
CRONACHE&COMMENTI
La politica estera di una grande potenza deve costruire un equilibrio di potenze che persista nel tempo
di Aldo Pirone
Henry Kissinger è stato segretario di Stato durante la Presidenza Nixon. Allora il mondo era politicamente completamente diverso. Diviso in blocchi politici, ideologici, economici e militari contrapposti, solcato da lotte di liberazione anticoloniali e antimperialiste prevalentemente antiamericane, e con un movimento di paesi non allineati ma antimperialisti e anticolonialisti nato a Bandung nel 1955, di cui facevano parte in origine paesi del calibro dell’Egitto di Nasser, della Cina di Mao, dell’India di Nerhu, dell’Indonesia di Sukarno e della Jugoslavia di Tito, per citarne i maggiori.
Kissinger non era uno stinco di santo, stava ben dentro una visione conservatrice e anticomunista del mondo, non ebbe scrupoli nel campo dominato dagli Stati Uniti di appoggiare e aiutare i golpe di dittatori spietati come quello di Pinochet contro Allende o di avvertire pesantemente Aldo Moro, non da solo per la verità, di non aprire al Pci di Berlinguer.
La sua linea in politica estera è stata ispirata al realismo politico. La tesi di laurea fatta ad Harvard e intitolata “Diplomazia della restaurazione” la fece sul Congresso di Vienna e in particolare sul suo artefice Clemente von Metternich. La sua idea fondamentale sulla politica estera di una grande potenza è che essa deve avere come obiettivo non di stravincere ma di costruire un equilibrio di potenze che persista nel tempo.
E questa idea non si può dire che ai suoi tempi non la mise in pratica. Negli anni in cui fu protagonista e artefice della politica estera statunitense trattò con i vientnamiti del nord per mettere fine alla guerra di aggressione facendo un accordo di pace nel gennaio 1973 con Le Duc Tho. Non mise fine al conflitto, ma lo vietnamizzò, cessando i bombardamenti sul Nord Vietnam e ponendo, involontariamente, le premesse per la vittoria completa dei vietnamiti nel 1975. Ma nella sua visione geo strategica quel conflitto era per gli Usa un problema minore, per quanto doloroso e fonte di discredito nel mondo. Mentre cercava di liberarsene aprì alla Cina di Mao (visita di Nixon nel febbraio 1972, restituzione del seggio all’Onu occupato indebitamente da Formosa-Taiwan) e realizzò gli accordi sui missili e sulle armi nucleari con l’Urss (visita di Nixon a Mosca nel maggio 1972). Non risulta che cercò di giocare l’una potenza contro l’altra ma di trovare un equilibrio con l’una – l’Urss che era una superpotenza nucleare – e con l’altra che assicurasse un equilibrio di pace nel mondo. Non per niente accosentì che nel 1975 si svolgesse a Helsinkij la Conferenza sulla sicurezza europea a cui l’Urss era vitalmente interessata.
Non a caso oggi Kissinger è molto critico con la politica estera di Biden. Fin dall’espansione a est della Nato che segnò la volontà americana di stravincere contro la Russia. Qualche giorno fa, in un’intervista al Wall Street Journal, ha criticato la politica statunitense verso l’altra grande potenza, soprattutto economomica: la Cina. Con le inutili provocazioni dei viaggi a Taipei di Nancy Pelosi e della delegazione del Congresso americano subito dopo, infatti, Biden ha ottenuto che i legami fra Cina e Russia si rinsaldassero.
Quanto all’Ucraina, Kissinger sostiene che la sua prima ipotesi era quella della “finlandizzazione” del paese ma oggi la linea di compromesso per porre termine all’aggressione e alla guerra è quella di dare alla Russia la Crimea e parte del Donbass in cambio l’Ucraina dovrebbe “essere trattata (..) come un membro della Nato“. Sulla diplomazia americana di Biden il giudizio è negativo se non sprezzante: “Penso che il periodo in corso abbia grandi difficoltà a definire una direzione. È molto sensibile all’emozione del momento” e questo perché “Come coniugare la nostra capacità militare con i nostri obiettivi strategici e come metterli in relazione con i nostri scopi morali: è un problema irrisolto”. Lui, ai suoi tempi, lo risolse dando la precedenza alla realpolitik per assicurare un equilibrio di pace fra antagonisti. Perciò, dice, “Siamo sull’orlo della guerra con Russia e Cina per questioni che in parte abbiamo creato, senza alcuna idea di come tutto ciò andrà a finire, o a cosa dovrebbe portare”. Sul rapporto degli Usa con la Cina e la Russia e sull’ipotesi di perseguire il tentativo di dividerle, Kissinger dice: “Ormai non si può dire ‘dividiamoli e mettiamoli l’uno contro l’altro’. Tutto ciò che si può fare è non accelerare le tensioni e creare opportunità, ma per farlo è necessario avere un obiettivo”. L’obiettivo di Kissinger è sempre stata la stabilità del mondo non l’instabilità.
Si possono dicutere le soluzioni concrete che il 99enne ex segretario di Stato americano propone, ma non si può dire che non siano sostenute da una visione del mondo realistica improntata al multilateralismo.
Del tutto assente nella confusa politica internazionale del traballante Biden.
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