a guidare il suo governo che ha già cominciato a produrre danni per i lavoratori e per il paese. Il caso Donzelli, se ce ne fosse ancora bisogno, testimonia solo un ulteriore e pagliaccesca aggravante per i postfascisti.
Ma a parte questa considerazione, direi, di carattere antropologico, ci sarebbe da osservare che l’occasione per la cagnara invereconda di Minnie-Donzelli era l’istituzione della Commissione antimafia a inizio di Legislatura. Un’occasione per riflettere sugli inquinamenti politici e istituzionali non cessati durante tutta la vita repubblicana e sulle complicità di “una fetta di borghesia mafiosa” di cui ha goduto “Cosa nostra” per esistere, riprodursi e allargarsi negli affari criminali.
La prima proposta di istituire una Commissione d’inchiesta sulla mafia fu fatta a Montecitorio non a caso da tre deputati comunisti (Berti, Failla, Pino) e da un socialista (Sansone) il 14 settembre del 1948, quando l’organizzazione criminale aveva già dato prova di sé al servizio degli agrari contro braccianti e contadini, assassinando decine di sindacalisti e capilega socialisti e comunisti. Per la verità già all’atto della sbarco degli Alleati in Sicilia gli americani non erano andati per il sottile con i mafiosi. In cambio del loro appoggio e delle loro informazioni favoriti dai buoni uffici di Lucky Luciano li avevano nominati sindaci in vari comuni: Genco Russo, “Peppe Jencu” a Mussomeli, Calogero Vizzini a Villalba. Vito Genovese era diventato addirittura l’interprete del colonnello statunitense Charles Poletti capo degli Affari civili per i territori occupati.
Passarono oltre quattordici anni perché la Commissione antimafia fosse istituita con l’avvento del primo centro-sinistra di Fanfani nel dicembre del ’62. Anni di sangue e di affari per “Cosa nostra”, anni di complicità politiche dentro gli apparati dello Stato e dentro la politica. La mafia è pratica, guarda al sodo, al denaro prodotto dagli affari attraverso gli appalti e i traffici illeciti. Per questo avvolge la politica, la penetra, la condiziona in tanti modi. L’avvento dei Corleonesi di Totò Riina con la sua strategia stragista è stata una parentesi chiusa dagli stessi suoi complici più vicini (Provenzano). Uno dei partiti più infiltrati nella Prima Repubblica fu certamente la Dc siciliana. Lima, Ciancimino, i cugini Salvo, i loro legami politici con Andreotti, sono storia nota, cui si opposero altri dc in minoranza come Piersanti Mattarella pagando con la vita. Mi ricordo una tribuna elettorale del 1960 – la si può rivedere su youtube – in cui a un’imbarazzato e reticente Aldo Moro allora segretario della Dc, veniva chiesto conto dal giornalista di “Paese sera”, come mai il famigerato capo della mafia Genco Russo era stato candidato nella lista democristiana nel paese di Mussomeli. Questo per dire dell’infiltrazione nella prima Repubblica. Nella seconda con Berlusconi (Dell’Utri, Mangano, D’Alì ecc.) il cancro dell’infiltrazione è diventato metastasi tracimata fuori della Trinacria in concomitanza con la ‘ndrangheta calabrese.
Per parafrasare Falcone, se vuoi combattere la mafia segui la traccia del suo denaro, se vuoi tagliarle le ali segui le sue complicità con la politica e con la parte infedele degli apparati dello Stato democratico.
Una storia ancora non finita.

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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