COMMENTI
Vizi e subalternità a lorsignori di cui le forze di sinistra dovrebbero liberarsi
di Aldo Pirone
Il 25 aprile ho presentato nuovamente il mio libro “I cinque anni che sconvolsero l’Italia 1943-1948. La rivoluzione democratica” alla Festa popolare organizzata del Centro sociale “Spartaco”. La presentazione è stata organizzata dall’amico Marco Bucci. Una cosa semplice ma intensa. Marco mi ha fatto alcune domande sul libro. L’ultima, di estremo interesse, era sulla attualità dell’antifascismo e su come bisognava farlo vivere oggi.
È un tema ricorrente questo, che ha sempre impegnato le varie forze antifasciste nel corso degli anni. Fin da quando la ricorrenza del 25 aprile era celebrata nel pieno del fulgore e del vigore dei protagonisti della Resistenza: partigiani e antifascisti.
Non basta far rivivere le memorie di allora. Il ricordo, scevro dalla retorica e attento alla dinamica politica che animò la stagione antifascista e resistenziale, è sempre fondamentale ma per trarne insegnamenti per l’oggi, per le lotte e i combattimenti di oggi. In particolare ciò riguarda le forze progressiste e di sinistra che all’epoca della Resistenza e della Guerra di liberazione nazionale furono trainanti e all’avanguardia di un moto che fu nazionale, unitario e popolare.
La realtà socio-politica odierna è impietosa. Dice che le forze di destra che si rifanno al fascismo direttamente o indirettamente, a volte banalizzandolo, sono forti. E lo sono proprio là dove le forze antifasciste progressiste e di sinistra, per colpe loro essenzialmente, erano radicatissime: i ceti operai e popolari. Oggi, per esempio, alcune indagini sociologiche ci dicono che il 50% degli operai votano Salvini e Meloni, il nazionalismo e il neo fascismo. Se si pensa che la classe operaia italiana fu determinante per la caduta del fascismo (gli scioperi del ’43) nella Resistenza (gli scioperi del ’44) e nell’insurrezione nazionale quando gli operai armati occuparono le fabbriche facendone dei fortilizi insurrezionali, si può misurare la regressione avutasi nell’ultimo trentennio. A ciò si potrebbero aggiungere i dati elettorali delle periferie sociali, dei comuni e delle Regioni ex rosse e tante altre cose.
Certo il mondo di oggi non è quello di allora, della Resistenza, della conquista della Repubblica e del trentennio successivo che comunque rappresentò complessivamente, tra lotte e battaglie antifasciste, il progredire della rivoluzione democratica. Certo la classe operaia non è più quella fordista delle grandi fabbriche e le generazioni non sono più quelle di allora che vissero sulla loro pelle e in prima persona le conseguenze nefaste del fascismo né quelle immediatamente dopo che respirarono in famiglia, nella società e nella cultura l’aria dell’antifascismo.
Oggi siamo nel mondo digitale, ma non è cessato lo sfruttamento e le condizioni sociali dei ceti popolari sono regredite insieme ai diritti.
E allora per rispondere alla domanda di Marco Bucci, bisogna sottolineare che l’antifascismo, con tutto quello che significa in termini di valori unitari e fondanti dell’Italia democratica e repubblicana, non solo deperisce ma diventa anche fastidioso ai più, una sorta di fuor d’opera e di parlare d’altro, se le forze di sinistra e progressiste non tornano a radicarsi nei lavoratori, nei ceti popolari, nelle periferie sociali dimenticate per riconnetterli anche sentimentalmente all’antifascismo per il tramite decisivo delle lotte per il loro riscatto.
Questo è il compito che s’impone oggi a un antifascismo serio.
Non è un lavoro breve, e non lo si fa solo con i tweet e con i social. Lo si fa organizzando iniziative e lotte concrete attorno a tante questioni, sociali, ecologiche, ambientali, per i diritti civili ma ripartendo dal lavoro e dai lavoratori, venendo subito incontro alle loro domande di giusto salario, di occupazione non precaria, di pensione giusta e non evanescente, insomma di un presente e di un futuro sicuri. Non è cosa facile dopo i disastri compiuti negli ultimi decenni. Gli è che mentre durante la Resistenza e nel successivo trentennio il nemico era fuori della sinistra progressista, oggi è anche dentro, e sta in quei vizi e in quelle subalternità a lorsignori che le forze di sinistra, nelle loro prolifiche mutazioni partitiche, hanno introiettato in abbondanza e che dovrebbero avere la forza di superare.

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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