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Incapace d’indagare con spirito autocritico le ragioni profonde degli insuccessi

di Fausto Pellecchia
qualesinistra 350 260Dopo la recente sconfitta elettorale, le voci critiche più oltranziste sul progetto politico complessivo del PD, sull’identità sua visione ideale, ancor più che sul fallimento delle strategie politiche che hanno ispirato il suo ceto dirigente fin dalla nascita, hanno già decretato la sua fine.

Autoscioglimento, mutazione genetica con cambiamento di nome e di simboli, dimissioni in massa dei dirigenti nazionali, queste le sanzioni più severe dibattute dall’opinione pubblica, all’indomani del 25 settembre e alla vigilia dell’apertura del congresso nazionale. Nella sede del Nazareno, è stato già allestito un “tribunale” politico interno che, dopo aver processato Enrico Letta, sta coinvolgendo tutti gli assetti organizzativi del partito. I reati ascritti alla dirigenza del Pd sono di diversa natura, a seconda delle varie “anime” dei suoi organi dirigenti, ma tutti convergenti nell’imputazione delle cause prossime della disfatta elettorale: la sinistra dem rimprovera a Letta il mancato accordo con il M5S, mentre l’ala riformista lo accusa di una colpa eguale e contraria, cioè di aver determinato la rottura con il Terzo polo di Calenda e Renzi.

Tutto lascia temere che si arriverà alla designazione di una nuova segreteria politica e che la crisi del riformismo italiano si ridurrà, ancora una volta, a una questione di provvisorio equilibrio tra le correnti interne. La caccia al nuovo capro espiatorio – oggi Letta, ieri e l’altro ieri Zingaretti e Renzi – procurerà l’illusione di una svolta che in realtà è una sostanziale continuità di metodi e di strategie che prolungherà fino all’esaurimento o all’eutanasia il fallimento del maggior partito della sinistra italiana.

Si tratta in verità di una crisi che viene da lontano e che attiene alla stessa costituzione veltroniana del PD. Dalla fusione a freddo tra l’area della sinistra riformista e quella cattolico-democratica, non è rimasto che il sordo scontro tra correnti, con la conseguente trasformazione del PD nella brutta copia di una DC senza statisti, malamente amalgamata con i residui di un PCI senza il riferimento ad un blocco sociale del quale assumere la rappresentanza, preoccupato unicamente dell’equilibrio interno tra le élites dominanti: una democrazia di gruppi dirigenti che si sono distaccati dal loro popolo perché si considerano superiori a esso, in quanto dotati di una lungimiranza che li allontana e li contraddistingue dalla cecità delle pulsioni che agitano gli strati popolari della società italiana. In questo senso, il Pd si è perso nei meandri dei palazzi del potere, e, dietro l’alibi di “partito della responsabilità”, si è presentato come indefettibile forza di governo (e di sottogoverno).

Come ha rilevato recentemente Nadia Urbinati nelle sue analisi sulla sconfitta “storica” della sinistra italiana, anziché rinverdire e coltivare le radici ideali del progressismo riformatore, rivendicando la propria identità di valori e di istanze democratiche intrinsecamente “parziali”, in quanto rappresentative dei bisogni e degli interessi degli strati popolari della società italiana, il Pd è stato sedotto dall’ideologia dell’«ecumenismo» democristiano: ha riprodotto, pur in assenza di grandi statisti, all’altezza dei compiti inediti dell’attuale complessità del panorama politico, l’ambizione nostalgica e totalizzante di un partito-Stato, che articola al suo interno, attraverso il sistema delle correnti, la rappresentanza dell’intero universo sociale, quasi allegoria del “bene comune” in versione plebiscitaria. Perciò, ogni riferimento alla peculiarità della propria storia e delle proprie ascendenze culturali e politiche, è stato intenzionalmente disatteso e sottaciuto, in quanto ritenuto “divisivo” e potenzialmente conflittuale. Di qui l’oblio sistematico nella teoria e nella pratica del principio marxiano della “lotta di classe”, messo in soffitta tra le paccottiglie obsolete dell’eguaglianza, che pure viene sancita solennemente nel 2° comma dell’art.3 della Costituzione italiana: «E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.».

È questa un’aporia che il PD si porta dentro fin dalle origini, a partire dal ma-anchismo del suo fondatore, Walter Veltroni. Questi, da appassionato ammiratore della politica americana – che ignora la struttura partitica permanente, caratteristica delle forze politiche europee – si era preoccupato di convogliare all’interno del Pd il distillato delle istanze ideali, un tempo nettamente distinte, associando senza mediazioni in unico crogiuolo l’anima post-comunista ma anche quella cristiano-sociale.

Al contrario, la destra radicale italiana, già dal MSI ad Alleanza nazionale fino a Fratelli d’Italia, non ha mai cessato di rivendicare, in forme più o meno esplicite, la propria identità e la “parzialità” valoriale ereditata dalla genealogia post-fascista. Di qui la deriva mistificatrice del “revisionismo” e del “negazionismo storico” che da qualche decennio ha inquinato anche larghi settori della sinistra, con una lettura falsamente ecumenica e conciliante che di fatto ha cancellato ogni traccia della lotta di liberazione antifascista dalla quale è nata la Costituzione repubblicana.

Questa deriva negazionista, che ha inquinato larghi settori della sinistra è esemplarmente testimoniata dal discorso di insediamento di Luciano Violante alla presidenza della Camera (aprile 1996), che accreditò, sulla falsa riga di Ernst Nolte, i «ragazzi di Salò» in nome della “pacificazione” della guerra “civile italiana”, o la tesi di Marcello Pera che, ancor prima di diventare presidente del Senato, sostenne che era tempo di finirla con la «Repubblica nata dalla Resistenza».

Tuttavia, se si guarda ai movimenti extraparlamentari, alla sinistra del PD, il panorama non è meno desolante. Evitiamo, per semplicità, di inoltrarci nell’ingens sylva delle micro-formazioni con aspirazioni pseudo-rivoluzionarie, destinate alla produzione di sempre nuove ramificazioni ed efflorescenze del sottobosco politico – come il Partito comunista neostalinista di Marco Rizzo, o il Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando, che rivendica una sedicente ideologia neo-trotskista, o, infine il movimento Patria e Costituzione di Stefano Fassina, che si autodefinisce “sovranismo di sinistra”, declinando istanze prossime al rossobrunismo di Diego Fusaro. 

Ma se si considerano le speranze e le attese della sinistra radicale nelle ultime elezioni politiche, non è possibile sottacere l’equivoco che più ha pesato sull’insuccesso di Unione popolare-Potere al popolo: un microsistema di partitini e associazioni (tra cui DeMa, Manifesta, Potere al Popolo e Rifondazione Comunista, oltre a personalità della società civile) animato dall’ambizione di unificare le istanze più autentiche della sinistra extraparlamentare. Su tutti questi movimenti, che hanno frettolosamente organizzato le liste alla vigilia del voto, si staglia l’ombra ideologica del leaderismo populista. Un chiaro sintomo di questo fenomeno è costituito dalla presenza, già nel simbolo di Unione popolare, dell’indicazione del suo “capo politico” (sic !), Luigi De Magistris, ex sindaco di Napoli, e leader di un movimento la cui designazione deriva dalle prime due sillabe del suo nome (DEMA), e la cui segreteria politica fu affidata per alcuni anni al fratello, Claudio De Magistris.

L’agenda programmatica presentata da Unione popolare, articolata in proposte improntate ad un utopistico richiamo in 12 punti agli ideali “perenni” della giustizia sociale, dell’eguaglianza e della pace nel mondo, non contiene alcun cenno sulle concrete strategie, sugli effettivi percorsi o sulle possibili alleanze che avrebbero reso praticamente realizzabili nell’attuale contesto storico e geo-politico quei nobili ideali. A meno che non si voglia assumere come immediatamente perseguibile “il rafforzamento dell’ONU” il cui Consiglio di sicurezza va “sottratto ai veti incrociati delle superpotenze” o il “superamento della Nato, per la sovranità nazionale” con “l’impegno diplomatico per la pace in Ucraina” e “per un Europa unita nelle sue diversità, dal Portogallo alla Russia, contro ogni nuova guerra fredda” (punto III del programma elettorale).

Questo incongruo “ecumenismo” dell’amicizia universale con tutti i Paesi del mondo, basato sulla rivendicazione della “sovranità politica” dell’Italia, si associa programmaticamente con l’ “aumento generalizzato di tutti i salari” (per un “salario minimo di 1600 euro mensili”), unitamente alla “riduzione dell’orario di lavoro” e la drastica “limitazione dei contratti a tempo determinato a 2 soli casi specifici (per circostanze straordinarie legate alla produzione)”: tutte tematiche che, nel loro intransigente massimalismo, appartengono piuttosto al perimetro astratto delle finalità asintoticamente approssimabili nella concreta prassi politica, molto più che alla determinatezza dei metodi e delle strategie possibili e necessarie nella “lotta contro la povertà” (punto. I).

Dall’allettante vaghezza di queste linee programmatiche discende il deserto delle proposte autenticamente politiche della sinistra radicale, la cui astrattezza rimuove nell’oblio l’eredità della riflessione gramsciana sulla specifica congiuntura storica (guerra di posizione/guerra di movimento) nella quale i partiti di sinistra devono operare. Di qui, la costellazione di populismo sovranista e di neostalinismo che ispira la condotta dei movimenti di sinistra, incapaci di interrogare con spirito autocritico le ragioni profonde dei loro ripetuti insuccessi e della vertiginosa polverizzazione della loro base elettorale, nonostante le generose intenzioni di rappresentanza politica per la grande maggioranza dei lavoratori italiani. La prassi politica di questi movimenti si è risolta e dissolta nella vuota astrazione di mere parole d’ordine, appagata da gesti simbolici di pura testimonianza, che non incidono sugli assetti reali delle dinamiche sociali.

Una sinistra metodologicamente “dannunziana”, animata da un pregiudiziale anti-atlantismo di maniera, che ha dimenticato il senso della famosa intervista di Enrico Berlinguer al Corriere della sera del 1976, nella quale il leader comunista sosteneva la congiunturale necessità che l’Italia resti nel Patto atlantico, nonostante i limiti all’autonomia nazionale che esso impone. Questo elemento di saggezza pragmatica viene oggi sistematicamente cancellato nelle analisi della nuova sinistra a proposito della guerra in Ucraina. In esse riemergono piuttosto le tracce una speciosa giustificazione dell’aggressione compiuta dalla Russia autocratica di Vladimir Putin, sottesa da istanze ideologiche neo-staliniste dalle quali la tradizione storica della sinistra italiana, da Gramsci a Berlinguer, aveva preso nettamente le distanze.

Forse il compito più urgente per la sinistra che verrà consiste per l’appunto nell’emancipazione sia dagli schemi puramente retorici di un vuoto ecumenismo sociale, come alibi delle strategie esclusivamente governiste del PD, inerenti alla forma del partito-stato; sia dai velleitari progetti rivoluzionari di una sinistra in formato subatomico, che si compiace dell’estremismo della volontà come alibi per l’irrilevanza politica di una pura testimonianza verbale.

 

 

 

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