RICORDI. VITA VISSUTA
Cultura ed esperienza politica, franchezza e umanità, apertura del carattere
di Luigi Mannelli
Frattocchie 1968.
Nel febbraio del ’68 chiesi alla Federazione Fiorentina del PCI di poter andare alla scuola centrale del Partito, per un corso lungo di formazione; mi fu data questa possibilità e arrivai a Frattocchie nella seconda metà del settembre di un anno molto particolare: il movimento studentesco, non solo italiano, e appena un mese dopo i fatti di Cecoslovacchia; i fermenti sindacali che di lì a poco avrebbero portato all’ “autunno caldo” e alla contro offensiva della cosiddetta “strategia della tensione”.
Quella è stata anche l’occasione, insieme a tanti altri compagni e compagne, di conoscere Ignazio Mazzoli, della direzione nazionale FGCI, a cui da allora mi lega, oltre la consuetudine politica, una profonda amicizia.
Qualche giorno dopo si svolse un Comitato centrale della FGCI, appunto sulla situazione generale e, in particolare sulle questioni internazionali imperniate sui fatti cecoslovacchi, la linea del Partito nonché l’attualità dei movimenti operaio e studentesco; ebbi modo di verificare, in un panorama nazionale e per la prima volta, un ventaglio d’impostazioni politiche e culturali che contribuì ad iniziare il processo della mia sprovincializzazione, in seguito approfondita durante il corso.
In una delle prime lezioni, con tema il Congresso di Lione e la formazione del gruppo dirigente del PCdI, conobbi Mario Quattrucci che introdusse e poi avrebbe concluso il dibattito.
Il tema mi appassionò in maniera particolare anche per la recente lettura del primo volume della storia del Partito di Paolo Spriano; ricordo che presi un sacco di appunti, quasi un resoconto stenografico, che mi servirono per il mio primo intervento alla scuola, per me importante superamento di una reticenza a prendere la parola, centrato su quel congresso come nocciolo di una impostazione politica che Gramsci avrebbe poi sviluppato nei Quaderni.
Nelle conclusioni Quattrucci riprese alcuni temi del mio intervento dandomi il consiglio, non solo di metodo, e invitandomi ad allargare l’orizzonte del divenire, per niente lineare, dei fatti storici, interni e internazionali, nel concreto del confronto sulla formazione di una linea politica e del gruppo dirigente.
Ricordo poi, a lezione conclusa, uno scambio scherzoso tra me e Quattrucci che, dopo le considerazioni serie, commentò che avevo “troppa barba” al che ribattei che lui aveva “pochi capelli”. Finì in un abbraccio!
Questo per dire, oltre la sua cultura ed esperienza politica, la sua franchezza e umanità, l’apertura del suo carattere.
Scrivo queste poche righe per unirmi al cordoglio della scomparsa di un compagno a cui devo l’insegnamento e lo sprone a riflettere sempre per approfondire concetti da non dare mai per scontati.
Grazie Mario, ora ti sia lieve la terra.
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