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CRONACHE&COMMENTI

Una scissione accolta con favore dagli esponenti dell’establishment

di Aldo Pirone
bandiera M5S okLa scissione di Di Maio e compagni, pardon colleghi, è stata accolta con favore per non dire malcelato entusiasmo dagli esponenti dell’establishment: da Renzi a Calenda, da Salvini a Meloni, passando per una serie di sottopancia e di commentatori giornalistici di lorsignori. E già questo dovrebbe chiarire il segno politico dell’avvenimento. Come lo dovrebbe chiarire la ripresa dentro il Pd delle voci renziane che chiedono a Letta di mollare definitivamente Conte per Calenda, Renzi, il figliol prodigo Di Maio e quant’altri, dal centrismo o dalla destra moderata, volessero entrare nel “campo largo” del centrosinistra. Forse mi sbaglio, ma ho la sensazione che la dipartita di Luigi Di Maio e di molti altri suoi colleghi dal M5s avrà sicuramente le sue conseguenze nell’attuale geografia parlamentare, per altro prossima al termine – la Lega diventa il primo gruppo parlamentare -, molto meno a livello elettorale. Gli italiani non ce li vedono i dimaiani di “Insieme per il futuro” pensare al domani del Belpaese, mentre li vedono già adesso affannarsi e preoccuparsi per trovare una qualche candidatura nel “grande centro” per le prossime elezioni.

La crisi politica del M5s data da tempo. Dopo la vittoria alle elezioni politiche del 2018, già l’anno dopo, alle elezioni europee, era dimezzato. La Lega di Salvini lo doppiava, per poi dimezzarsi anch’essa – secondo i sondaggi attuali e i voti alle recenti amministrative – ed essere sorpassata da FdI. Questo per dire dell’estrema mobilità dell’elettorato di destra. Solo una parte degli elettori rimane immobile, è quella metà che non va a votare.

La domanda che ci si fa è se il M5s ha ancora un futuro significativo. Per dare una risposta al quesito occorre vedere che cosa è stato e come è sorto il “grillismo”. Fondamentalmente si è manifestato come reazione trasversale anti establishment che ha emotivamente coinvolto anche chi aveva avuto fiducia, fino allo sfinimento, nelle successive trasformazioni trasformiste della sinistra ufficiale sedimentatesi nel Pd. Infatti i pentastellati sfondano elettoralmente quando i dem hanno per segretario Bersani per poi diventare travolgenti con Renzi.

I miti fondativi dei “grillini” erano: il cittadino armato di clic che governa l’universo mondo, l’uno vale uno, i corpi intermedi bastioni dell’establishment da abbattere, l’antifascismo come cosa del passato – baruffe tra guelfi e ghibellini, disse Di Battista, Di Maio invece tentò un disperato sincretismo: “In noi i valori di Berlinguer e Almirante” – destra e sinistra (i concetti e i valori) ormai anticaglie. Per il resto la loro pratica era raccogliere qualsiasi cosa “contro” con relativa pesca a strascico quanto a selezione di parlamentari e senatori. Miti destinati a sfiorire presto, messi alla prova del primo governo gialloverde di Conte. Poi arriva l’harakiri di Salvini al Papeete, il governo giallorosso di Conte che supera la prima e più terribile prova del Covid ma cade, inviso a lorsignori, dopo aver portato in Italia i quasi duecento miliardi del Ricovery fund della Ue.

Nel frattempo la parte trasversale di destra dell’elettorato grillino se n’è già andata; prima appresso a Salvini e poi inizia a gonfiare le vele alla Meloni. È come se il M5s, allora capeggiato da Di Maio, avesse fatto da ponte per il passaggio a destra. Con l’avvento di Draghi le fibrillazioni interne al M5s non si placano. Prima la lite Grillo-Conte, e ora la scissione dimaiana. Il Movimento si affida a Conte ma non riesce a reinventarsi, almeno fino ad ora, come componente stabile e innovatrice del fronte progressista liberandosi sì delle ingenuità, castronerie, vere e proprie stupidaggini del passato, ma conservando l’originario spirito di rinnovamento e di aria nuova nelle stanze istituzionali che lo fece decollare agli inizi degli anni dieci del millennio.

Riuscirà a sopravvivere alla botta di Di Maio? C’è chi lo spera. Un’alleanza progressista e antifascista senza quello spirito, ripulito dalle castronerie che all’inizio lo accompagnarono, difficilmente avrebbe successo. Anzi, anche i restanti “progressisti”, Pd e Leu, dovrebbero in qualche misura assorbirlo se vogliono “allargare il campo” verso i lavoratori e i ceti sociali popolari rifugiatisi nell’astensionismo. Per ora non pare proprio. Il “campo largo” inseguito da Letta è il contrario del “campo progressista”.

Per risollevare le sorti del Movimento Conte deve fare molte cose. Una già l’ha fatta: non seguire la strada dell’integrazione trasformista di Di Maio tra lorsignori. Se i “grillini” riuscissero a guardare avanti – non indietro come l’invita a fare Di Battista – partendo dai bisogni e dai problemi impellenti dei lavoratori e dei ceti popolari forse potrebbero farcela a seminare Di Maio e a smentire i de profundis che molti stanno celebrando su di loro e sull’alleanza progressista.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Aldo Pirone. Vive a Roma

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