
PACE E NON GUERRA
Perché il discorso di Draghi all’ONU non può impegnare il nostro Paese
di Raniero La Valle
Senza alcun mandato del Parlamento, né del popolo che attraverso di esso esercita la sua sovranità nei modi previsti dalla Costituzione, e verosimilmente anche senza il mandato del governo dimissionario rimasto in carica solo per “il disbrigo degli affari correnti”, il presidente Draghi, a 5 giorni dalle elezioni politiche generali nelle quali egli non si è candidato, mostrando di non essere interessato a una convalida elettorale delle sue funzioni di governo, ha illustrato all’Onu posizioni politiche e decisioni destinate a impegnare l’Italia per un indefinito futuro.
Le tre ipoteche poste da Draghi sulla futura azione internazionale e sul ruolo dell’Italia sono le seguenti:
1. La prima consiste nell’intento di perpetuare l’imposizione anche da parte dell’Italia di “sanzioni senza precedenti alla Russia” che le hanno inflitto “costi durissimi”, hanno avuto “un effetto dirompente sulla sua economia”, e il cui “impatto è destinato a crescere col tempo, anche perché alcune di esse entreranno in vigore solo nei prossimi mesi”. Tali sanzioni irrogate a danno di una popolazione di 150 milioni di persone sono intese, secondo le dichiarazioni rese dal presidente Biden nel preannunciarle dopo l’attacco russo all’ucraina, a portare la Russia a condizione di “paria”. In tal modo, a meno che non si parli a vanvera, esse presuppongono una società internazionale divisa in caste, fanno del popolo russo un popolo antropologicamente inferiore all’umano, si confermano come una forma di genocidio, e si configurano come un delitto castale.
2. La seconda consiste nel definire i referendum per l’indipendenza nel Donbass come una “violazione del diritto internazionale che condanniamo con fermezza”, senza dire quali norme del diritto internazionale sono invocate, quando lo Statuto dell’onu, che ne è l’apice, professa la fede nell’eguaglianza delle nazioni grandi e piccole e pone come fondamento di relazioni amichevoli tra le nazioni il rispetto e il principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodecisione dei popoli. A tal fine esso interdice la minaccia e l’uso della forza contro l’integrità territoriale di qualsiasi Stato, e richiede per contro l’uso di mezzi pacifici per la risoluzione delle controversie tra loro. In sede di interpretazione si deve dire che i referendum citati rientrano in modo privilegiato tra i mezzi pacifici, ma nel caso specifico giungono non in alternativa all’uso della forza, ma in costanza e dopo di essa. Pertanto se ne possono o debbono discutere i tempi e disapprovarne l’indizione, ma occorre anche vagliarli come una via di soluzione dell’attuale controversia diversa dal, suo perseguimento mediante l’uso della forza. Ne dovranno essere in tal caso garantite la regolarità e la correttezza, anche con la cooperazione della comunità internazionale, ma non dovrebbero essere pregiudizialmente condannati ed esecrati. Paradossalmente il porre fine alla guerra mediante i referendum smentisce l’altra affermazione non dimostrata del presidente Draghi, il quale ha sostenuto che “il piano di Mosca era conquistare Kiev in poche settimane”, grazie a “un’invasione militare pianificata per mesi e su più fronti”, dipingendo in tal modo la Russia come Impero del male.
3. In terzo luogo il presidente Draghi ha enunciato l’obiettivo di “una pace che sia ritenuta accettabile dall’Ucraina” e non già una pace che rispetti gli interessi vitali dei due belligeranti e delle altre parti in conflitto. In tal modo egli ha assoggettato al volere dell’Ucraina e dei suoi attuali governanti, che non hanno esitato a gettarla in una inutile strage, le sorti della guerra e, in prospettiva, il destino stesso del mondo.
Per queste ragioni crediamo che il discorso del presidente Draghi all’ONU non debba impegnare il nostro Paese e debba essere considerato dal prossimo Parlamento come illegittimo e non avvenuto.
Ormai le posizioni della NATO ci espongono ad una dichiarata minaccia di guerra atomica. Ci sembrano molto attuali le parole di denuncia che Togliatti pronuinciò nel 1963. Eccole:
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